Migranti, vademecum antirazzista. I commenti cattivisti smontati uno per uno

foto di John Stanmeyer

In syndication con Valigia blu. Di Angelo Romano. Ha collaborato Andrea Zitelli

"Ci invadono", "ci rubano il lavoro", "portano malattie". Queste sono alcune delle paure e slogan che si sentono spesso ripetere nel dibattito pubblico sul fenomeno della migrazione. Si smette di guardare i migranti come persone con storie di vita e progetti personali e li si incasella in categorie generiche e disumanizzanti. Alla base di questi pregiudizi vi è una pericolosa generalizzazione fondata sulla stretta correlazione tra aree geografiche, società e culture. E così si fa riferimento a categorie etniche (ad es., i curdi), religiose (il mondo islamico), razziali (l’Africa nera) per associare, ad esempio, gli afgani ai talebani; arabi e africani ai musulmani e, per estensione, ai terroristi islamici; i siriani alla categoria dei rifugiati e tutti gli altri a quella dei cosiddetti migranti economici. Per questo è fondamentale, per la salute della stessa democrazia, partire da dati corretti e da analisi che descrivano la complessità e la portata di un tale fenomeno.

1) "C’è un’invasione”

2) "Prendono 40 euro al giorno"

- 3) "Ci rubano il lavoro"

- 4) "Dormono in hotel di lusso"

- 5) "Hanno pure il telefonino, quindi non sono poveri"

- 6) "Con gli immigrati aumenta la criminalità"

- 7) "Arrivano e non se ne vanno"

- 8) "Ci costano troppo, con quei soldi potremmo aiutare gli italiani"

- 9) "Portano le malattie"

- 10) "Sono tutti musulmani"

- 11) "Tra chi sbarca i profughi sono una minoranza"

- 12) "Non è vero che scappano tutti dalla guerra"

- 13) "Rimandiamoli a casa loro"

- 14) "Aiutiamoli a casa loro"

 

1) "C'è un'invasione"

 

Dall'inizio del 2015, secondo i dati dell'UNHCR, sono sbarcate in Italia 121mila persone (di cui il 78% uomini, il 12% donne e il 10% bambini). Una cifra che corrisponde allo 0,2% della popolazione italiana. Mario Morcone, capo del dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, intervistato da Redattore sociale, ha spiegato che, proprio basandosi su questi numeri, parlare di emergenza o invasione è sbagliato, aggiungendo inoltre:

Per quanto riguarda gli arrivi i numeri sono esattamente gli stessi dell’anno scorso, ci saranno mille, duemila persone in più, quindi probabilmente arriveremo a fine anno con un bilancio di circa 180mila, 170mila persone sbarcate, in linea [...] con la pianificazione che come ministero avevamo già fatto.

Altro dato da considerare è che gran parte delle persone arrivate in Italia non resta ma continua il proprio viaggio (anche dentro le maglie delle organizzazioni di trafficanti di essere umani) verso il Nord-Europa. Nel 2014, su 170mila arrivi, solo in 66mila hanno fatto richiesta di asilo.

Attualmente in Italia, nei centri di accoglienza, ha spiegato il ministro dell'Interno, «ci sono 95mila migranti», cioè lo 0,16% della popolazione italiana. Comparando, inoltre, le richieste accettate dallo Stato italiano con quelle degli altri paesi Europei e nel mondo, l’UNHCR specifica che «il numero di rifugiati accolti dall’Italia rimane modesto». Nel vecchio continente nel 2014 si è registrata la quota record di 626mila richieste d’asilo, ma il nostro paese in media, scrive l’agenzia delle Nazioni Unite, «accoglie un rifugiato ogni mille persone, ben al di sotto della Svezia, con più di 11 rifugiati ogni mille, la Francia (3,5 ogni mille) e della media europea (1,2 ogni mille). In Medio Oriente, il Libano, al confine con la Siria, accoglie circa 1,2 milioni di rifugiati, pari a un quarto della popolazione del paese».

A livello mondiale l’86% dei rifugiati del mondo trova accoglienza nei paesi vicini a quelli di fuga. Come sottolinea l’ultimo rapporto sulla protezione internazionale del 2014 – di Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo per rifugiati), Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani), UNHCR, Caritas e fondazione Migrantes –, Pakistan, Etiopia, Sud Sudan e Kenya hanno da soli provveduto a dare asilo a 2,8 milioni di rifugiati, corrispondenti al 24% del totale mondiale, mentre in Europa arriva meno del 10% dei richiedenti asilo.

