Lavoro agricolo di qualità: ecco la Rete che batte il caporalato

Operai agricoli al lavoro nei campi (foto d'archivio Agf/M. Toniolo)

In provincia di Grosseto già 30 aziende aderiscono alla compagine istituita in prefettura per opporsi a ogni forma di abuso e di sfruttamento, a cominciare dal rispetto dei contratti  

GROSSETO. In un territorio dalla lunga tradizione agricola lo spettro del caporalato è sempre dietro l’angolo. Ma la fertile terra maremmana ha anche gli anticorpi per combatterlo. La dimostrazione sono le 30 aziende e cooperative della provincia di Grosseto che fanno parte della “Rete del lavoro agricolo di qualità”, un gruppo composto da aziende agricole, cooperative, soggetti istituzionali, sindacati dei lavoratori e associazioni datoriali che promuovono la buona occupazione in agricoltura nel rispetto di contratti collettivi, territoriali e aziendali, e degli adempimenti fiscali e sulla sicurezza sul lavoro.

Un risultato guardato con soddisfazione dalla Flai Cgil, la Federazione lavoratori agricoli italiani della Cgil. Che, sulla scorta di questo buon risultato, chiede misure più stringenti nella lotta al caporalato.


«A Grosseto – spiega Pierpaolo Micci, segretario della Flai Cgil – sin dal luglio 2019 è attiva la sezione territoriale della Rete del lavoro agricolo di qualità. Di questa rete fanno parte ad oggi in provincia di Grosseto 30 aziende grandi e piccole: dalle Cantine cooperative del Morellino di Scansano e Pitigliano alla società Sfera Agricola, dalle cooperative agricole Pomonte, San Rocco, Sapori di Maremma e Silva, alle aziende agricole Razza del Casalone, Moris Farm, Il Cicalino, Casal di Pari, Diaccialone, La Castellaccia, Erik Banti e Fattoria Mantellassi, solo per citarne alcune».

Per comune decisione dei promotori della Rete, la sua sede è stata istituita presso la prefettura di Grosseto, che rappresenta lo Stato nel territorio. L’obiettivo condiviso è sempre stato la lotta a ogni forma di abuso e di sfruttamento nel settore agricolo, mettendo a punto strumenti per prevenire e combattere l’interposizione illegale di manodopera.

Mercoledì si è tenuto un incontro in prefettura. «La cabina di regia di mercoledì – chiarisce Micci – ha analizzato i dati dell’occupazione in agricoltura, verificando che a fronte di 11mila aziende agricole iscritte alla Camera di commercio, oltre l’80 per cento degli addetti, 8.647 persone stando all’Inps, lavora con contratti a tempo determinato, prevalentemente a chiamata. L’anno scorso gli avviamenti al lavoro in agricoltura, infatti, sono stati in tutto 12.500, corrispondenti a un quarto degli avviamenti totali».

«Partendo da questi dati oggettivi – prosegue Micci – e considerato che il prefetto Fabio Marsilio ha sottolineato che gli avvii registrati nell’anno all’ufficio di “massima occupazione” non passano dal collocamento, come Cgil abbiamo fatto notare che vanno individuati strumenti più efficaci che monitorino l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, e contribuiscano a verificare il rispetto dei contratti collettivi».

Un primo passo è stato compiuto dopo la chiusura del contratto provinciale avvenuto lo scorso 15 aprile, con la prossima attivazione dell’Ente bilaterale agricolo provinciale, finanziato come per il Fimav (Fondo integrazione malattie assistenze varie) dai versamenti di operai e imprese. Che, oltre a offrire le coperture assistenziali, si occupi anche dello sviluppo di politiche attive di settore. Altri enti bilaterali – come quelli del turismo e del commercio – organizzano occasioni d’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, in cui le aziende esaminano e intervistano migliaia di lavoratori per organizzare la stagione turistica. I dati delle assunzioni andrebbero poi incrociati con il Centro per l’impiego per verificare se al personale assunto viene applicato il contratto collettivo nazionale di categoria e quelli di secondo livello. «La cooperazione tra queste due modalità di verifica, potrebbe non solo togliere terreno al caporalato, ma verificare se i contratti applicati ai lavoratori e relativi salari, sono quelli corretti o no», dice Micci, che affiderebbe poi le ulteriori verifiche al sistema congiunto Inps/Ispettorato del lavoro. «Come Cgil riconosciamo che su queste basi anche le parti datoriali sono disponibili al confronto, e lo apprezziamo in segno di trasparenza e correttezza. Il nostro auspicio a questo punto è che al più presto si traduca in qualcosa di utile per tutti», conclude. —

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