Ricerca: gli italiani vincono i finanziamenti, il Paese ci perde

L'ultima polemica nata dopo i risultati dei bandi Erc riapre il dibattito sui problemi della ricerca italiana. I fondi sono passati da 100 a 13 milioni di euro all'anno, mentre in Francia se ne spendono oltre 400. Il fisico Giorgio Parisi ha lanciato un appello su change.org per spingere il governo a fare di più: "L'Italia finanzia la ricerca degli altri Perché non riesce a sostenere la propria" 

ROMA. Come un fiume carsico, la polemica sulle difficoltà della ricerca in Italia ritorna ciclicamente all'attenzione dei media. L'ultimo capitolo è il post pubblicato su Facebook sabato 13 febbraio da Roberta D'Alessandro, ricercatrice italiana che vive e lavora a Leida, in Olanda, diretto contro il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini: "Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati" esordiva il post, condiviso in poco tempo da migliaia di persone. 

Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi,...

Pubblicato da Roberta D'Alessandro su Sabato 13 febbraio 2016

La Giannini, il giorno precedente, sempre su Facebook aveva esultato per le 30 borse di studio ottenute da ricercatori italiani nell'ambito del programma "Consolidator Grant 2015" dell'European Research Council (Erc-Consiglio europeo della ricerca), un'agenzia dell'Unione europea dedicata al supporto della ricerca scientifica. I progetti d’eccellenza che superano le rigide selezioni vengono finanziati con somme che possono arrivare fino a due milioni di euro per cinque anni. 

Un'altra ottima notizia per la ricerca italiana. Colpisce positivamente il dato del numero di borse totali ottenute dai...

Pubblicato da Stefania Giannini su Venerdì 12 febbraio 2016

I bandi Erc. Il bando pubblicato nel 2015 ha assegnato 30 borse, su un totale di 302, a ricercatori di nati nel nostro Paese, che risulta al terzo posto nella classifica delle nazioni con più finanziamenti ottenuti.

Tuttavia gli assegni non vengono attribuitii al Paese-Italia, ma ai singoli ricercatori in base ai progetti presentati: sono loro poi a decidere l'istituzione universitaria presso la quale utilizzarli. E quelli che hanno scelto di svolgere le loro ricerche in Italia sono meno della metà, 13 su 30. 

Nel grafico qui sotto, tratto dal documento dell'Erc che riepiloga i vincitori del bando, la freccia rossa indica la colonna dell'Italia: sono 30 i ricercatori italiani ad essersi aggiudicati un finanziamento. In verde sono indicati i 17 che svolgeranno le ricerche all'estero, in celeste i 13 che resteranno in Italia.

Questo aspetto potrebbe non essere un problema: anche sei ricercatori britannici andranno fuori dal loro Paese. Però il Regno Unito avrà un bilancio di 67 nuovi studiosi: 26 che resteranno a lavorare in patria, e ben 41 provenienti dall'estero. Al contrario in Italia, a fronte dei 17 connazionali che faranno ricerca all'estero, non arriverà neanche uno studioso straniero. Il sistema universitario italiano, dunque, è poco attrattivo: i motivi chiamano in causa sia i finanziamenti che i meccanismi di reclutamento e carriera.

L'Italia taglia da otto anni. "I fondi Erc sono la ciliegina sulla torta. Il problema è che la torta in Italia non c’è, ed è un problema strutturale che viene dalla legge 133 del 2008" dice Francesco Sylos Labini, astrofisico all’Istituto dei Sistemi Complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) a Roma. Sebbene già all’epoca il settore non se la passasse bene, infatti, nel 2008 il governo Berlusconi-Tremonti, con la legge 133 dispose da un lato il blocco del turnover (che all’inizio prevedeva un nuovo assunto ogni cinque che andavano in pensione), dall’altro una progressiva riduzione dei fondi destinati al sistema universitario. 

Dal 2009 al 2015, quindi, l’importo del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), cioè dei soldi che servono a pagare gli stipendi di tutto il personale (docente e non) e a gestire le strutture, è passato da circa 7,5 miliardi di euro a poco meno di 6,5. Tenendo conto dell’andamento dell’inflazione, un calo del venti per cento netto: "il che non vuol dire – prosegue Sylos Labini – un taglio del 20 per cento degli stipendi o delle spese ad esempio per l’elettricità, ma un taglio dei soldi 'liberi', ovvero quelli destinati a reclutamento e ricerca". Il risultato, come si vede dai dati del Cineca (il consorzio che raggruppa 70 atenei italiani e il Ministero dell'Istruzione) è la diminuzione di circa un sesto del numero di professori e ricercatori, passati dai 60 mila del 2008 ai 51 mila del 2015.

I due grafici riprodotti qui sotto rappresentano l'andamento del Fondo di finanziamento ordinario dell'Università dal 2008 in poi e il numero di docenti e ricercatori nello stesso periodo. I dati sono del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca.

La ricerca di base. Anche le risorse destinate ai bandi Prin (Progetti di interesse nazionale), ovvero alla ricerca di base, sono costantemente calate: come mostra un grafico elaborato da Sylos Labini, il valore annuale di questo finanziamento, che fino al 2010 si aggirava sui 100 milioni di euro, negli ultimi tre anni è sceso a 13 milioni.   L’ultimo bando del Ministero, pubblicato a novembre 2015 dopo un’interruzione del programma durata tre anni (fino al 2012 i bandi erano annuali), prevede uno stanziamento di poco meno di 92 milioni spalmati su tre anni, 2016, 2017 e 2018. Per fare una comparazione, se si va a leggere il rapporto annuale dell'Agence nationale de la recherche francese, oltralpe il programma analogo del Prin ha erogato nel solo 2014 finanziamenti per 414 milioni. 