Scrive, inoltre, Davide Mancino su Wired che «i dati dell’ultimo rapporto sulle migrazioni internazionali dell’OCSE, aggiornati al 2012, mostrano che in Italia la percentuale di stranieri è al 9,4% – più bassa che in Francia o nel Regno Unito, e molto inferiore a Germania e Spagna».

Ma nonostante questi dati, la presenza degli immigrati nel proprio paese, in base a una ricerca condotta da Ipsos Mori nel 2014, viene sovrastimata praticamente ovunque.

via The Guardian

2) "Prendono 40 euro al giorno"

Questi soldi non vanno in tasca ai migranti, ma rappresentano i costi giornalieri (vitto, alloggio, pulizia dello stabile e manutenzione) di gestione per persona sostenuti da quelle organizzazioni di cui i comuni – che partecipano al bando Sprar (Sistema di protezione e accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo) – si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. Come previsto dall’ultimo bando 2014/2016, gli enti locali hanno l’obbligo di presentare un piano finanziario che deve essere approvato da una commissione formata da rappresentanti di enti locali (Comuni, Province e Regioni), del ministero dell’Interno e dell’Unhcr.

Le spese di gestione per migrante, valutate in media intorno ai 35 euro pro capite pro die, possono subire delle variazioni da regione a regione, secondo il costo della vita locale e dell’affitto delle strutture. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo. Ai migranti viene corrisposto direttamente il cosiddetto pocket money (pari a 2,5 euro giornaliere), utilizzato per le piccole spese quotidiane.

 

3) "Ci rubano il lavoro"

Non si può affermare che l’immigrazione determini la perdita di lavoro da parte degli italiani o che abbia influenza al ribasso sulle loro retribuzioni. Come riporta il V rapporto "I migranti nel mercato del lavoro in Italia" del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nel 2014 «la variazione positiva del numero di occupati (pari a +0,4% rispetto al 2013) è da attribuire esclusivamente alla componente straniera», visto il calo di quella dei cittadini italiani.

Un fenomeno non nuovo, visto che – continua il rapporto – negli ultimi 9 anni, «seppur con lievi incrementi, la forza lavoro straniera ha controbilanciato l’emorragia occupazionale che ha investito quella italiana». Ma la crisi economica ha colpito duramente anche i lavoratori stranieri.

Prima di tutto, il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri, infatti, spiega il report del Ministero, «pur mantenendo performance migliori rispetto alla controparte italiana, ha conosciuto una costante contrazione»: «In 5 anni il valore dell’indicatore nel caso dei cittadini comunitari è calato di 5,5 punti (68,1% nel 2010 a fronte del 62,6% del 2014), così come è calato il tasso degli extracomunitari di 4,1 punti (dal 60,8% al 56,7%); riduzioni molto più ampie rispetto ai -0,8 punti in cinque anni rilevati per gli occupati italiani».

In contemporanea, il tasso di disoccupazione degli stranieri è cresciuto in maniera costante tra il 2010-2013, «per poi rallentare e decrescere nel 2014», all’opposto di quello italiano, che nell’anno precedente al 2015 ha raggiunto il 12,2% rispetto all’11,6% del 2013.

Per un quadro più completo è necessario però specificare che, per quanto riguarda gli stranieri la domanda del sistema economico-produttivo italiano «è pressoché schiacciata su professionalità low skills». Più del 70% dei lavoratori stranieri lavora, infatti, come operaio. Di conseguenza il salario è basso e molti lavoratori stranieri sono costretti a portare avanti due lavori, con una percentuale maggiore (2,2%) di quella degli italiani (1,2%). Inoltre – come riporta lo studio del Ministero – il costo della manodopera straniera è basso: «fatti 100 i dipendenti Ue ed Extra Ue, poco meno del 40% percepisce un salario fino a 800 euro (nella medesima classe gli italiani sono il 15,2%)».

