Va in pensione Maurizio Spagnesi, medico simbolo della pandemia: i successi, i rimpianti e il dolore più grande

Maurizio Spagnesi

Direttore del dipartimento di prevenzione dell’Asl sudest dal tampone all’assistenza domiciliare, ha gestito tutto lui  

Ieri è stato l’ultimo giorno di lavoro per Maurizio Spagnesi, negli ultimi tre anni direttore del dipartimento di prevenzione della Asl sudest e tra i professionisti della sanità grossetana maggiormente impegnati nella lotta al Covid.

Follonichese, 67 anni, venerdì sera ha chiuso la porta del suo ufficio, a Villa Pizzetti, lasciandosi alle spalle quarant’anni di lavoro prima nella Usl 27, diventata poi Asl 9, confluita infine nella “aslona” della Toscana meridionale. Soprattutto lasciandosi alle spalle gli ultimi 18 mesi di lotta al Covid, senza sosta e senza un giorno di riposo.


Inevitabile un bilancio di questa lunga esperienza da professionista specializzato in igiene e medicina preventiva, che ha fatto gradino per gradino tutti gli step della carriera, dalla guardia medica negli anni ’80, all’apice di un dipartimento chiave della Asl come quello della prevenzione, dove ha raccolto il testimone da Paolo Madrucci.

È un bilancio che Spagnesi ha accettato volentieri di condividere con il Tirreno.

Cosa lascia in eredità al suo successore?

«Un dipartimento profondamene cambiato rispetto al periodo precedente al Covid, non fosse altro che per l’enorme sforzo per far fronte a quello che è successo e a quello che ancora ci aspetta. In questa fase, l’attività preponderante è la gestione della pandemia, nella quale il personale ha acquisito un importantissimo bagaglio di esperienza, supportato ora dai sistemi informatici, fondamentali per essere costantemente in rete con tutti gli attori coinvolti, a partire da chi amministra un territorio o è al vertice di un’istituzione. Più in generale lascio un assetto organizzativo “pronto”, mi si passi il termine, anche in tutti gli altri settori in cui il dipartimento opera».

Non c’è solo il Covid da gestirenella sanità pubblica.

«L’area della prevenzione è molto complessa, per cui, come in altri ambiti della sanità locale, durante il Covid ci siamo dati come obiettivo portare avanti tutti i servizi cercando di mantenere lo stesso livello qualitativo, pur con meno mezzi e tempo. Mi riferisco alle attività della veterinaria, la salute animale e la sicurezza alimentare, alla vigilanza sui luoghi di lavoro, alla medicina del lavoro, all’attività dei centri vaccinali no-Covid, alla medicina dello sport, all’impegno dei medici igienisti su altri ambiti, che richiedono spesso di lavorare più sugli aspetti burocratici e procedurali che sulle questioni di salute».

Quali sono, allora, i risultati più importanti negli altri settori del dipartimento?

«In generale, abbiamo reintegrato diversi medici del lavoro, fondamentali nei rapporti con le aziende pubbliche e private, per garantire la massima sicurezza ai dipendenti rispetto ai rischi di contagio da Covid. Sono entrati in servizio nuovi veterinari e il turn over è ancora in corso. Nel giro di pochi mesi saranno reintegrate anche le figure apicali, necessarie a tenere le redini dei vari ambiti in cui è diviso il dipartimento».

Che cosa invece ritiene di non essere riuscito a portare a casa?

«Il problema più grosso e non risolto è la dotazione di specialisti igienisti, che materialmente non si trovano malgrado tutti i tentativi messi in campo dalla direzione aziendale. Non riusciamo, quindi, a sostituire il personale che va in pensione, ma la mancanza di medici è un aspetto che va ben oltre la Asl sudest e riguarda tutto il territorio italiano. La soluzione sarebbe ripensare la funzione di questi specialisti a livello regionale e nazionale, snellendo le procedure, sollevandoli dagli adempimenti burocratici e concentrandone l’impegno sulle questioni di salute pubblica. Questa, a mio parere, è la sfida del futuro, su cui ripensare i modelli organizzativi».

Il momento più difficile della sua carriera quale è stato?

«Il Covid. In quarant’anni di cose difficili da affrontare ce ne sono state, dalla Sars, alla febbre suina, dall’epidemia di meningite, ai casi di Tbc nei centri di accoglienza, all’influenza aviaria. Alcune epidemie più mediatiche che reali, ma tutte gestibili. Non era mai successo prima d’ora un evento che da subito presentasse numeri esorbitanti e ci mettesse con le spalle al muro. In alcuni momenti, ho pensato di non farcela e con me i miei collaboratori. Pur non essendo in prima linea da un punto di vista clinico, infatti, tutto ciò che riguarda il Covid, dal tampone, all’isolamento, all’assistenza domiciliare, al certificato per la scuola o il lavoro, parte dal dipartimento di prevenzione che mette in moto la macchina della presa in carico. Alcune volte non riuscivamo ad attivare subito i percorsi e ciò ricadeva a cascata su tutto il resto».

Parliamo, invece, di un successo.

«L’epidemia di meningite cinque anni fa, la capacità di gestire i casi, il perfetto funzionamento del vaccination day, per esempio. Ma anche con il Covid ci sono stati momenti di soddisfazione. È stato un gioco di squadra che parte dalla direzione generale e sanitaria, coinvolgendo tutti a ogni livello. Grazie la merito di tutti, ha consentito di ottenere risultati migliori rispetto alle altre Asl».

Rimpianti?

«La morte di mio padre per Covid, a marzo. Il rimpianto e il dolore più grande».

Cosa farà ora Maurizio Spagnesi?

«Niente. Chiudo con la professione medica e mi dedico alla mia famiglia, senza la quale non avrei potuto fare questa carriera ricca di soddisfazioni, a partire da mia moglie Juanita, dai miei figli Francesco e Alessandro. Come non ce l’avrei fatta senza il supporto dell’azienda sanitaria, dalle direzioni che si sono susseguite nel tempo, del personale con cui negli anni ho lavorato. A tutti va il mio ringraziamento. Poi mi dedicherò alle attività umanitarie e culturali del Lion’s Club Alta Maremma, alla lettura, ai viaggi e ai miei hobby. Sono un collezionista seriale e ora avrò anche tempo». –

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