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Agricoltore disperato, i cinghiali gli distruggono l'azienda: «Risarcimenti? Una miseria, voglio mollare tutto»

Adalberto Suardi mentre mostra una foto che testimonia i danni fatti dai cinghiali alle sue coltivazioni

La storia di Adalberto e sua moglie Alessandra: il sogno di vivere in Maremma, poi l'incubo delle coltivazioni distrutte ogni notte

SEMPRONIANO. «Il 50% della mia azienda non esiste più. La metà delle superfici seminate è improduttiva. Il danno ammonta a 16mila euro. L’Ambito territoriale di caccia (Atc, in sigla, nda) mi riconoscerà un risarcimento di circa 6mila euro. E questo è solo l’ultimo capitolo di un calvario che va avanti da 40 anni. A volte mi viene voglia di mollare tutto. Non è tanto il danno economico, ma la frustrazione di vedere il frutto della fatica distrutto. Sistematicamente. Un incubo. I cinghiali ci hanno rovinato la vita. E nessuno ha ancora trovato la soluzione al problema».

Adalberto Suardi ha 84 anni. Per una vita ha lavorato come ingegnere in una ditta di Bergamo. Poi, insieme alla moglie, Alessandra Santarelli Forani, ha scelto di restaurare un podere nella campagna grossetana. Località Catabbiaccio. Un "puntino" sperso nel verde delle campagne maremmane. «Abbiamo investito circa un milione di euro. Abbiamo iniziato a lavorarci negli anni Settanta. Mia moglie si occupa degli otto appartamenti dell’agriturismo, io dei 130 ettari seminatavi, e degli altri 200 nella nostra proprietà. Nonostante l’età mi do ancora da fare».

Il copione è sempre il solito. Di notte i branchi di cinghiali - «anche 250 alla volta, visti con i miei occhi», racconta Suardi - prendono di mira le coltivazioni. E le devastano. Poi inizia la conta dei danni. Che vengono risarciti dalle istituzioni, ma soltanto in parte. «Ci rivolgiamo all’Atc, ma gli indennizzi sono minimi. Nel frattempo - racconta l’agricoltore - la Regione non fa assolutamente niente». Suardi aveva scelto di puntare sul biologico. Ma a causa dei cinghiali il suo piano rischia di naufragare. Ed è già stato gravemente danneggiato. «Per coltivare prodotti biologici non si possono usare concimi chimici e diserbanti. Quindi, prima di seminare, bisogna organizzare la cosiddetta coltura di avvicendamento, come favino, girasoli o trifoglio. Ma quando arrivano i cinghiali distruggono tutto. E bisogna ricominciare da capo. Un inferno senza fine».

Da una parte i "capricci" della natura e delle sue creature, dall’altra la burocrazia. «Ho chiesto alla Regione di partecipare alle spese per una recinzione di nove chilometri che proteggesse parte dei miei terreni. Mi è stato risposto che non è possibile, perché in questo modo eviterei il transito degli animali. Praticamente l’unico che deve rimetterci sono io». Adalberto e Alessandra sono disperati. «Abbiamo anche un castagneto - dicono - e dobbiamo fare le corse per raccogliere le castagne, altrimenti al tramonto arrivano loro (i cinghiali, nda) e devastano tutto».

I coniugi Suardi hanno tentato anche di percorrere le vie legali. «Tramite un avvocato abbiamo presentato denuncia penale alla Procura, inviando anche una raccomandata alla Regione in cui abbiamo descritto la nostra situazione. Ci è stato detto che la competenza è dell’Atc, e quindi dobbiamo rivolgerci a quell’ente. Si fa un gran parlare dell’importanza di riscoprire l’agricoltura - conclude l’imprenditore ultra ottantenne - ma se queste sono le tutele, meglio lasciar perdere. Questa non è vita».

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