In più, a parità di qualifica ci sono differenze sostanziali a seconda della cittadinanza: «prendendo in esame la qualifica di operaio, il 22,5% degli italiani percepisce meno di 800 euro mensili, a fronte del 41,2% dei lavoratori stranieri comunitari e del 40,6% di quelli extracomunitari». Una situazione lavorativa, quello degli stranieri, che non comporta una “concorrenza” verso gli italiani. A spiegarlo è il Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) in uno studio del 2012 dal titolo “Il ruolo del migrante nel mercato del lavoro in Italia” (in collaborazione con il ministero delle politiche sociali): «la presenza immigrata non ha un ruolo significativo nell’influenzare la probabilità per un lavoratore italiano di perdere l’occupazione entrando nella disoccupazione. Non c’è un effetto concorrenza».

Al contrario – si legge in un recente report "Il valore dell'immigrazione in Italia" della fondazione Leone Moressa – gli studi sottolineano con crescente preoccupazione la dualità del mercato del lavoro italiano e l’etnicizzazione di alcune professioni». Inoltre, spiega ancora il Cnel, l’immigrazione non ha un’influenza al ribasso verso la paga di un lavoratore italiano. Dato ribadito nello studio citato sopra della Fondazione Moressa in cui si legge che secondo il CRELI (Centro di ricerca per i problemi del lavoro e dell’impresa) «l’immigrazione non ha un effetto significativo sulle retribuzioni, ma invece esiste un elevato gap tra le retribuzioni degli italiani e degli stranieri a sfavore di quest’ultimi», dovuto alle basse qualifiche ricoperte dagli immigrati e alle loro difficoltà negli avanzamenti di carriera.

Secondo la ricercaMIPEX 2015. Migrant Integration Policy Index”, l’Italia presenta criticità rispetto agli altri paesi europei riguardo l’inserimento dei migranti nel mondo del lavoro. Come si legge nei risultati della ricerca, «da un lato, numerosi giovani migranti non risultano né inseriti nel mondo del lavoro né inquadrati in un percorso di formazione, dall’altro c’è invece il problema opposto, ossia, non si riesce a soddisfare l’alta formazione degli immigrati, che continuano a svolgere lavori che non sempre rispecchiano il loro livello di studio».

Gli immigrati soffrono, infatti, di una “eccessiva” istruzione – come mostrato da un’indagine dell’Istat – rispetto al livello che viene richiesto dal lavoro svolto. Ciò provoca una segmentazione del mercato del lavoro che coincide con un’imperfetta e parziale assimilazione economica degli immigrati, e che in parte è dovuta a fenomeni di discriminazione.

Ma a fronte di queste disomogeneità e criticità, gli immigrati hanno un impatto benefico sull’economia italiana. Come si legge nel rapporto del ministero dell’Interno, gli effetti potenziali dell’immigrazione sono numerosi, dai prezzi dei beni di consumo e delle abitazioni, alla fruibilità dei servizi pubblici, dall’integrazione culturale ad altri ambiti dell'economia. In termini di ricchezza nazionale, scrive il Sole 24 ore gli stranieri occupati, che nell’ultimo anno hanno raggiunto i 2,3 milioni, in aumento del 5% rispetto all’anno precedente, «hanno contribuito alla produzione di circa 123 miliardi di euro di valore aggiunto, ovvero l’8,8% della ricchezza nazionale complessiva».

Inoltre, come calcolato dalla Fondazione Moressa, il saldo tra spesa pubblica e tasse pagate dagli stranieri è positivo, per un valore di 3,9 miliardi.

Infine, il "V Rapporto Idos su Imprese e Immigrazione" mostra come anche nel 2014 (in un periodo di crisi) la crescente diffusione dell’iniziativa imprenditoriale immigrata contribuisce a bilanciare la lieve ma progressiva contrazione della base imprenditoriale autoctona, duramente provata dalla crisi.

 

4) "Dormono in hotel di lusso"

I migranti giunti in Italia non dormono in hotel a 5 stelle con piscina, ma, in attesa che la loro richiesta d’asilo venga esaminata, alloggiano in alberghi, b&b o appartamenti affittati ad hoc. Si tratta di strutture ricettive di solito non propriamente dedicate all’accoglienza, utilizzate dai prefetti come Centri per l’Accoglienza Straordinaria (Cas) in situazione di carenza di posti nei Centri d’Accoglienza per Richiedenti Asilo (Cara). I gestori di tali strutture firmano una convenzione con la prefettura locale, che li impegna a dare assistenza a richiedenti asilo e minori non accompagnati con un compenso giornaliero di 30/35 euro per ciascuna persona ospitata. Le condizioni di soggiorno non sono così ottimali come si potrebbe immaginare quando si pensa a un albergo.

