Fascismo, dipendente comunale di Grosseto nei guai

Gruppi di estrema destra a Predappio

Blitz della Digos a casa del 45enne: era iscritto alla chat “Boia chi molla”. Contestate le finalità anti democratiche

GROSSETO. Uso della violenza come metodo di lotta politica, istigazione all’odio razziale, etnico e religioso. Spregio dei valori democratici e richiamo al fascismo. Ieri mattina la Digos è andata a bussare anche alla porta di un quarantacinquenne, dipendente del Comune di Grosseto che abita in città con la famiglia. «Una persona con un cuore grande», lo descrive chi lo conosce, senza sapere però che il suo nome era legato a una chat che si chiama “Boia chi molla”. Una chat neonazista e antisemita, collegata con il sodalizio estremista “Ultima legione”, che ha radici a Milano me che è diffusa in molte regioni. Organizzazione, con tesserati dalle chiare idee neofasciste e razziste e contro i quali all’alba di ieri mattina è scattata un’operazione, con tanto di perquisizioni della polizia. In quelle chat, gli investigatori hanno trovato di tutto: anche frasi come «Traini doveva lasciarli tutti a terra» scritta da un ligure che modera, tra l’altro, i gruppi Whatsapp di Liguria, Toscana ed Emilia Romagna. L’uomo si riferisce alla strage di matrice razzista compiuta da Luca Traini che il 3 febbraio 2018 a Macerata esplose numerosi colpi di pistola nel centro cittadino da una vettura in movimento, una Alfa Romeo 147 nera, ferendo sei extracomunitari con una Glock 17, pistola semiautomatica calibro 9 davanti. Nell’attacco, per cui è stato condannato in via definitiva, rimasero ferite sei immigrati di origine sub-sahariana con età compresa tra i 20 ed i 32 anni.

È questo il terreno sul quale si sarebbe mosso, insieme ad altri due toscani (un fiorentino di 61 anni e un pratese di 20), il dipendente comunale di Grosseto. Un passato vicino ai gruppi cittadini di destra, il suo. Le investigazioni, condotte dagli agenti della Digos di Firenze, con il supporto delle Digos di Prato e Grosseto, hanno permesso di rintracciare il collegamento dei tre indagati con un gruppo di estremisti di destra.


I tre toscani avrebbero condiviso nelle chat fotografie, video e simboli inneggianti al nazifascismo esaltando stragi di matrice suprematista.

Secondo gli investigatori, i fondatori di queste chat, che si trovavano sui canali Whatsapp, Telegram, Facebook e anche sulla piattaforma russa Vkontakte, avevano uno scopo che andava ben al di là della propaganda.

Avrebbero così reclutato militanti per mettere in piedi una struttura politica di ispirazione fascista ma non è escluso che volessero compiere anche azioni violente.

Perquisizioni e sequestri, ieri, sono stati fatti in tutta Italia. I tre toscani avrebbero avuto contatti con Andrea Chesi, il dipendente di Mps arrestato nel 2019 insieme al figlio, a processo con l’accusa di voler far saltare in aria con il gas la moschea di Colle Val d’Elsa. Coordinata dal pm Leopoldo De Gregorio, nella chat dove erano presenti i tre toscani, venivano espressi propositi come ricostituire il partito fascista, «giustiziare i politici di destra e di sinistra», cacciare gli stranieri dal paese e eliminare gli avversari politici facendoli «affogare con la macina del mulino in fondo al mare».

Sono due le inchieste che si sono incrociate, tra le quali è rimasto coinvolto il dipendente comunale di Grosseto. Quella partita dall’Aquila, denominata “Nobis” e quella della procura fiorentina, che dal 2019, anno dell’arresto del sovversivo filonazista Chesi, ha portato fino alle perquisizioni di ieri.

Una vita divisa tra il lavoro, l’amore per la sua famiglia e le frasi e le immagini condivise, se non materialmente, almeno ideologicamente in quelle chat nelle quali, hanno scoperto gli investigatori, si parlava esplicitamente di suprematismo e si esaltavano le stragi nazifasciste. —

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