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Il turismo fatica a trovare lavoratori stagionali. L’imprenditore: «Ci mancano i baristi, ecco perché»

La Vela di Punta Ala

Anche in strutture notissime della Maremma come Cala Felice del Puntone e La Vela di Punta Ala ci sono ancora posizioni vacanti. Secondo Ceccarelli tra le ragioni di disincentivo ci sono la stagione cortissima dello scorso anno e il meccanismo della Naspi

GROSSETO. La galassia turismo ha difficoltà a reperire personale stagionale, soprattutto per le mansioni più qualificate: oramai è allarme rosso, anche in Maremma. Sono giorni che le associazioni datoriali regionali segnalano difficoltà strutturali nell’incrociare domanda e offerta. Da Federalberghi a Confesercenti e Confcommercio. Del fenomeno danno buona testimonianza le vicissitudini attraversate dai gestori – la famiglia Ceccarelli – di due notissimi locali della costa: Cala Felice del Puntone di Scarlino e La Vela di Punta Ala, che ha fatto la storia delle vacanze in Maremma di chi negli anni gaudenti lasciava la Milano-da bere per le costa toscana.

«Da giorni abbiamo aperto la possibilità di candidarsi per un posto di barman / barista a tempo pieno, uomo o donna, e per altri tre posizioni part time nei weekend per lo stesso profilo professionale – spiega Giacomo Ceccarelli – All’annuncio pubblicato su Facebook non ha risposto nessuno e soprattutto è molto difficile trovare lavoratori che vivano in zona. Nelle due attività che gestiamo durante la stagione estiva occupiamo più di cinquanta persone, il 90 per cento delle quali viene da fuori provincia. Tutti italiani».

Vediamo dunque di quali stipendi stiamo parlando. «Un addetto di sala con noi lavora minimo 40 ore a settimana. Abbiamo il badge, registriamo gli orari di lavoro e paghiamo gli straordinari. In estate si può arrivare a 1.800-2.000 euro al mese».

Cala Felice e La Vela sono già aperti a ciclo continuo, per ora lavorano prevalentemente a pranzo, e solo nei fine settimana anche a cena; pochi sono per ora i clienti stranieri, per lo più habitué della zona. «Cercare persone a cui offrire un lavoro è diventato un vero impiego – aggiunge Ceccarelli – Lavorare durante la stagione estiva è indubbiamente impegnativo, gli orari sono lunghi e nei giorni festivi le attività turistiche non possono fermarsi. Fare la stagione significa “saltare” l’estate per dedicarsi a lavorare».

L’imprenditore non giudica le scelte di nessuno: ciascuno ha le proprie motivazioni che spingono ad accettare un impiego o a rifiutarlo; il suo unico obiettivo è trovare personale. Qualcuno in effetti si farebbe anche avanti, ma «le persone che vivono nella nostra zona e che richiedono informazioni sulle posizioni libere – spiega Ceccarelli – non sono disponibili a lavorare dopo cena e nei fine settimana, almeno nella maggior parte dei casi: e questo per un’azienda che opera nel turismo è un problema. Prima potevi selezionare il personale sulle competenze, oggi assumi quando trovi qualcuno».

Il Covid che ha stravolto l’estate 2020, con una stagione limitata a tre mesi, ha fatto da detonatore. Chi non aveva trovato un impiego per la stagione estiva ha cercato un’occupazione alternativa e poi non è più tornato indietro. Chi può preferisce lavorare per 12 mesi all’anno con un orario tradizionale, rispetto a fare una stagione per tre o quattro mesi.

«Il lavoro fisso ti lascia molto più tempo libero per te e la famiglia – spiega l’imprenditore – mentre quello stagionale è stato penalizzato dall’introduzione della Naspi, che copre solo la metà del periodo dell’impiego stagionale. Bisognerebbe piuttosto calcolare l’indennità di disoccupazione sulla media del periodo di lavoro stagionale degli ultimi anni». C’è poi un ulteriore problema: venendo da altre province o regioni del centro-sud, gli stagionali accettano il lavoro solo se viene offerto anche l’alloggio. «Noi – conclude Ceccarelli – garantiamo l’alloggio a molti dipendenti, ma per le aziende più piccole è impossibile». –



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