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«Sonia portava la pistola per paura»: parlano in aula i genitori degli imputati

Il bosco dov’è avvenuto l’omicidio al Filare di Gavorrano. Sopra a destra Mirko Meozzi con l’avvocato Roberto Cerboni, sotto Sonia Santi

La mamma e il babbo di Mirko Meozzi lo avevano visto cambiare a causa della cocaina. Il padre lo seguiva di nascosto: «Quando ho capito lo abbiamo fatto tornare a vivere con noi»

GAVORRANO. Sonia e Mirko visti con gli occhi dei loro genitori. Guardati con l’amore delle mamme, quell’amore così forte da far passare tutto in secondo piano. Anche un’accusa devastante, come quella di omicidio volontario contestata all’uomo e alla donna, sotto processo con l’accusa di aver ucciso Bouazza Jarmouni, 25 anni e di aver ferito in maniera grave Rahhal El Jarmouni, la notte dell’acquisto di droga terminato in tragedia al Filare di Gavorrano.

Ieri mattina, nell’aula d’assise del tribunale (presidente Adolfo Di Zenzo e a latere Laura Previti), sono sfilati i testimoni della difesa. La mamma di Sonia, ora nonna di un bambino bellissimo che è rimasto con lei e con la mamma fuori dall’aula ha raccontato il periodo in cui sua figlia, che deteneva il porto d’armi sia per la caccia che per attività sportive, aveva cominciato a uscire da casa con la pistola. Era la fine del 2017. «C’era stato un furto nell’appartamento sotto a quello dove viveva mia figlia – ha detto la donna – e lei aveva paura. Però quando veniva a cena da noi non la portava, io non l’avevo mai vista». Sonia tornava a casa da sola la sera e aveva paura. Per questo avrebbe tenuto con sé la pistola. Alla donna è stato anche chiesto se si fosse accorta che sua figlia facesse uso di sostanze stupefacenti. «Non ne sapevo nulla», ha risposto.


Anche il padre di un’amica di Sonia ha confermato le parole della mamma della donna, difesa dall’avvocata Loredana Giuggioli. «Sapevo che aveva delle armi perché andava a caccia – ha spiegato l’uomo – e sapevo che quando usciva portava con sé la pistola. Quando ci sono stati quei furti nella strada dove entrambi abitiamo, Sonia mi aveva detto di aver paura. Una volta, di giorno, l’ho anche vista: la teneva senza il caricatore». Sonia sapeva sparare, ma secondo i periti, la sera dell’11 agosto 2019 al Filare la pistola era nelle mani di Meozzi e a sparare sarebbe stato lui. L’uomo però non aveva dimestichezza con le armi. «Un giorno sono entrato in casa sua – dice un amico dell’uomo – e ho visto una foto di quando era militare: imbracciava il fucile. Mi disse che delle armi aveva proprio paura».

La sfilata dei testimoni continua e in aula entra la mamma di Mirko Meozzi (difeso dagli avvocati Roberto Cerboni e Donatella Panzarola). Si è appena operata a un ginocchio, Mirko si alza e la sostiene per scendere la rampa che porta in aula. È un racconto fatto con il cuore, quello della donna, di fronte ai giudici, al sostituto procuratore Anna Pensabene, agli avvocati. Di fronte a Sonia e soprattutto a suo figlio Mirko. «Lo vedevo diverso e avevo avuto il sospetto che avesse cominciato a drogarsi – dice – era diventato bugiardo, c’era qualcosa che non andava». La donna ha ricostruito gli ultimi anni di Mirko: un lavoro come fabbro, una moglie dalla quale poi si era separato e una nuova compagna che lo avrebbe trascinato in una spirale fatta di cocaina e bugie. «Aveva i suoi soldi – dice – non gli mancava nulla e quando aveva bisogno di qualcosa glielo davamo noi».

La mattina dopo la tragedia, la mamma di Mirko lo chiamò alle cinque del mattino, ma lui non rispose. «Lo facevo sempre – spiega – quando mi accorgevo che non era rientrato a casa lo chiamavo. Io non ho mai conosciuto Sonia Santi, la vedo ora per la prima volta. Mirko non portava nessuno a casa nostra e nei giorni successivi, io non mi ero accorta di nulla».

Il giorno dell’arresto di Mirko, sua madre era in casa. «Il giorno dell’omicidio indossava una canottiera nera – dice la donna – l’ho consegnata io ai carabinieri, quando sono venuti. Loro hanno sequestrato due camicie bianche: una non la indossava nessuno da anni, un’altra dovevo stirarla, l’avevo lavata almeno una settimana prima se non di più. Ho rivisto mio figlio in carcere. Era distrutto, stava male. Mio figlio è una persona speciale, è un uomo buono: poi ha trovato quella roba ed è cambiato tutto».

Per evitare che l’uomo, che aveva già più di quarant’anni, frequentasse persone poco raccomandabili, suo padre lo accompagnava a lavorare ogni giorno in campagna, per un agriturismo. «Gli davo anche quello che pagavano a me – dice – Tornavamo a casa la sera, poi lui usciva. Spesso l’ho seguito di nascosto».

C’è una dignità sostenuta dall’amore nella parole dell’uomo. «Ho provato a dissuaderlo – dice – Ogni tanto intorno a mio figlio vedevo dei personaggi poco raccomandabili, sapevo che facevano uso di droga. Dopo il suo arresto lo abbiamo convinto ad andare in comunità per farsi aiutare, ce lo abbiamo portato noi».

Il babbo e la mamma di Meozzi lo avevano costretto a lasciare la casa di Scarlino dove viveva solo per tornare a casa con loro. Lo avevano fatto quando si erano accorti che c’era qualcosa che non andava. «Io gli stavo dietro, non l’ho abbandonato. Ma mio figlio aveva più di quarant’anni – dice ancora il padre – In quel periodo, quando andava a lavorare nell’agriturismo, andavo anch’io con lui, per stargli vicino. Lo facevo per passare del tempo con lui. Ci raccontava tante bugie, quello sì: ma non ci ha mai aggrediti, non ci ha mai risposto male». –

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