Nel grafico qui sotto, elaborato da Francesco Sylos Labini, che ci ha concesso di riprodurlo, e pubblicato per la prima volta sul fattoquotidiano.it, sono indicati i finanziamenti globali erogati ogni anno dai bandi Prin (il totale, in milioni di euro, è ottenuto sommando i contributi per quell'anno di ciascun bando). I dati relativi al 2017 e 2018 sono provvisori (in attesa di possibili nuovi bandi). In rosso sono indicati gli importi originali, in blu i valori adeguati all'inflazione. 

Prospettive a lungo termine. Quindi, dice ancora l’astrofisico, "la domanda è: una volta che hai vinto questo Erc – che è un po’ come vincere la lotteria – dove vai a svolgere la tua ricerca? In un’università di un Paese che ha un finanziamento strutturale e dunque ti consente di mettere su un gruppo di ricerca e ti offre una prospettiva di carriera certa? Oppure o in un paese dove non c’è finanziamento strutturale, e dove non sai se mai verrai assunto?” Ci sono anche in Italia, riconosce Sylos Labini, “università ed enti di ricerca che si sono attrezzati. Una delle poche maniere di reclutamento ormai è diventato proprio quello dell’Erc: se uno lo vince ha grande probabilità di essere assunto. Poi però si ritrova in una situazione generale di destrutturazione". 

“È evidente che se si vuole far venire una persona brillante, gli si deve garantire una prospettiva non per i prossimi due anni-tre anni, ma a lungo termine” aggiunge Giorgio Parisi, che insegna Fisica teorica all’Università “La Sapienza” di Roma ed è considerato uno dei maggiori fisici del mondo.  Un finanziamento come quello dell’Erc, ha spiegato in un’intervista, basta per un certo numero di anni: “al termine di questo periodo, se lo Stato italiano non finanzia ulteriormente quello studio si chiude bottega. Per questa ragione molti preferiscono andare a spendere il proprio fondo in Paesi dove esiste una visione a medio e lungo termine. Il risultato è che Paesi come il Regno Unito vengono ulteriormente favoriti dalla presenza dei ricercatori italiani che porteranno il meritato bottino nei loro centri di ricerca”.

Quanto ci perde l'Italia. Il professore cita l’esempio del Settimo programma quadro dell’Unione europea per la ricerca scientifica, che ha coperto il periodo 2007-2013 con un bilancio di 53 miliardi di euro. L’Italia ha contribuito con 900 milioni all’anno, ma “i progetti presentati dal nostro Paese (industrie comprese) sono stati capaci di attirare finanziamenti solo per 600 milioni l’anno: una perdita netta di un terzo”. Che rischia di diventare ancora più ampia con il nuovo programma “Horizon 2020”, partito nel 2014 e a cui l’Italia si è impegnata a versare un miliardo l’anno.

Anche se i nostri ricercatori dimostrano di essere molto bravi a conquistare fondi europei, dice Parisi, “se l’Italia non finanzia la piccola e media ricerca e quindi non crea un humus favorevole a collaborazioni europee, è estremamente difficile partecipare a questi progetti. Il nostro Paese sta applicando una strategia 'lose-lose': perdiamo in competitività e finanziamo la ricerca degli altri perché non siamo in grado di sostenere la nostra”.

Una lettera all'Ue. Per questo il professore ha scritto una lettera aperta – firmata da altri 68 colleghi – alla prestigiosa rivista Nature e ha lanciato una petizione sul sito change.org: lo scopo è chiedere alle istituzioni europee di sollecitare il nostro governo affinché "finanzi adeguatamente la ricerca in Italia e porti i fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza".

“La lettera – spiega il fisico – si richiama implicitamente al Trattato di Lisbona e agli obiettivi di Barcellona, per i quali ciascun paese dell’Unione doveva arrivare al 2010 con il 3% del Prodotto interno lordo investito in ricerca e sviluppo.  L’Italia non solo non è arrivata a quella percentuale, ma è bellamente al di sotto e non dà nessun segno di risalire”. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), infatti, l’Italia nel 2014 ha investito in ricerca e sviluppo solo l’1,29 per cento del pil, mentre la Germania spende il 2,8 per cento e la media europea è del 2 per cento.

Vincono i paesi del Nord Europa. “Come mai – si chiede Parisi – ci sono dei trattati che contano e degli altri che non contano? Se l’Italia ha firmato impegnandosi verso l’Europa e anche verso gli italiani a raggiungere un obiettivo, come mai l’Europa non esige il rispetto di questo obiettivo e si limita ad esigere solo il rispetto del fiscal compact? Con la nostra petizione ci siamo appellati all’Unione europea, ma il governo italiano dovrebbe capire da solo qual è il suo dovere. L’idea di Lisbona era rendere l'Europa una grande regione basata sullo sviluppo della conoscenza: il 3 per cento del pil in ricerca doveva servire per facilitare l’integrazione economica".

Ora invece il rischio, conclude amaro Sylos Labini, è il progressivo “svuotamento delle risorse intellettuali del Sud dell’Europa (Italia, Grecia, Portogallo, Spagna) a vantaggio del Nord: noi non diciamo niente e agli altri ovviamente questo va bene. Invece di fare delle misure demagogiche come il bonus di 500 euro ai neodiciottenni, è a questo che si dovrebbe pensare”.