Spesso si fa ricorso a sistemazioni di fortuna prive delle adeguate strutture igieniche e di sicurezza. Come a Castelfiorentino, dove 36 persone sono state ospitate in una casa colonica fatiscente, lontano dal centro abitato e in aperta campagna. O a Ragusa, dove le brandine per gli ospiti sono state collocate sulle piste da ballo di un night club in disuso. O a Portogruaro, dove è stata utilizzata una palestra scolastica, diventata vivibile grazie all’impegno di volontari di una cooperativa sociale, giovani e anziani.

Anche i servizi forniti molto spesso sono carenti. Le persone ospitate in queste strutture non hanno bisogno solo di assistenza sanitaria, ma anche psicologica e legale, e chi lavora nei centri, spesso, non ha le competenze per garantire tale supporto. D’altronde, lo schema di convenzione indica solo dei requisiti logistici minimi da soddisfare e non è raro che gli unici operatori presenti siano quelli addetti all’erogazione dei pasti e alla sorveglianza notturna delle strutture.

Con la diffusione a macchia di leopardo di questi luoghi, il controllo capillare appare difficilissimo da garantire. Tuttavia, come ha affermato in una recente intervista il capo dipartimento immigrazione del ministero dell’Interno, Mario Morcone: «prefetture, agenzie internazionali e ministero stanno cercando di adottare nuovi strumenti per migliorare il monitoraggio e verificare inefficienze ed eventuali situazioni di illegalità». Più che le condizioni lussuose di soggiorno dei migranti, gli alberghi e gli altri centri di accoglienza straordinaria testimoniano le criticità del nostro sistema d’accoglienza, una cipolla a più strati, dove la straordinarietà di situazioni e strutture diventa ordinarietà, l’emergenza si fa strutturale.

Infine, un migrante, se richiedente asilo o titolare di una protezione internazionale, può finire in un centro Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), e partecipare a uno dei progetti di accoglienza integrata sul territorio. A differenza dei Cas, gli Sprar non si limitano a dare vitto e alloggio, ma cercano di coniugare le esigenze della comunità locale con i bisogni dei richiedenti asilo, attraverso l'utilizzo di personale altamente qualificato. 

 

5) "Hanno pure il telefonino quindi non sono poveri"

Quest’affermazione si fonda su un corto circuito cognitivo: un migrante (associato alla figura della persona sul barcone senza nulla) non può possedere un oggetto come uno smartphone (associato alla categoria dei beni di lusso, simbolo delle tecnologie più avanzate). Invece, come spiega il New York Times, gli smartphone sono beni di prima necessità per chi fugge da guerra e fame, si sposta tra paesi e continenti diversi e deve geolocalizzarsi per capire dov'è: «Ogni volta che vado in un Paese nuovo - dice Osama Aljasem, docente di musica trentaduenne proveniente dalla Siria - compro una scheda SIM, attivo Internet e scarico le mappe per localizzare dove mi trovo».

La richiesta di una connessione wifi non è un capriccio di un rifugiato viziato. È la via per comunicazioni più lunghe e meno costose con i familiari che sono lontani, come testimoniato dal progetto "Welcome Taranto", realtà impegnata in Puglia nell’assistenza agli immigrati e che, dotandosi di una rete wifi, ha consentito ai migranti di potersi connettere con i loro parenti: «Ci è bastato chiedere: “di cosa avete bisogno?” – racconta su Chefuturo! uno degli ideatori dell’iniziativa – per capire che l’accoglienza non è solo un pasto caldo. Abbiamo fatto un’assemblea con i migranti e tra le varie esigenze, quella più concreta emersa con forza era proprio la possibilità di collegarsi a internet».

La tecnologia mobile ha un ruolo sempre più importante: consente comunicazioni satellitari durante le migrazioni per condividere rotte, informazioni su eventuali pericoli, notizie di arresti e movimenti delle guardie di frontiera, consigli sui luoghi migliori dove poter soggiornare e per parlare con i propri cari di rotta in rotta. Vengono usati anche per monitorare passaggi di denaro e per trasferire le rimesse. Inoltre, è diffuso il loro uso nell’agricoltura e nell’allevamento, per capire su quali terreni portare le proprie greggi a pascolare, ad esempio, o individuare dove sono localizzati i pozzi per trovare acqua.

