Voghera. In ospedale per la “pillola del giorno dopo”, infermiera caccia due ragazze

Le ventenni respinte dal pronto soccorso. Azienda sotto accusa. Viale: "Comportamento inconcepibile. Non esistono clausole di coscienza"

ROMA. È sera tardi, le ragazze, vent’anni circa, hanno avuto un rapporto sessuale a rischio (di gravidanza) e si presentano nell’unico posto che non dovrebbe rifiutare aiuto: il pronto soccorso dell’ospedale. In questo caso, l’ospedale di Voghera, Pavia. Ma al triage, in due occasioni diverse, le giovani si trovano davanti un’infermiera che - definendosi poi “obiettrice di coscienza” - nega loro l’accesso alla struttura e, quindi, al medico di turno che avrebbe dovuto - se non obiettore anche lui - prescrivere la “pillola del giorno dopo”.

«È inconcepibile, quell’infermiera si è comportata in modo scorretto, andrebbe sospesa» commenta Silvio Viale, ginecologo del Sant’Anna di Torino, presidente del Comitato radicali italiani, da anni impegnato in battaglie per sdoganare la pillola del giorno dopo e la pillola abortiva, RU486. E aggiunge che «la responsabilità» in un caso simile è «anche della Direzione sanitaria che deve garantire un servizio». La struttura ospedaliera sembra abbia avviato un’indagine interna, mentre la giovane infermiera pare sia stata già bacchettata da caposala e medico di turno per la sua intraprendenza. Ma lei si difende appellandosi a «clausole di coscienza» e tentativi di dialogare con le ragazze per «convincerle a salvare una vita umana».

Parole che fanno sobbalzare Viale: «La “clausola di coscienza” non esiste sulla contraccezione, meglio che l’infermiera si informi. Quella clausola tra l’altro, impone a chi decide di non agire di mandare il paziente da un collega, non di impedirgli di entrare in ospedale». Inoltre il medico spiega che nei casi di utilizzo della pillola del giorno dopo non c’è «nessuna vita da salvare, non parliamo della pillola abortiva, ma di quella che blocca l’ovulazione, che va presa il prima possibile e che, in caso di gravidanza già instaurata non può più fare nulla» insiste Viale lamentando «l’ignoranza» di molti suoi colleghi che addirittura «confondono RU486 e pillola del giorno dopo, così per evitare grane nemmeno la prescrivono». E invece, questo farmaco, che esiste di due tipi, «efficace fino a tre giorni e anche fino a 5 giorni - dice ancora il ginecologo - può essere prescritto da qualsiasi medico, compreso il dermatologo, non richiede una visita, tanto meno un test di gravidanza».

La pillola del giorno dopo, a base di Levonogestrel, in vendita nelle farmacie italiane dall’ottobre del 2000 non è un farmaco abortivo. Tanto che nel febbraio scorso l’Agenzia del farmaco ha aggiornato la scheda tecnica cancellando la vecchia dicitura “il farmaco potrebbe anche impedire l’impianto”, sostituendola con “inibisce o ritarda l’ovulazione”. Deve essere assunto entro 72 ore dal rapporto sessuale. «Ma prima si prende meglio è - ribadisce il ginecologo piemontese - anzi io la chiamerei la “pillola del subito dopo” o “dell’appena possibile”».

Medici e operatori sanitari obiettori a parte, la pillola del giorno dopo viene ormai considerata una forma di contraccezione di emergenza e nemmeno tanto abusata. Alcuni mesi fa l’azienda produttrice leader ha precisato che negli ultimi 4 anni c’è stata una flessione del 4 per cento delle vendite.

Ma in Italia, per questo farmaco, resta obbligatoria la prescrizione medica che, per altro, «non è nemmeno ripetibile, è assurdo» contesta Viale. E invece nel resto d’Europa «è un farmaco da banco e si vende senza ricetta medica» conclude il medico che in passato ha perfino ingoiato questa pillola per dimostrare alla stampa che non ha effetti, se non su una donna in ovulazione.

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