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Coronavirus, i 12 mesi che hanno stravolto la vita anche in Maremma: i lutti, le storie e cosa ci aspetta

Il 4 marzo sono 12 mesi esatti da quando in provincia di Grosseto è arrivato il virus. A pagarne il prezzo più alto sono stati 111 uomini e donne. A spiegare l'aspetto sanitario le dottoresse Gennì Spargi (terapia intensiva) e Cesira Nencioni (malattie infettive) e il dottor Maurizio Spagnesi

Mercoledì 4 marzo 2020. All’ospedale Misericordia di Grosseto viene ricoverato il primo paziente Covid della provincia, un 74enne che vive in città e che si presenta in pronto soccorso per sintomi influenzali.

Quel momento, purtroppo, era atteso da giorni, poiché in tutta Italia si stavano moltiplicando i casi di coronavirus, in particolare in Lombardia, e cominciava in televisione il bollettino quotidiano dei contagiati e dei morti.

Qualche avvisaglia in provincia si era avuta a fine febbraio, quando nel comune di Sorano si era temuto l’arrivo del virus, allorché un’infermiera, originaria della zona, ma che lavorava a Piacenza, era tornata a far visita alla famiglia e dopo poco scopre di essere positiva. Il sindaco, Pierandrea Vanni, chiuse le scuole, e così fecero i comuni confinanti, persino quelli nel Senese e nel Lazio. Fu un falso allarme, per fortuna. Ma è durato poco.

Meno di una settimana dopo tutto il Paese è in lockdown. E, un anno esatto fa, arriva la prima diagnosi anche nel Grossetano.

"Andrà tutto bene" è stato il mantra di quei primi lunghi mesi, in attesa che passasse la pandemia. Che invece è tornata con la seconda andata a novembre, mai finita e passata direttamente alle terza. Tanto che l’affermazione di allora è diventata la domanda di oggi: "Andrà tutto bene?".

Il tunnel è ancora lungo. E se l’arrivo dei primi vaccini fa intravedere uno spiraglio di luce davanti a noi, a guardare indietro a questi primi 12 mesi il quadro è di lutto e dolore.

Il racconto del Tirreno di questo primo anno di pandemia da Covid-19 in provincia di Grosseto non poteva non partire da chi ha pagato il prezzo più alto.

I LUTTI

Sono 111 gli uomini e le donne che hanno perso la vita a causa del contagio. Alcuni uccisi dal virus, altri sorpresi quando le loro condizioni di salute erano già precarie e sono precipitate dal contatto con il Covid.

Il primo lutto in provincia è il 19 marzo. All’ospedale Misericordia di Grosseto muore Onorio Ore, 86 anni, ferroviere in pensione di Scansano. Il virus colpisce la città come i piccoli borghi: da Grosseto a Follonica, da Monterotondo a Sorano. Un focolaio alla Rsa Villa Pizzetti di Grosseto fa cadere nell’angoscia tante famiglie di anziani lì ricoverati. Saranno tre, in tutto, gli ospiti della Rsa grossetana a perdere la vita. La città è sotto choc.

Ma il peggio deve ancora venire. Se nella prima ondata sono 24 i decessi per Covid in provincia, sono l’autunno e l’inverno a portare il maggior numero di lutti. Il virus si insinua nelle Rsa, prima a Casale di Pari, poi a Follonica, a Roccastrada e infine a Orbetello. Tre decessi nella prima, sette nella seconda, due nella terza, ben 12 nella quarta. Con storie strazianti.

Nel giro di una settimana, tra il 21 e il 28 dicembre, muoiono Ione Santi, 91 anni, e il fratello Bruno Santi, 94 anni. Entrambi stavano trascorrendo la loro vecchiaia nella Rsa Costa d’Argento di Orbetello, dove si erano ritrovati, sotto un unico tetto, un po’ come quando erano bambini. Insieme se ne sono andati via entrambi a pochi giorni l’uno dall’altra.

Quella dei Santi non è l’unica famiglia colpita due volte dal virus. Il 18 novembre muore all’ospedale di Grosseto Bruno Maggiotto. Ha 87 anni e per tutta la vita ha vissuto in simbiosi stretta con il fratello gemello Armando. Erano legatissimi come solo i fratelli gemelli sanno essere. Un legame che va oltre l’affetto, che è scritto nel dna. Uniti per tutta la vita, trascorsa nella campagna di Alberese dove erano due pilastri della piccola comunità, lo sono stati anche nella morte. A nemmeno un mese di distanza anche Armando Maggiotto ha dovuto arrendersi al Covid.

Non meno tragico l’effetto del virus sulla famiglia Boncioli Talarico di Roccastrada. Il 22 dicembre la signora Anna Maria Talarico si spegne all’ospedale Misericordia. Aveva 71 anni. Al suo funerale non aveva potuto piangerla il marito Mauro Boncioli, ricoverato in terapia intensiva. Tutto il paese aveva pregato perché almeno lui si salvasse. Ma il 4 gennaio, proprio all’inizio di quell’anno sul quale tanti avevano riposto fiducia per un cambiamento, se n’è andato anche lui.

Non ci sono solo anziani, però, tra le vittime del virus. I più giovani sono Andrea "Tony" Casini, 43 anni, di Orbetello, morto il 7 dicembre, e Massimo Mattera, 50, di Isola del Giglio, scomparso il 22 gennaio. Entrambi bisognosi di cure, entrambi hanno contratto il virus in luoghi dove avrebbero dovuto trovare sollievo.