Aggiunge Alessandro Gilioli, giornalista dell'Espresso

I cellulari in mano agli africani sono, di solito, cinesi o occidentali-rigenerati, ma ormai ci sono anche produzioni locali. Non si va certo a comprarli nei negozi in città (quelli con le vetrine), ma sulle bancarelle o attraverso le varie forme di commercio informale (il cugino dell'amico dello zio della vicina). In questo modo, si riescono a trovare device perfettamente funzionanti e a volte di marca tra i 15 e i 30 dollari.

 

6) "Con gli immigrati aumenta la criminalità"

Come ha dichiarato di recente il ministro dell’Interno Alfano, «numeri alla mano, è indimostrabile che ci sia stato un aumento dei reati in connessione con l'aumento dei migranti». Anzi, secondo i dati del Ministero, nei primi quattro mesi del 2015 si è registrato un calo del 15% di reati rispetto all'anno precedente. A Brescia, ad esempio, la provincia con il più alto numero di immigrati, si è registrato un crollo dei reati del 23% rispetto al 2013.

Nell’ultimo rapporto ISMU sui detenuti in Italia si legge che su 50.000 carcerati, gli stranieri sono quasi un terzo (il 32,6%), in calo costante rispetto agli anni scorsi: il 3% in meno rispetto al 2014, il 17% in meno rispetto al 2013, circa il 20% in meno rispetto al 2010 (68.000 carcerati) quando la popolazione carceraria ha raggiunto il suo picco dagli anni ‘90. 

 

Inoltre, il fatto che la percentuale di detenuti stranieri in Italia sia superiore alla media europea di oltre 11 punti (in Europa su un totale di 1.737.000 detenuti, il 21% è straniero) è effetto – si legge nel rapporto dell’associazione Antigone, sulle condizioni di detenzione in Italia, – della rara possibilità di concedere ai cittadini stranieri misure detentive alternative al carcere perché, senza un permesso di soggiorno che ne attesti un domicilio stabile, non possono essere tenuti agli arresti domiciliari.

 

7) "Arrivano e non se ne vanno"

Come mostrano i dati del Viminale (aggiornati al 7 agosto scorso), nel 2015 un irregolare su due è stato rimpatriato. Si tratta per buona metà di immigrati provenienti dall’est Europa: albanesi (3250 rimpatri), tunisini (921), marocchini (680), moldavi (337).

via La Stampa

 

La Polizia di Stato, in un report, spiega che «l’espulsione è il provvedimento madre di allontanamento dello straniero dal territorio nazionale e può essere eseguito mediante: ordine del questore a lasciare il territorio dello Stato entro 7 giorni; accompagnamento coatto alla frontiera italiana; rimpatrio volontario o forzato nel Paese di origine». «Con la Nigeria, la Tunisia e l’Egitto – scrive ancora la Polizia – vi sono degli accordi di riammissione che permettono periodicamente di organizzare dei voli charter», aggiungendo che ne «sono in previsione altri con il Gambia, la Costa d’Avorio e il Senegal».

Riuscire a monitorare il numero di quanti immigrati lasciano l’Italia non è però semplice. I dati ufficiali, si legge in un report della Fondazione Leone Moressa, non riescono a fotografare l’intera dimensione del fenomeno in quanto prendono in considerazione soltanto le cancellazioni dalle anagrafi. Molti immigrati fanno ricorso, inoltre, al programma di Rientro Volontario Assistito (RVA), una misura finanziata dal 2009 dallo Stato italiano avvalendosi di risorse comunitarie (Fondo Europeo Rimpatri). Il RVA è una misura che permette ai migranti non comunitari di ritornare in modo volontario e consapevole nel proprio paese di origine in condizioni di sicurezza e con un’assistenza adeguata.

Il programma, infatti, prevede assistenza per l’organizzazione e il pagamento del viaggio e, in alcuni casi, anche il supporto a progetti individuali di reintegrazione sociale e lavorativa nel paese d’origine con l’erogazione di beni e servizi. Il numero di beneficiari di progetti di RVA è progressivamente aumentato negli anni: dalle 228 persone del 2009-2010 alle 1015 del 2013-2014, per un totale di 3.219 persone in 5 anni. Oltre la metà di essi era in possesso di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro senza la possibilità di rinnovarlo.

