Pacchetto anti-terrorismo, con un emendamento lo Stato potrà spiare i pc degli utenti

Siamo il primo paese europeo che “rende esplicitamente e in via generalizzata legale e autorizzato l’utilizzo di captatori occulti”, ossia di software malevoli installati sui pc a insaputa degli utenti, “da parte dello Stato”. Sarà sufficiente essere sospettati di qualunque reato - non solo legato al terrorismo - commesso per via informatica. La denuncia del deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli

C'è una brutta sorpresa nel pacchetto antiterrorismo in discussione alla Camera. “Da domani”, scrive Stefano Quintarelli, “per qualsiasi reato commesso a mezzo del computer – dalla diffamazione alla violazione del copyright o ai reati di opinione o all'ingiuria – sarà consentito violare da remoto in modo occulto il domicilio informatico dei cittadini”.

L'allarme del deputato di Scelta Civica e decano del digitale in Italia traduce le poche, vaghe righe aggiunte da un emendamento governativo all'articolo che consente “l'intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici” anche “da remoto”. Tradotto: siamo il primo paese europeo, dice Quintarelli, che “rende esplicitamente e in via generalizzata legale e autorizzato l’utilizzo di captatori occulti”, ossia di software malevoli installati sui pc a insaputa degli utenti, “da parte dello Stato”. Strumenti simili sono da anni discussi dalla giurisprudenza, ma il pericolo per gli esperti è che manchino adeguate tutele per i sorvegliati a fronte di un grado di invasione della riservatezza tale da tenere traccia di ogni singolo tasto digitato, a maggior ragione se si regola una materia tanto delicata senza alcuna trasparenza né dibattito pubblico.
 
Le critiche si aggiungono a quelle espresse dal Garante della privacy, Antonello Soro, su due ulteriori emendamenti voluti dal governo rispetto al testo uscito dal Consiglio dei ministri. Il primo, in palese contrasto con una recente sentenza della Corte di Giustizia europea, aumenta fino a due anni il periodo di “conservazione dei dati di traffico acquisiti” - precisando che sono esclusi i contenuti delle comunicazioni (ma solo quelli); il secondo consente di effettuare intercettazioni preventive anche per reati a sfondo terroristico compiuti per via informatica.
 
Modifiche che per il Garante “suscitano seria preoccupazione” e “alterano il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza”. In favore della seconda, si intende, anche quando il resto della norma era già sbilanciato sulle esigenze di controllo da parte delle forze dell'ordine, e anche al prezzo di limitare i diritti civili. Del resto, il dossier che accompagna la norma è esplicito: altro che Datagate, bisogna “agevolare la raccolta e la gestione dei dati” personali da parte delle autorità, facendo sì che siano non solo norme di rango primario, ma anche secondario – i regolamenti – a consentirlo. In questo senso, nessuna delle critiche mosse dalla presentazione del testo – meglio, delle slide che lo riassumevano – è stata finora accolta.
 
Resta la “lista nera”, creata e mantenuta dalla polizia postale, di siti filojihadisti cui inibire l'accesso, con in più la precisazione che serviranno “appositi filtri da definire” secondo i criteri usati per il contrasto della pedopornografia. E resta il limite di 48 ore per rimuovere i contenuti per cui “concreti elementi” portino a configurare il compiersi di un reato per via telematica. I dubbi sul trattare un video pedopornografico e di propaganda di ISIS allo stesso modo, così come quelli anche dello stesso Garante su un limite temporale troppo esiguo, potrebbero dissolversi insieme al voto di fiducia paventato da più parti. Ciò che resta è l'aggiunta della precisazione che “in caso di contenuti generati dagli utenti e ospitati su piattaforme riconducibili a soggetti terzi, viene disposta la rimozione dei soli specifici contenuti illeciti” - non si chiude Facebook per un post pro-Califfato su Facebook – e quella ulteriore per cui “ove tecnicamente possibile” il blocco avviene garantendo “la fruizione dei contenuti estranei alle condotte illecite”.
 
Ma la logica di fondo è chiara: Internet è considerata una aggravante di reato, non solo per l'istigazione e l'apologia del terrorismo, ma più in generale perché è un ambiente subdolo, secondo il legislatore: “un'arma”, come si legge nel preambolo della norma che aumenta i controlli nonostante la storia, dall'11 settembre in poi, dimostri che non serve a contrastare efficacemente il terrorismo.