Terremoto, viaggio dentro la zona rossa di Camerino

Camerino terremotata

Un mese dopo il sisma che colpì duramente il Centro Italia, siamo entrati nel cuore del borgo marchigiano. Qui gli sfollati sono più di 3.300 e molti, ogni mattina, si mettono in fila per fare richiesta di accesso nei propri appartamenti, inagibili dopo le scosse del 26 e 30 ottobre

CAMERINO. Il tratto che collega l’autostrada a Tolentino e poi a Camerino è deserto. Dall’altro lato della carreggiata ci sono solo macchine che scendono nel verso opposto, come se scappassero da un pericolo invisibile, nascosto tra le montagne con la cima imbiancata dalla neve. Il termostato dell’auto segna cinque gradi, sono le otto di mattina.

Terremoto, un mese dopo: viaggio nella zona rossa di Camerino

È passato un mese dal sisma che il 26 ottobre colpì duramente le Marche e il Centro italia, poco più di tre dal terremoto che distrusse Amatrice il 24 agosto. Tutto qui attorno sembra gridarlo, persino il silenzio delle strade.

La situazione si anima alle porte di Camerino, uno dei comuni marchigiani più colpiti. Nel piazzale della Contram, la ditta di trasporti pubblici locali, è stato allestito il nucleo operativo post sisma. Le macchine entrano ed escono dalla piccola zona di sosta e il parcheggio è già pieno di automobili. Poco più avanti c’è un tendone bianco e un furgoncino dei vigili del fuoco, vicino una transenna su cui campeggia una scritta: "richiesta recupero beni".

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Una ventina di persone è lì in piedi che aspetta il proprio turno. C’è chi fuma una sigaretta, chi si stringe nel cappotto, chi riconosce una faccia amica e alza il mento a mo’ di saluto. Qui i volontari smistano le prenotazioni dei residenti e degli studenti che vogliono rientrare in casa per recuperare beni di prima necessità, vestiti, documenti, valori. Sono ancora le otto e un quarto.

Il signor Venanzio è in fila dalle sette e mezza di mattina. Dal 26 ottobre non è mai entrano in casa e adesso vive con i figli a Civitanova Marche. Vicino a lui c’è Barbara, una signora sulla quarantina che nella vita fa la parrucchiera a Camerino. “O almeno era quello che facevo fino a qualche tempo fa – racconta – Adesso i miei datori di lavoro, non ci sono mica i clienti, mi hanno detto di rimanere a casa e sono in cassa integrazione”. Poco più dietro una signora ritrova la sua vicina di casa: entrambe sono state allontanate dalle proprie abitazioni perché “le mura perimetrali sono venute su con la scossa. Sembra che il palazzo sia imploso”.

Camerino terremotata

La fila scorre con lentezza e la coda aumenta. Dalle facce scontente di alcuni si capisce che le prenotazioni non servono a molto, che tutti quelli che sono lì ad aspettare possono entrare in casa il giorno stesso, con o senza appuntamento. “Una situazione incredibile”, spiega Barbara che si era presentata tre domeniche prima e le era stato detto di mettersi in lista: “All’epoca l’unica data disponibile era sabato 26 novembre. Mi hanno detto di presentarmi qui alle otto. Ed è la quarta volta che faccio richiesta per entrare in casa, ma nulla. Devo sempre aspettare”. Qui a Camerino di Ucl, unità comando locale dei Vigili del fuoco, ce ne è solo una. Gli stessi pompieri ammettono che una sola unità, in effetti, non basta. Ma che fare? Mettere su una macchina organizzativa del genere non è affatto semplice: “Dobbiamo gestire contemporaneamente due emergenze così importanti, qui e in Umbria”.

Barbara, prima della scossa, abitava in un appartamento in zona “Vallicelle”, nella periferia di Camerino. La sera del terremoto è rientrata solo per salvare i suoi gatti. “Chissà che confusione c’è lì dentro. E il mio vicino mi ha chiamato per dirmi che si sente puzza. Normale: avevo il frigorifero pieno”, dice sconsolata.

