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Follonica, da 25 anni in paese lo credevano morto, poi la telefonata: «Sono Paolo di Senzuno, e sto benissimo»

Paolo Bianchi con la moglie Rosa affacciati alla veranda della loro casa di Piombino

La vicenda di Paolo Boschi, partito nei primi anni Novanta da Follonica per l’Albania dove si sosteneva fosse morto: grazie a un libro sul rione si scopre che abita nella vicina Piombino

SENZUNO (FOLLONICA). Ostinarsi a tener viva la memoria delle comunità, anche le più piccine, è sempre una buona pratica. E a volte può riservare sorprese straordinarie. È il caso del bellissimo lavoro di Carlo Tardani e Silvano Polvani, che con il loro libro "Senzuno" hanno ricostruito per immagini e racconti la "storia popolare" dello storico rione di Follonica. Presentato alla fine dello scorso luglio, il libro è stato accolto con favore e ammirazione nel quartiere e anche "oltre la Gora", come dicono gli autori, ammettendo "che qualche mugugno lo ha lasciato semmai in quanti non si sono sentiti rappresentati". Un successo prevedibile, vista la qualità dell’operazione. Nessuno invece avrebbe potuto immaginare che - uscito dai confini della Gora - questo libro potesse riaccendere la luce, come in un thriller alla Alfred Hitchcock, su un "mistero" di Senzuno. Restituendo al rione, vivo e vegeto, un suo figlio che in tanti credevano morto. Come ci racconta lo stesso Polvani.

di SILVANO POLVANI

Qualche giorno fa Carlo Tardani riceve una telefonata. Il numero è sconosciuto, ma dall’altra parte non c’è qualcuno che vuole venderti qualcosa: c’è una voce estranea, che senza presentarsi, passa a fare l’elogio del libro. Il tono e il timbro di voce, graffiante e rauco, ne rivela l’età. Carlo non può che apprezzare e chiede chi sia dall’altra parte a tessere questi complimenti. "Sono Paolo Boschi, di Senzuno, ti ricordi di me? ", è la risposta. Carlo al nome Paolo Boschi impallidisce e si smarrisce, avverte come l’apparizione di un fantasma, apre una lunga pausa e poi si riprende. Una reazione istintiva e comprensibile, perché tra la gente di Senzuno Paolo Boschi risultava deceduto in Albania da almeno venticinque anni e c’era qualcuno che giurava di averne persino visto il certificato di morte presunta, dal momento che il corpo non era mai stato ritrovato.

Carlo deve vincere la titubanza, uscire dall’imbarazzo e avere la certezza che stavano parlando della stessa persona. E solo dopo aver avuto conferma che si trattava proprio di quel Paolo Boschi, senzunese, trova il coraggio di raccontargli ciò che era voce di popolo nel quartiere: della sua morte presunta. Paolo si abbandona a una fragorosa risata - e immaginiamo i riti scaramantici - e lo invita subito a raggiungerlo a Piombino, città dove ora risiede, per raccontargli tutta la sua verità. Siamo andati a Piombino e abbiamo trovato Paolo, che abita con la moglie Rosa Esposito Corcione in una casa nei pressi delle acciaierie. Il saluto fra Carlo e Paolo è emozionante, i due per quanto di età diversa, si conoscono bene e i ricordi del quartiere e dei suoi personaggi sono chiari e definiti: Asare, Fogliano, i Carresi, Puppachiodi, il Monco e tanti altri sono al centro della discussione.

Paolo Boschi, 83 anni

Carlo ha ancora nella faccia i segni dell’incredulità, non ha ancora abbandonato i sospetti e allora senza preamboli si cala subito nella sua curiosità: «Paolo, ma vuoi spiegarci questo fatto della tua morte presunta che nel quartiere, seppur sommessamente torno a dirti, è voce di popolo?». Paolo è un signore anziano che porta ancora bene i suoi ottantatré anni, si lamenta dei molti acciacchi che lo tormentano ma in realtà lo conforta una buona memoria, e non gli manca certo la parlantina. E come chi tornasse a parlare dopo un lungo silenzio, prende avvio il suo racconto.I suoi ricordi partono da Senzuno, da via della Repubblica dove è nato, fra il ronzio delle zanzare e il gracidio delle rane. Cresce assieme alla gioventù senzunese, ne condivide gli hobby e i sogni, è un appassionato frequentatore del Gatto Grigio, alle scuole dell’avviamento professionale si forma all’addestramento pratico.

Paolo è un ragazzo intelligente e da giovane autodidatta si interessa al cemento armato, tanto da essere assunto nelle migliori aziende che costruiscono autostrade. Il lavoro lo porta a Roma. Rientra a Follonica e al bar della stazione conosce Rosa, se ne innamora e insieme con una fiat Duna, carica all’inverosimile, decidono di trasferirsi in Albania. Si fermano a Lezha. Non è una fuga, precisa Paolo: lui aveva venduto le sue proprietà e aveva con sé i soldi risparmiati con il suo lavoro. Non aveva creditori alle calcagna, o minacce da gentaccia a cui far perdere le tracce. La scelta dell’Albania non è causale, dopo la caduta del comunismo, lo Stato albanese si era ritrovato all’inizio degli anni Novanta in una situazione molto difficile. E quando venne alla luce l’arretratezza economica che il precedente regime aveva lasciato dietro di sé, politici ed economisti occidentali presentavano l’Albania come "la nuova California", "la piccola Svizzera dei Balcani". Paolo parte e da allora, volutamente chiude i rapporti con parenti e amici. Non farà sapere a nessuno dove si trovi e cosa faccia. Sono tempi questi segnati dalla speranza ma anche dalla delusione: apre un’azienda per l’esportazione del legno di faggio ma non avrà successo. Da Lezhasi si sposta a Tirana dove con Rosa apre un supermercato.

Le cose non vanno come previsto, gli albanesi fuggono in Italia, sono impauriti, la confusione è sovrana, nascono bande criminali, il codice civile e penale è scritto a matita, i telefoni non funzionano al pari dei mezzi di trasporto. L’anarchia è sovrana, prendere un caffè è da signori, il contrabbando la regola. Paolo si ritrova solo e ogni giorno i suoi risparmi si assottigliano e perdono valore. A lui e Rosa non rimane che rientrare in Italia e lo fanno trasferendosi in Liguria, a Recco, dove assieme ripartono adattandosi ai lavori più umili. Di loro, da tempo, nel quartiere si sono perse notizie. E Rosa, entrando nella discussione, rivolta al marito conferma: «Oh Paolo ti ricordi che in piazza Bovio quel tuo amico vedendoti ti disse «Come stai? Ti davano per morto». O quando a Follonica un altro amico ti salutò dicendoti "Oh Paolo sono contento di vederti, dicevano che eri morto». Oggi Paolo e Rosa sono due anziani che vivono con serenità l’età della pensione, sono molto gentili, agli ospiti senzunesi offrono un polpo lesso condito semplicemente con olio, una vera delizia. Il libro "Senzuno" ha risvegliato in loro l’orgoglio dell’appartenenza al quartiere, tanto da rifarsi vivi dopo un lungo silenzio. Del resto, anche il più incallito degli avventurieri sa che si viaggia, sapendo però che c’è un luogo dove occorre sempre ritornare, quello delle proprie origini e degli affetti più cari.

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