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Maltrattamenti all'asilo di Grosseto, condanne confermate: «Metodo azzurriano imposto e condiviso»

Quattro fermo immagine dai video delle telecamere installate dalla polizia di stato nell’asilo

Le motivazioni della sentenza di appello, i giudici hanno anche applicato l’interdizione dalla professione di educatrici

GROSSETO. Tutto confermato. «Le immagini dimostrano con dovizia di particolari in cosa concretamente sia consistito il cosiddetto metodo azzurriano, grazie al quale Marzocchi, senza nessuna ragione plausibile, è riuscita a imporre a tutti gli undici bambini presenti, palesemente impauriti dell’atteggiamento efficacemente intimidatoria e delle urla della maestra, di non giocare tra di loro e di rimanere immobili e seduti sul tappeto, senza un balocco in mano, senza giocare fra loro, troppo piccoli per parlare fra loro, fermi e tutti stretti l’uno all’altro sul tappeto quadrato, costretti a stare immobili per circa una ventina di minuti».

I giudici la seconda sezione penale Corte di appello di Firenze (Paola Palasciano presidente, Sandro Venarubea e Francesca Sbrana) hanno motivato così, tra l’altro, la sentenza del settembre scorso che aveva confermato le condanne per maltrattamenti all’asilo (due anni per le titolari Azzurra Marzocchi e Manuela Seggiani, un anno e sei mesi per le maestre Costanza Mori e Alessia Berti), l’assoluzione per abbandono di minori, le aggravanti, il risarcimento in favore dei genitori. In più, rispetto alla sentenza di primo grado del 2018 al termine dell’udienza preliminare, la pena accessoria dell’interdizione temporanea dalla professione di educatrice, come da richiesta del procuratore generale Vilfredo Marziani.


Quel passaggio delle motivazioni adesso depositate si aggiunge a un altro particolarmente significativo e derivante anch’esso dalla visione delle immagini catturate dalle telecamere nascoste dalla polizia di stato: «Si pensi alle tecniche di imboccamento dei bambini, praticate spingendo con una mano la fronte del piccolo all’indietro e con l’altra infilando il cucchiaio in bocca e costringendo il piccolo a inghiottire in una posizione (con la testa piegata all’indietro) nella quale deglutire sarebbe stato chiaramente impossibile anche per un adulto, con il rischio che il boccone potesse andare di traverso ai piccoli, oltre ai continui rimproveri e colpetti sul viso nel caso in cui il boccone venisse sputato dal bambino imboccato a forza». Uno «stato di sofferenza» che culminava nella «pratica di collocare coloro che avevano in qualche misura per così dire disubbidito nella stanza buia, il dormitorio, all’interno del quale il bambino di solito piangente veniva collocato, chiuso al suo interno e lasciando solo mentre ancora piangeva».

I giudici fiorentini hanno ritenuto di non dover accogliere le richieste dei difensori delle quattro imputate (avvocati Diego Innocenti, Riccardo Lottini, Roberto Cerboni, Carlo Valle, Angela Porcelli) che chiedevano il riconoscimento della mancanza di prove e la riqualificazione in abuso dei mezzi di correzione, l’insussistenza per periodi contestati, la differenziazione delle condotte. I giudici non hanno dubbi sull’esistenza dei maltrattamenti e sul concorso tra tutte e quattro le imputate. Condotta anche «abituale e idonea a cagionare uno stato di sofferenza nei minori spettatori passivi». Condotte «che venivano commesse del tutto tranquillamente, senza nessuna remora di essere osservate in quel frangente dalle colleghe, alla luce del sole e davanti a tutte, senza nessun timore di essere criticate dalle colleghe e anzi nella convinzione che i comportamenti in questione sarebbero stati oggetto di apprezzamento e imitazione». Le giovani imitavano le anziane. E sicuramente i comportamenti travalicavano i limiti dell’uso dei mezzi di correzione. I giudici di appello biasimano le insegnanti «le quali deve ritenersi che avessero certamente concordato fra loro come comportarsi con i piccoli allievi» e che non sono state «capaci di gestire non solo i momenti per così dire critici nella cura dei piccoli (il pranzo e il riposo pomeridiano) ma anche nei momenti di gioco». Seggiani si occupava sì dell’amministrazione ma «fu proprio lei a dare l’esempio e a mostrare alle colleghe come trattare i bambini nei momenti critici». Sebbene Berti e Mori «in effetti alle loro prime esperienze lavorative, avessero ricevuto una formazione specifica adeguata al lavoro che avrebbero svolto, non si sono affatto dissociate da quella inadeguata, perché violenta, metodologia che vedevano praticata; entrambe si sono adeguate alle maniere forti praticate sui piccoli». Un’adesione consapevole ai «metodi inaccettabili, inadeguati e ingiustificabili».

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