Contenuto riservato agli abbonati

Delitto di Riotorto, il piano di Adriana: «Dopo l’omicidio della suocera voleva rapire i tre figli»

Adriana Gomes accusata di aver ucciso la suocera Simonetta Gaggioli e aver gettato il corpo lungo l'Aurelia

Il luogotenente racconta in aula un retroscena dell’indagine. «I blister vuoti di Xanax trovati nella borsa dell’imputata» 

LIVORNO. «Rapire i tre figli dalla struttura protetta dove erano stati trasferiti e scappare in Brasile usando documenti falsi». Il piano di Adriana Gomes Pereira imputata per l’omicidio della suocera Simonetta Gaggioli, trovata morto lungo l’Aurelia tra Venturina e Follonica il 3 agosto di due anni fa, lo racconta il luogotenente del nucleo investigativo dei carabinieri Francesco Pironti. Si tratta dell’investigatore che si è occupato di incrociare i tabulati telefonici dei protagonisti, effettuare i riscontri informatici e verificare le testimonianze. Lo fa davanti alla Corte d’Assise nella seconda udienza del processo dove è imputato anche il figlio della vittima, Filippo Andreani, ma solo per l’uso indebito della carta di credito dopo che la sua posizione per l’omicidio è stata archiviata.

Ma il filo conduttore della testimonianza del luogotenente serve soprattutto all’accusa per spazzare via i dubbi sull’ipotesi che la donna possa essersi tolta la vita o comunque che abbia chiesto – come invece ha raccontato l’imputata alla pubblico ministero Ezia Mancusi durante uno degli interrogatori – di accompagnarla alla morte per essere poi tumulata accanto al marito.


«La Gaggioli – ripete Pironti – non voleva suicidarsi. È sparita venerdì 26 luglio. L’ultima telefonata che fa, è a un’amica: sono le 23,48. La donna aveva dei progetti. A esempio – spiega – il lunedì successivo aveva appuntamento con il commercialista per rottamare alcune cartelle esattoriali». Alla studio del professionista doveva accompagnarla il nipote che non vedendola lancia un primo allarme e poi un secondo, quattro giorni più tardi, il 2 agosto.

C’è poi un altro episodio chiave. E riguarda il malore che la ex dipendente della Regione ha avuto il 13 luglio dopo aver assunto un numero maggiore di pasticche di Xanax rispetto a quelle che il medico le aveva prescritto. «Si è sentita male nella casa di via Bonaria – racconta Pironti – per aprire la porta sono dovuti intervenire i vigili del fuoco. Poi l’ambulanza e i carabinieri». Ma il secondo indizio che il decesso della Gaggioli non sarebbe un suicidio, lo consegna la donna ai militari il giorno seguente. «Ho preso quelle pasticche per stare più tranquilla non volevo togliermi la vita».

Il luogotenente ricostruisce il traffico telefonico del cellulare dell’imputata «dal 6 luglio al 15 agosto non dà segnali, poi ricompare con un altro numero». C’è poi un elemento che mette l’imputata vicino al luogo del ritrovamento del cadavere. «Il 29 luglio alle 2, 05 – prosegue l’investigatore – abbiamo registrato un tentativo di effettuare un rifornimento di benzina alla stazione IP lungo la provinciale 39, vicino a dove il 3 agosto è stato trovato il cadavere: viene inserita la tessera di cittadinanza ma la transazione viene respinta».

L’ultimo punto riguarda i farmaci che secondo l’accusa l’imputata avrebbe usato per uccidere la suocera: «La Gaggioli si riforniva alla farmacia di Riotorto. Dalla nostra ricostruzione il giorno in cui sarebbe avvenuto il delitto doveva avere almeno diciassette compresse di Duotens, farmaco per controllare la pressione arteriosa, e una scatola intera del farmaco generico della Xanax. Del Duotens non abbiamo trovato traccia, mentre dello Xanax abbiamo trovato i blister vuoti nella borsa della Pereira. E il lotto era lo stesso di quello acquistato dalla vittima il 26 luglio alle 16. 54». Poche ore prima del decesso. —



© RIPRODUZIONE RISERVATA