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Follonica, irregolarità nel reddito di cittadinanza: condannata dopo essere stata pedinata

La guardia di finanza aveva scoperto che lavorava come colf: ma lei non l’aveva dichiarato nella domanda all’Inps

FOLLONICA. La guardia di finanza l’aveva pedinata per le strade di Follonica, da quando usciva da casa fino a quando entrava in un’abitazione di via Serri. Qui, tutti i giorni, rimaneva per due-tre ore. E quando ne usciva, portava spesso con sé il sacco della spazzatura da gettare nei cassonetti. Come se avesse fatto le pulizie in quell’appartamento.

Un lavoro, quindi, avevano dedotto i militari, incompatibile con la permanenza dei requisiti del reddito di cittadinanza di cui era titolare. Era stata denunciata e adesso è stata condannata a un anno (pena sospesa e non menzione) al termine dell’udienza preliminare davanti al giudice Marco Mezzaluna. Fatushe Verria, 57 anni, è stata giudicata con il rito abbreviato e adesso che le motivazioni sono state depositate il suo difensore, l’avvocata Tania Amarugi, potrà presentare appello.


Quale l’imputazione? Secondo il pm Salvatore Ferraro, nella domanda per il riconoscimento del reddito di cittadinanza (datata marzo 2019) avrebbe omesso che stava svolgendo l’attività di collaboratrice domestica; e nei mesi successivi, avrebbe omesso di comunicare la variazione di reddito che derivava appunto da questo lavoro (in nero). L’ammontare del reddito di cittadinanza illecitamente percepito (periodo marzo 2019-luglio 2020) è stato calcolato in 12.971 euro.

Non è possibile, secondo il giudice sostenere la buona fede. La signora Verria, è la ricostruzione, era titolare del reddito di cittadinanza da aprile 2019. Lei (insieme ad altre persone) era stata al centro di un’inchiesta delle fiamme gialle della Tenenza di Follonica: i militari l’avevano seguita, poi avevano sentito la famiglia: e dalla padrona di casa avevano appurato che dall’estate 2018 la donna lavorava da loro per quattro-cinque giorni alla settimana con orari variabili da un’ora e mezza a due e mezza, per 8 euro l’ora, in contanti. Dunque, secondo il giudice, l’imputata aveva presentato domanda all’Inps quando già lavorava come colf in quella famiglia, e non ha mai comunicato il variazione di reddito, quantunque questo derivasse da prestazioni non regolamentate.

L’imputata, ascoltata in udienza, aveva detto di aver chiesto invano di essere regolarizzata. Dichiarazioni che non sono state ritenute attendibili dal giudice. E oltretutto, osserva il dottor Mezzaluna, lo schema contenuto nella domanda compilata dall’imputata è di facile lettura sia per i requisiti sia per le conseguenze in caso di violazione, a prescindere dall’irregolarità del rapporto di lavoro instaurato con la famiglia. Il reato di false dichiarazioni si è unito, in continuazione, a quello di omissioni delle variazioni del reddito, per un totale di 18 mesi ridotti da un terzo per la scelta del rito.

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