II direttore della comunità: "Non era gestibile, il padre fu avvisato che lo stavamo allontanando"

Dario Meini, 40 anni

Il dottor Paioletti spiega: "Non rispettava la quarantena e non voleva tornare qui, ma il dolore della famiglia è comprensibile"

ROSELLE. «Come si può immaginare sono situazioni di forte complessità e non sempre le cose sono così palesi e chiare legate alla motivazioni che un ragazzo può avere. Noi di norma avvisiamo i familiari quando i ragazzi vanno via. In questo caso è stato fatto: il padre è stato avvisato che stavamo procedendo all’allontanamento perché lui non era gestibile».

Il dottor Umberto Paioletti, psicologo e psicoterapeuta, è il direttore della comunità di Vallerotana, struttura a Roselle da 27 posti letto per persone che cercano di uscire dalla tossicodipendenza. In media ospita 24 persone; attualmente ce ne sono 19, seguite da undici operatori.


Qui Dario Meini, 40 anni, ha vissuto circa un anno fino al 1° luglio 2020, quando è stato espulso. Quello stesso giorno è morto per un mix di alcol e droga in un appartamento di Grosseto.

I genitori di Meini chiedono verità. E sostengono che la comunità non li abbia avvertiti tempestivamente che il figlio era stato allontanato.

Diversa la ricostruzione che fa il direttore della struttura. «Il ragazzo era andato in verifica a casa – spiega Paioletti – e non aveva nessuna voglia di tornare. E tornando ha attuato dei comportamenti che ci hanno costretto a prendere un provvedimento. Non lo abbiamo messo fuori dalla comunità, lo abbiamo portato alla stazione a Grosseto con i soldi che il padre ci aveva autorizzato a dargli per prendere un treno e tornarsene a Firenze. Quella doveva essere l’evoluzione. Poi però evidentemente Dario ha deciso di rimanere a Grosseto e fare altre cose che hanno portato a una tragica evenienza».

Comprensibile, dice Paioletti, che i genitori cerchino risposte. E comprensibile il loro dolore. «Abbiamo fatto un incontro con il padre per fugare i suoi dubbi. All’inizio avevano rabbia nei nostri confronti, poi il padre sentì il bisogno di parlarmi e mi parve cosa giusta e doverosa da parte nostra. Ritornarci ora mi mette in difficoltà, nel senso che mi fa star male».

Paioletti descrive Dario come un ragazzo con capacità artistiche. «Scriveva pezzi musicali, piccole sceneggiature, aveva vissuto molto all’estero. Doveva trovare la pace interiore e qui aveva trovato un ambiente accogliente, non giudicante». Un ambiente in cui «si offre un’opportunità». Ma in quel periodo Dario era poco motivato a rimanere «cercava un palese scontro con la struttura», dice il direttore. A partire dal fatto che proprio quella sera Dario non aveva voluto stare in quarantena, come era richiesto per la sicurezza dell’intera struttura.

«Il nostro è un lavoro di trincea, molto difficile. Il nostro compito è aiutare e dare opportunità finché la persona dimostra di volerla cogliere». — F.F.

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