Le squadre dei vigili del fuoco e dei volontari fanno avanti e dietro, dalla zona rossa di Camerino fino alla stazione degli autobus. Un pompiere, arrivato nelle Marche da Bari, racconta che “in un giorno ci sono un centinaio di ingressi nelle abitazioni. E non vi fate ingannare dall’aspetto esterno delle case. Alcune non hanno crepe esterne ma hanno le fondamenta come creta e sono da buttare giu”. Sono più di 250.000 le abitazioni da controllare e per ognuna di loro una squadra dei vigili, accompagnata da un ingegnere, deve essere compilata una scheda tecnica che verifichi l’agibilità del palazzo. Se non lo fosse non ci sono altre alternative: verrà demolito.

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Ore 9.00, in fila da più di un’ora il freddo si fa sentire. Il piccolo gruppo di persone in attesa è aumentato e alcuni ne approfittano per entrare negli uffici comunali e chiedere del “Contributo per l’autonoma sistemazione”, fondi destinati a studenti e residenti per pagare altrove l’affitto di casa. Le richieste sono quasi 1.800 e di queste più di 700 sono da parte degli studenti sfollati iscritti all’Università di Camerino. Le persone fuori casa, in generale, sono più di 3.300.

Ore 10.30, ancora attesa. Le richieste d’accesso aumentano e i Vigili del fuoco devono gestire al più presto la situazione. Così decidono di accorpare le domande e far partire più persone con una squadra mobile. Il primo gruppo, quello che abita nella stessa zona della paese, parte alla volta della zona rossa. Non torna prima di un’ora.

Ore 11.30, dopo tre ore e mezza chiamano il nostro gruppo. Gli ordini del caposquadra dei vigili sono chiari: bisogna seguire la macchina dei volontari alle porte del centro, vicino la basilica di San Venanzio, il patrono della città. Qui un gruppo di militari deve abilitare l’accesso delle automobili e poi si sale su, dentro la zona rossa di Camerino. Per ogni abitazione potranno entrare massimo due persone, munite di caschetto. Tutto va come previsto e le vetture, dopo il cenno di assenso di un militare al nostro passaggio, procedono in fila indiana lungo le salite del paese.

Camerino terremotata

Dentro la zona rossa. Vuoto, abbandonato. Solo il sole rende meno spettrale il piccolo borgo marchigiano fino a un mese fa pieno di studenti e curiosi. Detriti lungo la strada, fratture lungo le pareti delle abitazioni, una sedia fuori da una porta spalancata da cui si intravede l’interno ammobiliato. “Sembra una città fantasma”, commentano i residenti. Fermi in un parcheggio, il comandante dei Vigili fa scendere tutti delle auto e ricorda di prestare la massima attenzione. “Ora entriamo noi nell’appartamento per assicurarci che tutto sia in ordine, poi mi seguirà il primo gruppo. Velocemente metteremo quello che serve nei sacchi e porteremo tutto giù”.

Le fondamenta di un palazzo si sono staccate, tra le mura e la strada c’è un lungo solco largo almeno cinque centimetri e tutto l’isolato è circondato da un nastro rosso e bianco. “Non avvicinarsi, pericolo crollo”. Nell’androne di un condominio regna il silenzio. Lì dove prima vivevano famiglie e studenti ora ci sono solo calcinacci e scale spaccate a metà. Dentro gli appartamenti tutto si è fermato al 26 ottobre: le ciabatte scalciate in un angolo e una pentola lasciata sui fornelli spenti sono le prime cose che si vedono entrando in uno di questi. Il resto è uno scricchiolio di vetri sotto i piedi e un intenso odore di polvere che fa tossire.

Tutto quello che serve viene buttato dentro i sacconi neri, quelli dell’immondizia. Non si fa caso a quello che si prende: libri, vestiti, scarpe e perfino la macchina del caffè. “Posso staccare le fotografie?”, domanda speranzosa Miriam, dottoranda di ricerca in diritto civile per l’università di Camerino. La risposta del vigile è un sorriso, un secco sì e un: “Che fai, non porti via la crema di limoncello?”.

Tutto, come previsto, finisce in mezz’ora. Le macchine vengono caricate e si procede con un altro appartamento. Ancora scatoloni e ancora sacchi neri dell’immondizia. Prima di tornare indietro, però, i volontari in partenza vogliono fare una foto. Uno scatto per ricordare che anche in situazioni simili si creano legami, un ritratto per ricordare che insieme hanno allargato le braccia e hanno raccolto con i familiari degli sfollati il passato ridotto a brandelli. Ma soprattutto una fotografia per ricordare lo slogan che da forza a Camerino: qui, nonostante tutto, #ilfuturononcrolla.