Inoltre, per quanto riguarda la presenza di immigrati irregolari sul territorio italiano, l'Ismu stima che il numero negli anni è calato drasticamente, fino a rappresentare il 6% del totale degli stranieri in Italia (circa 300mila persone).

 

8) "Ci costano troppo con quei soldi potremmo aiutare gli italiani"

«La percezione dell’opinione pubblica rispetto alla spesa dell’Italia per il mantenimento del sistema di accoglienza per richiedenti asilo appare fortemente squilibrata e sovrastimata», scrivono Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin su Lavoce.info. I tre studiosi della Fondazione Leone Moressa giungono a questa conclusione dopo aver confrontato la spesa sostenuta in politiche dell’accoglienza da parte degli stati membri dell’UE. Analizzando i dati di uno studio dell’European Migration Network del 2011 si vede come la spesa sostenuta dall’Italia – pur in un periodo di emergenza sbarchi – non sia particolarmente superiore rispetto agli altri paesi dell'Unione europea. Ad oggi, la fondazione Ismu calcola che l'accoglienza costa agli italiani circa 11 euro all'anno a testa.

Inoltre, sempre secondo i calcoli dell'istituto, l’impatto sui conti pubblici delle due differenti operazioni militari e umanitarie di salvataggio Mare Nostrum e Triton, è stato basso: rispettivamente di 2 euro al mese per cittadino per la prima e 0,50 euro per la seconda. Ulteriore chiarezza va fatta sulla natura dei fondi. Alcuni, infatti, sono nazionali, altri europei. Come si legge nell’ebookLe migrazioni internazionali ai tempi della crisi”, per le politiche di inclusione esistono tre fonti pubbliche differenti di finanziamento: i fondi locali ovvero quelli dei bilanci dei Comuni e delle Regioni, i fondi nazionali (decisi a livello centrale) e i fondi europei (assegnati dalla Commissione Europea).

Negli anni – scrive Marco Accorinti, ricercatore del Cnr, nel libro – si è assistito a una drastica diminuzione dei finanziamenti dei fondi nazionali: tra i tagli per l’assistenza sociale in Italia le voci di spesa destinate all'inclusione per immigrati hanno avuto una riduzione maggiore fino all'azzeramento.

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Inoltre, secondo i calcoli dell'associazione Lunaria, impegnata nella ricerca sui temi dell'economia, del terzo settore e delle migrazioni, lo Stato italiano ha cofinanziato per la programmazione 2007-2013 i fondi europei per il contrasto e l'accoglienza per il 57%. Tali fondi sono così distinti: Fondo Europeo per i Rifugiati (FER), per politiche e sistemi d’asilo degli Stati membri; Fondo Europeo per i Rimpatri (FR); Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi Terzi (FEI); Fondo Europeo per le Frontiere Esterne, finalizzato al controlli delle frontiere esterne. Con la nuova programmazione 2014/2020 sono stati introdotti il “Fondo asilo migrazione e integrazione” (FAMI) – che riunisce i precedenti fondi FEI, FER e FR – e il “Fondo Sicurezza Interna” (FSI). La dotazione finanziaria per il programma è di 3.137,42 miliardi di euro. La maggior parte dei finanziamenti (più dell'80%) saranno erogati secondo la gestione condivisa, cioè in cooperazione con gli Stati membri.  

9) "Portano le malattie"

Uno dei luoghi comuni più diffusi è che i migranti portino malattie, come la tubercolosi e l’epatite A o di virus come l’Ebola e l’HIV e, all’arrivo nel nostro paese, siano pericolosamente infettivi. Non è vero. Innanzitutto perché l’HIV o le epatiti sono virus a trasmissione sessuale o, nel caso dell’epatite A, oro-fecale e, quindi – come spiega Maria Rita Gismondo, responsabile del laboratorio di Microbiologia clinica dell’ospedale Luigi Sacco di Milano e docente all’Università degli studi di Milano –, l’eventualità del contagio esiste solo tra i migranti stessi.

E poi perché, al loro arrivo in Italia, i migranti soffrono di malattie contratte a causa dei lunghi viaggi senza possibilità di cure igieniche, come la micosi o la scabbia (tra l’altro negli ultimi anni in incremento in Italia e facilmente curabile). Un’indagine epidemiologica condotta nel 2014 dall’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP) nell’ambito territoriale Asl Roma B mostra come le principali patologie dermatologiche di tipo infettivo riscontrate in 3870 profughi in transito verso paesi nordeuropei e senza copertura sanitaria fossero la scabbia, la foruncolosi e l’impetigine. 

