I primi medici che soccorsero i naufraghi: «Sei mesi per riuscire a ritrovare il sonno»

Stefano Barbadori e Domitilla Ordini

Stefano Barbadori arrivò con l’elisoccorso Pegaso, Domitilla Ordini abitava al Giglio: i racconti dalla notte più lunga e difficile

«Arrivati sopra al Giglio, la prima immagine dall’elicottero è stata una miriade di luci che risaltavano nel mare nero della notte. Erano le barchette del posto che cercavano i passeggeri dispersi in acqua, e poi quel gigante ferito ancora illuminato, appoggiato su un lato. Uno spettacolo surreale che ci ha fatto subito capire la gravità dell’accaduto, anche se ancora non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato».

Con queste parole inizia il racconto del dottor Stefano Barbadori, direttore dell’Elisoccorso della Asl Toscana sud est, primo medico dell’emergenza-urgenza dell’allora Asl 9 ad arrivare sull’isola del Giglio, insieme all’infermiera Silvia Buonomi, quella famigerata notte durante la quale si consumò una delle peggiori tragedie della storia della navigazione civile: il naufragio della Costa Concordia, di cui ieri ricorreva il decennale.

Quella notte, di estrema emergenza, l’Asl, unitamente alle istituzioni, alla Protezione civile e alle Forze dell’Ordine, mise in campo tutte le forze a disposizione per soccorrere le persone che stavano vivendo quell’incubo. Pegaso 2, in collegamento con la centrale 118 di Grosseto, fece spola decine di volte tra l’isola e l’ospedale Misericordia di Grosseto per portare, massimo 4 alla volta, medici e infermieri. E trasportare chi avesse bisogno di cure ospedaliere.

La situazione richiedeva massimo impegno da parte di tutti e gran parte del personale dell’elisoccorso e del 118 fu inviato sul posto, dove già erano presenti la guardia medica in turno, dottoressa Domitilla Ordini, e il medico di medicina generale che abitava al Giglio, dottor Armando Schiaffino, che con il prezioso supporto dei volontari della Misericordia del posto prestarono i primissimi soccorsi.

«Quando abbiamo messo piede sull’isola l’impatto è stato scioccante: centinaia di persone sconvolte e in preda al panico che chiedevano aiuto e cercavano tra la folla i propri cari, senza sapere se fossero ancora in vita o meno», racconta Barbadori. «In quel momento di operatori sanitari c’eravamo solo io, l’infermiera, la dottoressa Ordini e il dottor Schiaffino. Ho guardato Silvia e senza parlare ci siamo rimboccati le maniche e attivati immediatamente. Nella drammaticità del momento, per fortuna le persone con traumi importanti, soprattutto ortopedici, non erano molte in rapporto al numero dei passeggeri. Tra questi ricordo un signore con una lesione spinale che abbiamo mandato immediatamente alle Scotte di Siena e una donna incinta che non aveva riportato ferite ma che necessitava subito di un controllo. La difficoltà maggiore non è stata prestare le cure in situazioni estreme, lavorando nell’emergenza siamo abituati e preparati a questo, ma gestire il momento dal punto di vista emotivo. Vedere nella folla i volti delle persone pieni di disperazione, incapaci ancora di realizzare cosa fosse successo, è stato davvero toccante, ci ha messo alla prova», ricorda Barbadori.

«Tutti i sanitari hanno dato più di quel che potevano quella notte, senza pensare alla stanchezza, al freddo, alle ore che trascorrevano, con in mente il solo obiettivo di salvare quante più persone possibile e fargli sentire che non erano sole, che potevano contare su di noi, sui volontari e su tutti gli abitanti del Giglio che si sono messi a totale disposizione. Un’esperienza che difficilmente potremo dimenticare. Ancora oggi il pensiero va a coloro che non ce l’hanno fatta e a tutti i loro familiari che in poche ore hanno perso per sempre una persona cara».

Al racconto di Barbadori si uniscono le parole accorate e colme di commozione della dottoressa Ordini, medico di guardia, montata il pomeriggio di quel venerdì, che è stata la prima a sapere e la prima a chiedere l’intervento del 118: «Ricordo perfettamente quelle ore, in particolare la prima, subito dopo l’impatto, quando mi sono trovata da sola a soccorrere le persone che necessitavano di cure. Ho visitato e medicato non so quanti pazienti, centinaia, riscaldavo in continuazione le fisiologiche per somministrarle a tutti quelli che arrivavano in stato di assideramento, bianchi con le labbra già bluastre, ho fatto tutto quello che ho potuto, tanto da finire i farmaci e i presidi sanitari presenti nell’ambulatorio. Dalle 23 fino alle 8 della mattina successiva sono andata avanti senza sosta, grazie alla collaborazione del dottor Schiaffino, dei medici dell’emergenza e dei volontari della Misericordia, abbiamo davvero fatto una gran lavoro di squadra che ha dato i risultati sperati - conclude Ordini - Oggi, dopo ben dieci anni dalla disgrazia, ripensandoci, ancora non so spiegarmi come ci sia riuscita, non so dire dove abbia trovato le risorse interiori per affrontare una situazione di tale allarme, che sembravano inesauribili. È stata un’esperienza che mi ha segnato la vita per sempre, ho impiegato sei mesi prima di scaricare completamente la tensione accumulata e riacquisire un sonno tranquillo. Eppure, oltre l’aspetto di assoluta e indiscutibile tragicità che purtroppo contraddistingue la vicenda, ne ho un ricordo personale alla fine positivo. Positivo perché ho potuto essere utile, aiutando tanta gente e anche per aver fatto parte della catena di affetto e solidarietà che fin dai primi momenti è partita tra i gigliesi. Ho visto queste persone, dal primo cittadino in poi, mobilitarsi in massa, aprire le proprie case, la chiesa, le scuole, la palestra, bar e ristoranti che hanno preparato cibo e litri di tè caldo, persino il portafogli perché la maggior parte dei naufraghi aveva lasciato tutto sulla nave, insomma, tutta l’isola, nessuno escluso, ha aperto il proprio cuore. Ogni abitante del Giglio ha offerto il suo contributo, dando anche un grande supporto agli operatori sanitari e alle forze dell’ordine. Abbiamo vissuto un momento straordinario, di estrema difficoltà, al tempo stesso sostenuto da un profondo e spontaneo senso di empatia e solidarietà che ci ha dato speranza, che reputo meraviglioso e ancora oggi mi commuove. Umanamente ho imparato tanto e non passa giorno che il pensiero non vada alle vittime e al dolore delle loro famiglie».

«In questa triste ricorrenza, un abbraccio va ai familiari delle persone scomparse e a tutti coloro che hanno vissuto in prima persona questa tragedia», chiosa la direttrice sanitaria dell’Asl Toscana sud est, Simona Dei. «Un grazie di cuore a tutti gli operatori della Asl di Grosseto che quella notte contribuirono, in prima linea, a curare, salvare e assistere tutti i naufraghi».