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Un anno e mezzo di Covid visto dalla “trincea”: «Ecco perché la medicina generale serve»

Michele Barrasso

Il difficile periodo di inizio pandemia: la testimonianza di Michele Barrasso, classe 1987, con ambulatorio a Orbetello e a Magliano in Toscana  

ORBETELLO. «Sono arrivato a Orbetello e Magliano dopo aver girato tutta la provincia, da Grosseto, al Giglio, all’Amiata, a Follonica, con diverse mansioni: pronto soccorso, carcere, medico necroscopo. Nel fatto che mio padre, mio zio e io siamo tutti medici di medicina generale non trovo niente di sbalorditivo o lodevole. Sono scelte di vita».

Un giramondo di provincia (classe 1987), dunque, che ha raccolto in breve una vasta esperienza.


È la carta d’identità di Michele Barrasso, cui alla fine non poteva mancare l’impatto dell’emergenza Covid.

«Non ho visto mia madre per otto mesi, per non rischiare di contagiarla. Dopo l’estate i contagi potrebbero aumentare, forse sarà necessaria una terza dose, ma sono ottimista per un Natale sereno».

Cosa ricorda dell’inizio della pandemia. Siete stati mandati allo sbaraglio?

«Nessuno era preparato all’emergenza. Mi sono buttato e ho cercato di destreggiarmi tra i miei ambulatori di giorno, le notti in guardia e i fine settimana per il Covid. Questo quando all’inizio non eravamo ancora vaccinati e i Dpi erano contati. L’inizio è quasi coinciso con il mio avvicinamento a casa a Orbetello-Magliano. Non è stato facile perché dovevamo garantire la salute dei pazienti e la nostra integrità psicofisica e delle nostra famiglie. Non ho visto mia madre per otto mesi, per non portarle il Covid a casa. Come tanti non hanno potuto dare conforto ai parenti anziani negli istituti».

Che sensazioni ha provato?

«Una sensazione strana: dovevamo andare avanti giorno per giorno. Le regole di ingaggio sono cambiate molte volte, turni massacranti non avendo idea di quando avremmo potuto rifiatare. Molti di noi sono andati in burn-out, quando le energie finiscono. In positivo, la sensazione che tutti gli operatori socio sanitari, la società intera ha cercato di collaborare. Eravamo una squadra, non c’erano più interessi particolari, ma solo la volontà di non farsi sommergere dalle onde. Il Covid ci ha reso più consapevoli delle fragilità, degli errori di comportamenti scellerati anche nei confronti dell’ambiente. Però danni sociosanitari sono stati tremendi».

Ad esempio?

«Un aumento esponenziale di diabete e obesità, crescente disagio psichico: ansia, depressione, attacchi di panico. I medici di base fanno un lavoro silenzioso, non quantificato, non misurato o valutato. Quante volte con un solo consulto telefonico abbiamo evitato che il paziente in preda all’ansia si recasse in pronto soccorso impropriamente o commettesse scelte autoterapeutiche sbagliate? Quante volte, con una semplice parola di conforto basata sulla conoscenza del tessuto socio-familiare del paziente, abbiamo evitato inutili accertamenti diagnostici impropri, costosi e lesivi per la salute e dignità del paziente? Non riesco a immaginare la sanità senza questo fondamentale servizio, certo da coordinare meglio, ma da salvare assolutamente. Il Covid esiste anche per gli scettici della prima ora e ha portato via molti cari amici».

Teme le variabili?

«Le variabili le temo in misura del fatto che, se non completeremo la vaccinazione e la estenderemo a tutti – e per “tutti” intendo tutta la popolazione mondiale – le varianti continueranno a emergere perché la vita e l’evoluzione alla fine vincono su tutto. Il virus cercherà di sopravvivere. Le varianti attuali non destano particolare preoccupazione, soprattutto per i vaccinati. Solo la delta sembra essere più diffusiva e in alcuni soggetti fragili, anche se vaccinati, potrebbe infettare, seppure in maniera più lieve e riducendo le ospedalizzazioni e il ricorso alla terapia intensiva. Anche se la situazione non desta preoccupazioni, senza vaccinazione di massa non potremo uscire dall’emergenza».

Lei vive e lavora in una zona turistica. Teme la folla senza regole?

«Una zona turistica è vista come un porto franco dove tutto è concesso. È sempre stato così, non solo per il Covid. Credo che troppa apertura possa portare a settembre a un aumento dei contagi, anche se capisco la popolazione che ha bisogno disperatamente di normalità».

Che percentuale di ultra ottantenni avete vaccinato?

«Sicuramente più dell’80 per cento. Si assiste a mancate vaccinazioni per una paura dei vaccini e per non completa e corretta comunicazioni. Il non vaccinarsi non è solo il frutto del libero arbitrio, espressione di un diritto personale, ma va a incidere sulla salute degli altri. Ci sono soggetti pluriallergici gravi o fragili che non possono fare il vaccino e per questo gli altri si devono vaccinare. Non farlo, significa potenzialmente ledere la salute e la libertà dei soggetti più fragili. La scelta è un atto di solidarietà e di giustizia. Bisogna vaccinarsi responsabilmente, consapevolmente, con le dovute cautele. Ma bisogna farlo».

Avremo una terza vaccinazione?

«Probabilmente da ottobre bisognerà incominciare a pensare per alcuni soggetti, i primi ad essere stati vaccinati, a una dose di richiamo perché il titolo anticorpale può calare nel tempo. Nelle prossime settimane la questione sarà più chiara per tutti. L’atto vaccinale diventerà per i medici di medicina generale sempre più frequente e bisognerà avere una buona organizzazione con personale ausiliario preparato per poter offrire questo servizio alla popolazione».

Trascorreremo un Natale sereno?

«Sono ottimista. Spero che il Natale sia sereno, ma la serenità non cade dall’alto, va costruita consapevolmente, responsabilmente con rispetto verso se stessi e gli altri». —

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