 

I migranti, dunque, non costituiscono un rischio igienico-sanitario elevato. Più che di untori, si dovrebbe parlare di soggetti vulnerabili. Secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità tra maggio 2011 e giugno 2013 su oltre 5.000 persone ospitate presso centri di accoglienza, si sarebbero evidenziate solo 20 allerte statistiche.

 

A tal proposito, l’epidemiologo dell’INMP Giovanni Baglio ha parlato di «effetto migrante esausto», che porta chi è sano ad ammalarsi qui in Italia, a causa delle condizioni di estrema povertà, associate a scarsissima igiene nelle abitazioni, o al fatto di lavorare in situazioni a rischio.  

 

10) "Sono tutti musulmani"

Solo un terzo di chi migra nel nostro paese è musulmano. «L’incidenza dei cristiani, superando la metà del totale (53,9%), mostra – si legge nel dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes – quanto sia improprio in Italia agitare lo spettro di una “invasione” di persone di diversa religione, mentre i musulmani sono un terzo (32,9%) e i fedeli di tradizioni religiose orientali (induisti, buddhisti e altri) poco più di un ventesimo (5,9%)».

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Il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) riduce, addirittura, la stima dei musulmani a circa il 26%, conteggiando gli immigrati in base all’effettivo contatto con un’organizzazione della loro religione in Italia. Come scrive il ricercatore Andrea Spreafico ci sono due luoghi comuni molto diffusi sulla presenza islamica in Italia: far coincidere l’appartenenza nazionale con quella religiosa, per cui si pensa che la provenienza dell’immigrato da un paese musulmano implichi necessariamente il suo essere religioso e dare per scontato che tutti i musulmani siano praticanti.

Questo tipo di associazione – prosegue il ricercatore – è probabilmente alla base della percezione sovrastimata della presenza di musulmani in Italia, come mostrato dalla rielaborazione di Fanpage di uno studio dell'Economist su presenza reale e percepita della popolazione di credo musulmano in Europa.

 

11) "Tra chi sbarca i profughi sono una minoranza"

Più che fornire un dato, questa frase evidenzia la superficialità nell'affrontare il fenomeno migratorio. Molto spesso, ad esempio, si fa confusione linguistica e giuridica tra "profugo" e "rifugiato", come spiega la Treccani: «Nella prassi, di fatto, i due termini vengono impropriamente sovrapposti, ma è lo status di rifugiato l’unico sancito e definito nel diritto internazionale fin dalla Convenzione di Ginevra del 1951». In Italia, a livello giuridico, sono previste tre forme di protezione internazionale:

1) Rifugiato: è colui che, in base ai requisiti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra, “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

2) Protezione sussidiaria: è destinata a chi necessita di una forma di protezione internazionale perché in caso di rimpatrio sarebbe in serio pericolo a causa di conflitti armati, violenza generalizzata o per situazioni di violazioni massicce dei diritti umani.

3) Protezione umanitaria: chi, pur non rientrando nelle altre due categorie, viene reputato un soggetto a rischio per gravi motivi di carattere umanitario. Il riconoscimento di uno status è l’esito di un iter piuttosto complesso e lungo. Spiega infatti Valeria Carlini del CIR (Centro Italiani Rifugiati) che non c’è automatismo tra paese di provenienza e riconoscimento della protezione di rifugiato:

La valutazione delle storie personali è imprescindibile, è il fondamento stesso del diritto d’asilo. Non si può assolutamente escludere che tra le persone che vengono dal Pakistan, dal Gambia, dal Ghana ci siano chi è meritevole di protezione, anzi. Non è pensabile tener conto solo del paese d’origine, perché si deve sempre valutare anche il livello di vulnerabilità delle persone e della situazione di rischio che si lasciano alle spalle. Per questo le procedure vanno seguite con attenzione: anche un solo diniego sbagliato può portare a conseguenze gravissime sulla vita della persona che lo subisce.

I dati sulle richieste di protezione internazionale presentate in Italia nel 2014, rielaborati dal CIR, mostrano che il 60% delle domande esaminate sono state accettate: nel 10% dei casi è stato riconosciuto lo status di rifugiato, nel 22% la protezione sussidiaria e nel 28% la protezione umanitaria.

