Il talk show assolve i talk show

Un “Processo” ai talk show al festival Internazionale del Giornalismo. Le principali accuse: dall'uso improprio dei social alla chiusura tardiva. In collaborazione con l'istituto di formazione per il giornalismo di Urbino

PERUGIA. Un dibattito sui talk show…facendo un talk show. Un prolungato abuso di format, la chiusura tardiva, un uso improprio dei social network sono i fattori scatenanti della crisi dei talk show in Italia, sempre meno seguiti dal pubblico che intravede in questi uno specchio della situazione politica attuale. In un’udienza si sono fronteggiati due opposti schieramenti: uno a favore del talk e uno contro, in una immaginaria udienza che si è tenuta a Perugia durante il Festival del giornalismo. “Processo ai talk show” è stato uno ‘scontro’ dialettico tra l’accusa, che ha imputato ai talk un ruolo ormai secondario nell’informazione – privilegiando l’intrattenimento - e la difesa, che ha provato a motivare le cause della crisi e a proporre nuove soluzioni.

Accusa. “Non condanno i talk show a priori, ma ci sono molte questioni a riguardo che andrebbero sviscerate”, ha detto Filippo Facci, giornalista di Libero, che ha sottolineato alcuni punti che stanno contribuendo alla crisi dei talk. “Innanzitutto ci sono troppi talk show – ha spiegato Facci – principalmente perché il costo della loro produzione è basso, e in molti casi si vede. Inoltre sono legati in maniera esagerata agli ascolti: il target è appetibile per le inserzioni pubblicitarie e all’informazione si preferiscono le discussioni da bar”. Il discorso è anche legato alla qualità dei contenuti e degli ospiti: “Chiunque parla in televisione – ha continuato il giornalista - crede di avere competenze, ma in realtà si creano in questo modo dei ‘mostri’, che a lungo andare nauseano il pubblico”. Poi ha fatto un parallelo con gli Usa: “I talk show americani vanno in onda soprattutto nelle televisioni a pagamento, al contrario di quello che avviene in Italia, dove la tv genera lista ne è invasa.


Io non sono un ammiratore del modello Usa, ma spero che un giorno i programmi italiani ci arrivino: un’ora di trasmissione, un relativo interesse per gli ascolti e un’informazione che non è solo intrattenimento”. Della stessa idea è la giornalista e conduttrice Selvaggia Lucarelli, che ha analizzato la situazione dati alla mano: “In Italia vengono trasmessi 19 talk show: 9 su La7, 6 sulla Rai e 2 spalmati sui canali Mediaset”. Il problema, secondo la Lucarelli, è riconducibile a 4 aspetti: la sovrabbondanza, “vedere 19 volte a settimana Salvini che dice le stesse cose è improponibile”; la complessità della realtà, in quanto esistono diverse letture delle notizie e si deve scegliere quale registro seguire, se quello emozionale o quello informativo; la mancanza di opposizione, che dalla scena politica si ripercuote anche sui media; la minore distanza tra gente e politici, grazie ai social network.

Difesa. Il conduttore di Piazza Pulita Corrado Formigli ha spiegato il compito che i giornalisti hanno nei talk show: “Quest’anno abbiamo iniziato la trasmissione parlando di Isis. Gli ascolti sono stati bassissimi. Ho cercato di aprire una finestra sul mondo, io sono un giornalista e voglio continuare a esserlo. Rivendico il mio ruolo e so che i miei telespettatori vogliono un contenuto giornalistico”. Nonostante ciò, il programma non può perdere il suo senso: “Ritengo dare voce a più argomenti. Talk significa parlare, che è importante. Ma c’è anche lo show. Su una rete generalista dobbiamo mantenere viva l’attenzione del pubblico. Nella mediazione tra parole e spettacolo sta la difficoltà del nostro mestiere. Siamo giornalisti, ma dobbiamo fare ascolti. È la legge del mercato e non c’è nulla di male”.

Per Marianna Aprile, giornalista di Oggi, “ognuno fa le nozze coi fichi che ha. I talk hanno fichi secchissimi”. La causa viene individuata nella “noia provocata dai temi politici, come si vede anche dall’astensionismo alle urne”. I format però riescono ad adeguarsi: “È fondamentale la creatività di chi fa i talk. Trattare gli esteri in prima serata, come ha fatto Formigli, è sinonimo di coraggio e novità”. Ma le nozze si fanno in due: “Se Formigli porta Kobane in prima serata, il pubblico deve vederlo. Ma noi telespettatori siamo pigri, quindi è anche un po’ colpa nostra. Anche il pubblico va processato”.

A conclusione del processo, il talk show è stato assolto. La giuria del pubblico nella sala dei Notari ha votato, per alzata di mano, a favore della difesa. La crisi dei talk è in atto, ma le persone continuano ad avere fiducia nel format.