Strage nel Canale di Sicilia, l’Italia ripesca il relitto

Il ministero della Difesa ha firmato il contratto con Impresub. Operazioni al via Il governo rispetta la promessa fatta nell’aprile scorso. Nel naufragio 800 morti

ROMA. Il premier Matteo Renzi lo aveva pubblicamente annunciato e promesso: «Ripescheremo il barcone affondato ad aprile in un naufragio costato la vita a 800 persone rinchiuse a chiave in quella stiva. È un impegno che manterrò davanti all’Europa affinché nessuno possa permettersi di chiudere gli occhi di fronte a questa tragedia di portata storica». E così il governo ha mantenuto la parola: il relitto del peschereccio naufragato nel Canale di Sicilia il 18 aprile scorso, dopo una collisione col mercantile “King Jacob” che stava giungendo in soccorso, sta per essere recuperato dalle profondità del mare col suo carico di morte.

Il contratto è stato firmato nei giorni scorsi dal ministero della Difesa, in un clima di grande riservatezza. Le operazioni sono state affidate alla “Impresub Diving and Marine Contractor”, società italiana di grande esperienza con sede a Trento. Un contratto di poco inferiore ai 12 milioni di euro confermato ieri dai vertici della stessa società. «Partiremo a breve con i lavori e ci auguriamo di farlo col piede giusto. Ma per ora ci sono ancora molte cose che devono essere meglio definite», spiega Egidio Ibba, capo delle operazioni Impresub, che preferisce ancora non sbilanciarsi sui tempi e sui dettagli tecnici di un’operazione che dovrebbe durare almeno quattro mesi.

Allo stato, dunque, la sola cosa certa è la firma del contratto che da il via a un’operazione alla quale la stessa procura di Catania si era dichiarata non interessata, giudicando il relitto privo di valenza giudiziaria, seppure pieno di cadaveri. Nei giorni successivi al naufragio finito sulle prime pagine di tutti i quotidiani, l’allora procuratore della città etnea, Giovanni Salvi, oggi Pg in Corte d’appello a Roma, aveva in effetti ipotizzato la possibilità di un recupero. Possibilità che tuttavia era stata abbandonata per più ragioni: perché sul peschereccio era improbabile vi fossero registri di bordo utili alle indagini e perché difficilmente si sarebbe potuta dare un’identità alle vittime.

Nonostante la posizione della procura il capo del governo aveva però insistito aggiungendo che l’Italia avrebbe dato «degna sepoltura» a tutti quei corpi: come «lezione» al mondo. E nelle settimane a seguire la Marina militare fu incaricata di filmare il relitto e iniziare a recuperare tutti i cadaveri che si trovano fuori dal barcone. Le vittime rimaste fuori dalle stive sono state quindi riportate a galla una dopo l’altra dagli uomini del Comsubin - il reparto incursori con l’ausilio di 4 navi e del robot Pegaso - e portate nel cimitero di Catania: ma tolto qualche caso, tutti quei corpi, a oggi circa un centinaio, sono rimasti senza nome. Nessuno li ha potuti riconoscere, su nessuna tomba c’è una lapide. E il 13 luglio scorso, su 70 corpi ne era stato identificato solo uno.

Tuttavia, il premier ha deciso di andare avanti, spalleggiato anche dal ministro dell’Interno Alfano. E di recuperare l’intero relitto costi quel che costi. Come promesso in tv. Come promesso a Berlino. Come promesso alla Ue e ai «furbetti» che vorrebbero guardare altrove. Perciò ora si torna in altro mare, a 375 metri di profondità, 85 miglia dalla costa libica, per completare il lavoro iniziato. Col pensiero ai soli 28 sopravvissuti di quella tragedia: tutti si erano imbarcati nel porto di Darabli la sera del 16 aprile. Prezzo pagato ai trafficanti: tra i 750 e i 1.500 euro a testa.

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