 

Per quanto riguarda il 2015, i numeri mostrati dal ministro dell'Interno, Angelino Alfano, lo scorso ferragosto, raccontano di un aumento delle domande esaminate respinte (che superano di poco il 50%), con la protezione umanitaria che resta, tra le tre, quella più concessa. 

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12) "Non è vero che scappano tutti dalla guerra"

È una banalizzazione che non inquadra la complessità del fenomeno migratorio. Nel nostro lavoro Essere Migranti, abbiamo raccontato, infatti, – attraverso i report di Amnesty International –, come moltissime delle persone arrivate in Italia, fuggano da miseria, guerre, conflitti, persecuzioni e violenze da parte di gruppi terroristici. I dati del ministero dell'Interno documentano infatti che i principali Stati di origine dei migranti al 31 agosto del 2015 sono: Eritrea (30.493), Nigeria (14.489), Somalia (8.747), Sudan (6.901), Siria (6.546) e Gambia (5.422). Giusy Baioni analizza nel dettaglio sul Fatto quotidiano le situazioni politiche e sociali dei Paesi dell'Africa, mostrando come non solo i siriani sono in fuga dalla guerra.  

 

13) "Rimandiamoli a casa loro"

Come ha detto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, «vista la situazione politica, non è possibile attuare politiche di rimpatrio con i paesi dai quali proviene la maggior parte dei migranti perché non c’è modo di avere accordi né su base nazionale né europea».

In assenza di accordi con i paesi di provenienza, l’alternativa è il rientro volontario assistito. Ma il punto critico spiega il viceprefetto e dirigente del Dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno, Maurizio Falco: «è riuscire a trovare forme di incentivo per convincere il migrante a partire. Il ritorno a casa è vissuto, infatti, come una sconfitta del progetto migratorio».

«Al tema del ritorno – scrive Carla Olivieri di RIRVA, rete di organismi internazionali, associazioni, ONG ed enti pubblici, che si occupa di rientro volontario assistito – è ancora attribuita una collocazione incerta, figlia da una parte di fasi politiche in cui esso era incluso dentro logiche “espulsive” e di sicurezza e dall’altra di una certa inerzia che porta il nostro paese ad affrontare il tema solo come adempimento di talune indicazioni comunitarie e non come oggetto di politiche complessive e sinergiche sul tema».  

 

14) "Aiutiamoli a casa loro"

Aiutare i migranti nei loro paesi di provenienza non può prescindere da valutazioni sul contesto geo-politico di quelle aree caratterizzate, come spiegato prima, da guerre, miseria e difficili condizioni di vita. Come scrive Vittorio Longhi, giornalista esperto di diritti umani e del lavoro, «i conflitti, l'impoverimento cronico, i cambiamenti climatici a cui sono più esposte quelle aree del pianeta spingono a una riflessione urgente sui rapporti economici e sul ruolo che i nostri paesi hanno avuto e continuano ad avere nelle cause dei tanti esodi».

Aiutarli a casa loro – prosegue Longhi – significa pensare a misure di lungo termine per stabilizzare la situazione in Sudan, Somalia, Eritrea, Congo, Siria. Significa intervenire sui traffici illeciti di armi, avorio, oro e diamanti, mercanti di minerali e materie prime che garantiscono affari tra trafficanti e governanti corrotti. «Si stima che ogni anno l'Africa sub-sahariana rimetta 192 miliardi di dollari tra i profitti delle multinazionali straniere, il debito accumulato, corruzione ed evasione fiscale, la perdita di forza lavoro qualificata. E quanto riceve in cambio l'Africa, attraverso gli aiuti allo sviluppo? Circa 30 miliardi di dollari».

Invece, come mostra il progetto europeo di quindici giornalisti The Migrants Files, l’intervento dell’Europa e degli Stati membri verso il nord Africa si risolve in “assistenza tecnica per dittature di vicinato”. «Sono stati spesi – si legge nell’indagine – 75 milioni per aiutare la Tunisia (durante la reggenza di Ben Alì), l’Egitto, la Libia, l’Algeria e la Mauritania a impedire l’attraversamento del Mediterraneo a migranti e rifugiati, molto spesso non tenendo conto delle implicazioni sui diritti umani».

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