La guerra di Karim: «I miei tre mesi sul fronte contro l’Is»

L'unico italiano che si è unito ai curdi a Kobane: «Ho rischiato la vita ogni giorno, ma dovevo fare qualcosa». La nostra intervista

ROMA. Quello che ha spinto Marcello “Karim” Franceschi a infilarsi dentro l’inferno di Kobane per combattere contro le milizie nere al fianco dei curdi è stato l’incontro con i bambini soldato, con i piccoli mutilati, durante una missione umanitaria. Era l’ottobre di un anno fa. Il 9 gennaio Karim, 25 anni, padre italiano e mamma marocchina, è entrato in città lasciando dietro di sè una lettera per spiegare perché era importante combattere per «l’esperimento di confederalismo democratico» rappresentato dalla regione autonoma del Rojava proclamata dai curdi. Tre mesi dopo, 8 aprile, ha lasciato il fronte e, da Senigallia (Ancona), tra gli amici del centro sociale Arvultura, racconta.

Karim, quando e perché hai deciso di partire?

«Quando in ottobre sono stato a Suruc a portare aiuti con la piattaforma “Rojava Calling”, ho letto la guerra negli occhi dei bimbi nei campi profughi. Eravamo a sette chilometri da Kobane, da lì si vedeva l’inferno, nessuno poteva entrare. Noi abbiamo raccolto informazioni sulle necessità, non c’era nessuno che portasse aiuti nei campi, servivano cibo e medicine, ma non mi sono visto a fare quello. In qualche modo volevo mettermi dalla stessa dei nostri partigiani: mio padre, Primo, scomparso quando avevo 12 anni, è stato uno di loro, ha combattuto in Toscana».

E così sei passato illegamente attraverso la Turchia.

«Sì. È stato molto difficile, la polizia turca sorvegliava attentamente, abbiamo scavalcato il filo spinato. Poi di notte, un pezzo in macchina a fari spenti, e dopo a piedi. Di là quasi tutta la città era in mano all’Is, tranne una piccola porzione in mano alle milizie di autodifesa, la città poteva crollare da un giorno all’altro. Io non avevo contatti, mi ha portato dentro un contrabbandiere, assieme a due giornalisti stranieri. Abbiamo trovato ad aspettarci i combattenti dell’Ypg (le forze curde di difesa) che controllavano tutto il confine».

Avevi mai sparato prima?

«Mai. Ho fatto quattro giorni di addestramento in una stradina sotto il bombardamento dei mortai. Avevamo armi vecchie e scadenti, roba sovietica, dall’altra parte hanno le migliori. Sono andato subito in prima linea: abbiamo difeso la città respingendo gli attacchi, e piano piano abbiamo liberato Kobane. Poi il fronte si è allargato e ho cambiato squadra, abbiamo raggiunto l’Eufrate liberando la campagna. Alla fine sono stato inviato sul fronte più calto, Tell Abiad, dove ho combattuto accanto al più grande combattente di Kobane, Hardem, conosciuto come “Musa the sniper”, morto il giorno dopo la mia partenza. Mi ha insegnato a vivere al massimo, nonostante tutto».

Quante volte hai davvero rischiato la vita?

«Quasi tutti i giorni. Una volta siamo finiti in territorio nemico e circondati. È stato molto duro, ho visto tanti compagni cadere. Ognuno aveva una granata da fare esplodere nel caso fossimo stati catturati».

Hai visto altri italiani?

«No, ero l’unico».

E ora credi che tornerai?

«Non so, ma Kobane è ancora in grandissimo pericolo. In centomila sono tornati, ma tra le macerie. Possiamo mandare sminatori, aiuti umanitari, ricostruire, se non vogliamo aiutare militarmente. Ma il fronte si è allargato, stiamo ancora subendo fortissimi attacchi, serve un ultimo sforzo da parte della coalizione internazionale. Tell Abiad è a pochi pochi chilometri dal fronte: se cade, cade Raqqa, “capitale” dell’Is. Kobane è circondata da tre lati e sul quarto è sotto embargo della Turchia che non fa passare aiuti, mentre dall’altra parte, al confine con la zona controllata dall’Is, è un’autostrada dove passa di tutto, dalle armi al petrolio».

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