«Tumori battibili, fondamentali controlli e vita sana»

Intervista con il dottor Bernardo Rocco (Fondazione Veronesi): «Anche le terapie sono più efficaci, a ognuno la più adeguata»

Ogni storia è diversa, ognuno ha una sua sensibilità. Ma parlare di “male incurabile” è «fuori luogo». «La condizione dell’ammalato di tumore è molto varia – spiega Bernardo Rocco, urologo dell’ospedale Maggiore policlinico di Milano e membro del Comitato scientifico della Fondazione Umberto Veronesi –: si va da situazioni in cui non serve alcun trattamento, solo controlli, ad altre in cui la medicina non trova una soluzione efficace».

Come capire quale rischio si sta correndo?

«La sede del tumore, la sua tipologia e lo stadio della malattia sono tra gli aspetti più importanti. Se è alla prostata, in un anziano, in molti casi non viene nemmeno trattato; se è al rene, piccolo e operato in fase iniziale, la sopravvivenza a 10 anni è vicina al 100%; se è alla vescica in progressione o al pancreas in stadio avanzato la situazione è di difficile soluzione».

Tra i tumori più frequenti ne rimangono di imbattibili?

«Non sono imbattibili. Dipende dalla precocità della diagnosi, dal livello di aggressività, dall’appropriatezza delle cure e dalle condizioni del malato».

Ma perché alcuni più di altri sono difficili da combattere?

«Perché si presentano in modo subdolo, ne esistono di diversi tipi, non sempre abbiamo terapie efficaci, non si fa prevenzione e in tanti non rinunciano ad abitudini poco sane, come fumare. E si potrebbero elencare mille altre ragioni».

A cosa attribuire il maggior numero di guarigioni: diagnosi precoce, interventi di prevenzione o terapie più efficaci?

«Tutto contribuisce. La conoscenza di queste malattie aumenta il desiderio di adottare stili di vita che espongano meno al rischio, quindi prevenzione e diagnosi precoce spesso vanno insieme. Analogamente le terapie sono più efficaci e anche meno temibili in termini di effetti collaterali quando la malattia è diagnosticata per tempo. “Passare dal massimo trattamento tollerato al minimo trattamento efficace”: è una massima che mi ha insegnato Umberto Veronesi, per me di grande importanza. Quanto più temiamo gli effetti collaterali di una terapia, tanto meno avremo il coraggio di affrontarla o di far fronte a una diagnosi precoce o a uno screening. Sapere che un “piccolo” tumore può essere guarito con un “piccolo” trattamento ci dà più coraggio nel guardare in faccia la malattia».

Dopo quanto tempo ci si può dire guariti?

«Dipende dal tipo di tumore. Ricordo un paziente con due metastasi al polmone a distanza di 13 anni da un intervento per un tumore del rene. Ma sono casi sporadici. Più si va avanti nel tempo, più il rischio si avvicina a quello della popolazione generale. Cinque anni sono, per molti tumori, un traguardo anche psicologicamente importante».

Si può sopravvivere a un tumore guarendo oppure convivendoci come con una malattia cronica. Con quale prospettiva e quale qualità di vita?

«In molti casi quando c’è una remissione completa si torna a vivere esattamente come prima. Se il tumore è nel rene spesso è sufficiente rimuovere la neoplasia, se l’intervento viene effettuato con tecnica mini-invasiva l’unica “memoria” che il paziente avrà della malattia saranno alcune piccole cicatrici. In caso di neoplasie cronicizzate è possibile una vita normale anche se il livello di attenzione legato alla conoscenza della malattia può avere un impatto psicologico non irrilevante. Dipende se la cronicizzazione, dunque la necessità di sottoporsi a cure, è destinata a mantenersi stabile nel tempo oppure ad avere un effetto temporaneo. In questo secondo caso difficilmente si può riacquistare una serenità totale».

Esiste per chi ha superato la fase acuta della malattia un percorso assistito per tornare a vivere come prima?

«C’è un percorso amministrativo, per cominciare: chi ha avuto una neoplasia ha diritto all’esenzione dal ticket per farmaci e trattamenti. È importante che si affidi a un centro di riferimento per la patologia: qui avrà un calendario di incontri successivi alla terapia per verificare lo stato della malattia e, se necessari, gli potranno essere proposti trattamenti innovativi e sperimentali. Nei programmi di sostegno sono spesso coinvolte anche associazioni di volontariato, generose ed efficienti».

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