Bambini in difficoltà da piccoli? Campioni da grandi

Lionel Messi, Mario Balotelli, Cassius Clay, Bruce Jenner: cos’hanno in comune tra loro? Un’infanzia passata a lottare contro problemi di salute anche gravi. Abbiamo chiesto alla nostra esperta di spiegarci che rapporto c’è tra intelligenza corporea e malattie. Scoprendo che chi parte “svantaggiato”, se aiutato nel modo giusto, può crescere con una marcia in più

Nanismo, dislessia, malattie congenite: quante volte i genitori, gli insegnanti e gli allenatori, guardando un bambino con difficoltà scolastiche o problemi di salute, si saranno chiesti «chissà come sarà da grande...». E quante volte avranno risposto, in cuor loro, «sicuramente non diventerà un campione sportivo, ma pazienza».

Bene: senza alimentare false speranze, è importante sapere che, dietro la maggior parte dei più grandi atleti di sempre, si nasconde un bambino che per emergere ha dovuto lottare. Contro problemi di salute e dell’apprendimento anche molto gravi, che però sono stati affrontati nel modo giusto, e in tempo.

«Le previsioni – spiega Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta e psicoanalista, autrice del libro “Il dolore dell’analista. Dolore psichico e metodo psicoanalitico” (Astrolabio-Ubaldini, 2015, 252 pp.) – sono sempre relative ma qualcosa la si può intuire già dalla prima infanzia, basandosi sull’esperienza clinica e sull’osservazione diretta».

Lionel Messi, vincitore di cinque palloni d’oro, da bambino era affetto da nanismo ipopituitarico, bassa statura e costituzione minuta dovuta a carenza di ormone della crescita, conosciuto come Gh, tanto che fino a 13 anni era alto 140 centimetri. Mario Balotelli, campione e precoce rivelazione di calcio, è nato con un mega colon congenito, trattato chirurgicamente, e all’asilo era un bambino “iperattivo”, tanto che ogni mattina, come lui spesso ha raccontato, anche d’inverno, le maestre lo portavano a correre intorno all’edificio scolastico. Cassius Clay (poi Muhammad Ali) campione del mondo di pugilato, Jacky Stuart, tre volte campione del mondo di Formula 1, Bruce Jenner, medaglia d’oro di decatlon, Earving “Magic” Johnson, considerato uno dei più grandi giocatori della storia del basket, Steve Redgrave, medaglia d’oro di canottaggio: tutti questi campioni da bambini erano dislessici.

Esiste dunque un rapporto tra l’intelligenza corporea, la creatività, le attitudini particolari, e il superamento di malattie importanti o “croniche”, anche impegnative? «Certo, esiste – spiega l’esperta – problemi di salute come allergie alimentari, celiachia, asma, prematurità alla nascita, se affrontati adeguatamente permettono al bambino di sviluppare capacità psichiche fuori dal comune, che vengono poi riversate anche nelle attività fisiche e sportive, grazie proprio allo stretto rapporto tra mente e corpo tipico dell’infanzia».

Lo stimolo interno costituito dalla malattia o dal disturbo e dalla difficoltà psicologica che comporta conviverci, rende insomma queste persone, fin da piccolissime, attente al controllo dei sintomi, abituate ad avere una disciplina interna e ad affidarsi agli adulti che di loro si prendono cura, in primis i genitori, ma anche i medici e gli insegnanti e, nei casi più fortunati, gli istruttori e i maestri di sport.

Ovviamente, precisa l’esperta, la loro situazione rende questi bambini solitamente un po’ ansiosi e quindi “iperattivi”, bisognosi di muoversi e di fare. «Ma anche più tenaci, desiderosi di affermarsi e di emergere, bramosi che i loro sforzi e l’impegno nel prendersi cura della propria salute, vengano riconosciuti e diano risultati», spiega Adelia Lucattini.

Spesso a scuola questi bambini non brillano, ad esempio, in matematica, scienze o storia, mentre negli sport sono attenti, tecnici, dotati di una sorta di “motore interno” che non si spegne mai, poiché hanno bisogno di scaricare e canalizzare la tensione interiore. «Sono resistenti – continua l’esperta – capaci di grandi sacrifici per la loro età, poliedrici, intelligenti e disciplinati, desiderosi di essere guidati. La “spina irritativa” interna che li pungola e non dà loro tregua, si trasforma in una forma di energia straordinaria ed efficace se incontrano gli adulti “giusti”, vale a dire equi, pazienti, capaci di capirli e farli sentire capiti. In grado guidarli e valorizzare le loro qualità e capacità, la loro intelligenza».

Quasi sempre si tratta di bambini molto intelligenti, anche quando si mostrano ritrosi, scorbutici, oppositivi, chiacchieroni e petulanti.

Chissà, forse non è un caso che Christof Innerhofer, campione olimpico e mondiale di discesa libera e super-gigante, sia nato di sette mesi. Lui stesso racconta di essere stato un bambino iperattivo “combina guai”, fino a quando non si è dedicato allo sci intensamente e poi anche a livello agonistico.

«I bambini prematuri, che terminano la loro crescita non nel corpo della mamma ma in incubatrice – conclude la dottoressa Lucattini – hanno caratteristiche psicologiche specifiche: tendono a cercare particolari attenzioni o rassicurazioni, possono essere insicuri e spericolati al tempo stesso, agitati ma vivaci e “svegli”. Sono intuitivi e hanno bisogno di canalizzare e finalizzare la tensione interna, di farsi notare, di eccellere in qualcosa».

Alla luce di questo, è dunque probabile che non sia un caso che i maestri di Innerhofer e lui stesso abbiano scelto un’attività sportiva in cui disciplina, intuizione, bisogno di affermazione e coraggio sono indispensabili. Perché non c’è cosa più bella e importante che valorizzare le risorse di una persona, specie se si tratta di un bambino.

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