Alla MareVettaMare su una bici d’epoca con cerchi di legno: l’impresa di Paghi

Simone Paghi a metà percorso, sull'Amiata, e a destra la sua bici del 1920

Il barbiere grossetano, appassionato di cicli d’antan, corre per 13 ore con la sua “signora” classe 1920

GROSSETO. Altro che e-bike, cambi supertecnologici e telai piuma. Provate a scalare l’Amiata, partendo dal mare, e ritorno, con una bicicletta di 101 anni, telaio in ferro «peso come un cancello» e cerchi di legno, un solo rapporto e un freno che a un certo punto, in discesa, alza bandiera bianca.

Ci ha provato, e c’è riuscito, Simone Paghi, 51 anni, barbiere grossetano di via Ximenes con il pallino delle bici d’epoca. Che sabato ha percorso la MareVettaMare, la gara che collega Marina di Grosseto alla vetta del monte Amiata e ritorno, con la sua “signora” classe 1920.


In 13 ore, un cambio freni e un cambio di mise (da grigia a rossa), pedalata dopo pedalata Simone ha percorso tutti i circa 180 chilometri del percorso, tra gli applausi, i complimenti e le foto scattate dagli altri concorrenti, ammirati dalla bellezza della bici e del gesto di questo superappassionato delle due ruote d’altri tempi.

«Ho una ventina di bici d’epoca, sono la mia passione – racconta il barbiere grossetano –. Ho partecipato a dieci Eroiche, all’Intrepida, alla Milano-Sanremo e ora anche la MareVettaMare. Che è stata una bella fatica».

Paghi è partito da Marina alle 4,30 del mattino, in anticipo rispetto al via, fissato per le 7,30. «Ho ottenuto qualche ora in più dagli organizzatori perché la bici è pesante – spiega –. Avranno pensato: “Tanto questo mica ce la fa”. In effetti la bicicletta pesa quattro o cinque volte una bici normale. È in ferro, con i cerchi in legno e non ha le marce. È come guidare una macchina che non ha la prima, né la seconda, e nemmeno la quarta e la quinta. Provate a fare una salita avendo a disposizione solo la terza».

Non meno complicata è stata la discesa. «Con i cerchioni in legno in discesa non frena un granché – spiega Paghi – e poi a un certo, mentre venivo giù da Piancastagnaio, punto il freno si è rotto. Menomale avevo portato con me gli attrezzi».

Del resto la manutenzione non è poi troppo complicata. «La bici è praticamente basica: freni, un rocchetto, una corona», spiega Paghi. Completano l’allestimento i laccetti in cuoio per i pedali, un portaborraccia fissato al manubrio e la sua borraccia, rigorosamente d’epoca, in alluminio. Anche l’abbigliamento del ciclista è autentico anni Venti, a partire dalla maglietta accollata con i bottoncini sulla spalla.

Così equipaggiato, Paghi alle 12 era già in Vetta, e alle 17 ha tagliato il traguardo, di nuovo a Marina di Grosseto.

«Sono state 13 ore di fatica, ma anche di soddisfazione – racconta – Durante il tragitto gli altri ciclisti che erano in gara e che mi incrociavano mi hanno fatto i complimenti, mi hanno scattato delle foto: è stato emozionante. E quanto sono arrivato al traguardo, stremato, quasi quasi non ci credevo neanche io». —

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