Formula 1, Mario Poltronieri e le telecronache piene di umanità

«Erano altre gare, piene di guasti e ritiri con tanti spunti Oggi? L’ala mobile è una porcheria, i cambi gomme poi...»

A lezione da Mario Poltronieri. Per decenni e fino a metà anni Novanta, il giornalista milanese è stato la voce della Formula 1 sulla Rai. A quasi 86 anni – li compirà a novembre – ha ancora molti interessi, che vanno ben al di là del mondo dei motori. Raggiungerlo è assai complesso, ma quando ce la fai – magari dopo un corteggiamento di giorni e giorni – inizia la sinfonia. Ti mette a tuo agio con grande cordialità e poi parte a spron battuto: è delittuoso interrompere i suoi racconti carichi di umanità e fascino. E che partono sempre da lontano, talvolta anche dalla Libia.

Le piace la Formula 1 attuale?

«Che spettacolo il Gran premio di Tripoli, si è corso dal 1925 al 1940… Vada su youtube e guardi che immagini, per esempio le Mercedes in sbandata controllata sono da brivido. Ora ci si annoia, con la tecnologia e con le telecamere collocate ovunque una macchina può andare a 340 all’ora o a 120 e il telespettatore non percepisce la differenza. Le monoposto sembrano viaggiare sui binari».

Per favorire lo spettacolo hanno introdotto il Drag reduction system, il Drs, che altro non è che un’ala mobile…

«Un’autentica porcheria che snatura ulteriormente la competizione: se uno è dietro perché deve avere l’aiutino? E anche i cambi gomme messi lì per rimescolare le carte? Vogliamo parlarne?»

Certo, parliamone.

«Se io fossi un uomo Pirelli sarei molto incavolato. Le doti principali dei buoni pneumatici sono affidabilità e resistenza: se ogni 20 giri sono costretto a cambiarli che pubblicità è per il mio prodotto?».

Al netto di gomme esplose la chiamiamo Formula noia, allora?

«Ogni tanto mi dicono: “le sue telecronache erano tutt’altra cosa rispetto alle attuali”. Tante grazie: adesso si presentano sulla griglia di partenza 22 auto e arrivano in 22. Tranne la partenza, di solito, c’è ben poco da vedere. Quando c’ero io al microfono, al via erano in 40 e al traguardo erano sì è o no 12 o 15. Ogni ritiro ti dava uno spunto, le noie meccaniche andavano analizzate, così come gli errori dei piloti. E poi, purtroppo, c’erano molti più incidenti: io sono un ottimista, pensavo sempre che non fosse capitato il peggio quando vedevo una monoposto malconcia. Invece ho purtroppo dovuto raccontare molte disgrazie».

Quella di Senna per esempio.

«Andammo avanti con il collegamento per ore e ore, con le notizie che arrivavano in cabina in maniera frammentata anche se fu subito chiaro che Ayrton non ce l’avrebbe fatta. Fu un week-end terribile quello di Imola nel 1994».

Un’altra giornata tremenda fu quella in cui, proprio a Monza, persero la vita i moticiclisti Pasolini e Saarinen.

«Nel 1973 mi occupavo anche di moto (in gioventù Poltronieri ha corso sia con le due sia con le quattro ruote, ndr) e può immaginare che supporti tecnologici avessimo pure in quel caso. I corridori arrivavano lentamente sul traguardo, confermando che la gara era stata di fatto interrotta, e dallo studio ci mettevano pressione per descrivere quello che dalla nostra cabina non potevamo avere visto ma solamente intuito. E così dovevi mandare qualcuno di corsa a documentarsi».

Gli anni Settanta…

«Prendiamo il 1978: capitò di tutto e non mi riferisco solo alla morte del povero Ronnie Peterson nel Gp d’Italia. Negli Stati Uniti a John Watson esplose l’estintore mentre era in gara, in Argentina, in pieno regime di Jorge Videla, c’erano 50mila spettatori e 12mila poliziotti con il mitra spianato. Ogni volta che ti fermavano ti chiedevano il passaporto e la chiave della camera d’albergo: non era il caso di mostrarsi insofferenti».

Con Ezio Zermiani e Gianfranco Palazzoli formava una squadra imbattibile di commentatori.

«Grandissimi professionisti, così come lo erano gli altri con cui ho collaborato in precedenza. Sergio Noseda, poi, era altissimo e quindi aveva una visuale più ampia del circuito. Lo facevo sporgere il più possibile. Altro che adesso…».

A livello umano poi sembra esserci un abisso.

«Io per esempio ero molto amico di Michele Alboreto, lo seguivo fin da quando era giovanissimo. Più in generale potevi andare da un pilota e, che ti conoscesse o meno, scambiare con lui un paio di chiacchiere come persone normali. Ora prima devi passare dagli sponsor per programmare un’intervista. Ma in televisione è cambiato tutto, non solo nello sport».

Dica…

«Sono strabiliato dai programmi di oggi: rischiamo la terza guerra mondiale e continuano a trasmettere film violenti. Sono appassionato di armi ma questo tipo di proposta televisiva mi dà fastidio. Le racconto un altro aneddoto bellico: nel 1938 il primo ministro inglese Chamberlain si disse convinto che non sarebbe esplosa la seconda guerra mondiale. Mia madre pensò il contrario e decise di acquistare una casa ad Asso, vicino a Como. Quando Milano venne bombardata, nel 1942, noi sfollammo lì e non abbiamo avuto problemi. Bisogna ragionare sempre con la propria testa, mai prendere per buona la soluzione più comoda».

E della Ferrari cosa mi racconta?

«Dopo la scomparsa del fondatore Enzo e la fuoriuscita di Mauro Forghieri è cambiato tutto. Arriviamo al giorno d’oggi? Arrivabene è uno dell’ambiente, sa come muoversi ma non è un tecnico. La conferma di Raikkonen mi è sembrata comunque corretta, è indubbiamente un buon pilota, il secondo ideale per Vettel. Ma lo strapotere attuale della Mercedes è chiaro ed evidente: a Maranello c’è tanto da lavorare per tornare ai vertici assoluti».

Oggi, invece, quali sono i suoi obiettivi?

«Mi documento e continuo a scrivere e a leggere. Ho una grandissima passione per i sommergibili: la loro storia e i modellini mi affascinano. Obiettivi diceva? Michel Houellebecq sostiene che nel 2022 il Parlamento francese sarà a maggioranza islamica: io punto a esserci per vedere se abbia ragione lui o meno».

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