Casini era ricoverato all’ospedale di Orbetello per curare il suo cuore malato. Qui ha contratto il virus. Si è spento all’ospedale Misericordia, lasciando una moglie e due bambine. Mattera, affetto dalla sindrome di Down, si è ammalato nella Rsa dove viveva. La sorella Antonella non si dà ancora pace.

DODICI MESI DI COVID IN MAREMMA: LA CRONACA

Due giorni dopo il primo caso grossetano, registrato il 4 marzo, a seguito dell’ordinanza 8 del presidente della Regione, il 6 marzo anche l’ospedale di Grosseto viene riorganizzato completamente: stop a visite, esami e interventi, a parte le urgenze. È la prima risposta della sanità al virus in un anno che ha sconvolto la vita di tutto il mondo.

A fine mese tutta la chirurgia viene spostata tra Massa Marittima e Orbetello. Intanto si contano già dieci i positivi, 47 in quarantena. Nei giorni successivi chiude la mensa della Caritas; i pasti vengono consegnati a mano. E ci sono i primi contagiati tra farmacisti e personale della sanità. Sono i giorni delle lunghe file fuori dai supermercati per entrare pochi alla volta, i giorni in cui i negozi chiudono "per scelta" sperando che possa bastare a fermare la circolazione del virus. Il 12 marzo la giunta di Grosseto finisce in quarantena, Confartigianato chiude la sede e si registrano i primi contagi in strutture sanitarie private e le prime denunce per chi viola il lockdown.

Il 19 marzo muore Onorio Ore, 86 anni, ex ferroviere di Scansano. È la prima vittima di oltre cento che il virus farà in provincia. Tre giorni dopo, primo caso Covid in una Rsa maremmana, Villa Pizzetti. In un anno moriranno in queste strutture 26 ospiti soprattutto nella seconda ondata. Due a oggi gli esposti presentati.

Il 24 marzo i primi tamponi attraverso i finestrini dell’auto. Il Misericordia diventa hub dell’Asl sud est con il San Donato di Arezzo. Pochi giorni dopo scoppia il focolaio a Monterotondo. Il 28 apre l’albergo sanitario Il Tombolo a Principina.

Il virus fa davvero paura. Se ne accorgono i medici che a metà aprile lanciano l’allarme: gli accessi al pronto soccorso sono calati del 50 per cento. Per paura del Covid si muore di arresto cardiaco. E intanto si studia il caso Isola del Giglio, apparentemente immune al virus.

La chiusura comincia a farsi sentire sulle attività. Protestano ristoratori, parrucchieri, ambulanti. Nella prima fase sono 5.300 le aziende grossetane a chiedere la cassa in deroga.

Il miglioramento delle condizioni generali dà fiducia. L’11 maggio inizia la fase 2 della sanità con il piano di de-escalation dell’ospedale. Si torna a fare visite ed esami. E ci si prepara per l’estiva, chiedendosi come organizzare le spiagge.

Il 24 maggio viene dimesso l’ultimo paziente Covid dalla terapia intensiva. A fine giugno, Genoveffa Venturi, 99 anni, viene dimessa dal reparto di malattie infettive.

L’estate inizia con la maturità attraverso schermi in plexiglass. A luglio però la doccia fredda: riapre la terapia intensiva (il 7) poi malattie infettive (il 23) per nuovi casi. Il 4 luglio scoppia una maxirissa tra ragazzini a Castiglione della Pescaia, la prima di una lunga serie con protagonisti i giovanissimi sulla costa maremmana.

A settembre, dopo un’estate di preparazione delle aule, si torna in classe, ma con mille incognite, in primis i trasporti. Quattro giorni dopo si registra il primo alunno positivo al virus, all’Argentario. Da lì non si contano i casi nelle scuole, le quarantene e lezioni da casa.

Ottobre è il mese in cui si scivola di nuovo nell’incubo. Dal 12, nel Grossetano, cominciano a risalire i contagi. A fine mese il sindaco di Campagnatico Luca Grisanti e la moglie contraggono il virus. Ne usciranno a dicembre. Il mese si chiude con l’ospedale che si prepara alla seconda ondata.

La Toscana torna in zona arancione l’11 novembre. Nel Grossetano proprio quel giorno si contano 100 contagi. Nelle settimane successive scoppiano focolai in tre Rsa: a Casale di Pari, Roccastrada, Follonica e, a dicembre, a Orbetello.

Il 15 è zona rossa. In provincia si distribuiscono le mascherine gratuite. A dicembre suscita commozione la notizia che la primaria del reparto di rianimazione Covid, Cesira Nencioni, è positiva e viene ricoverata nel suo stesso reparto. Ci resterà 20 giorni.

Eppure il virus fa meno paura, almeno per alcuni. Il 3 è record di guariti, ben 115 in un’unica giornata. E il primo weekend di shopping prenatalizio è un delirio di folla in centro a Grosseto. Dal 15 il personale della sanità può prenotarsi per la somministrazione del vaccino. Ma i morti sono ancora tanti. Il 29 dicembre la signora Luisa, 86 anni, della Rsa di Piloni, è la prima anziana a essere vaccinata. Con la fine del 2020 si spera che l’anno nuovo porti una svolta positiva. La speranza è tutta nei vaccini: a inizio febbraio l’Asl pubblica tre bandi per assumere personale che si occupi delle somministrazioni. Si cominciano a vaccinare gli insegnanti (il 14 i primi 1.000) in strutture come il cinema Aurelia Antica. Il 15 febbraio Eugenia Ocello, 87 anni, è la prima vaccinata tra gli over 80. Cosa ci aspetta adesso? Il primo accesso lo si è avuto a metà febbraio: il 16 si sono registrati i primi due casi di variante inglese in provincia, a Follonica. Il 26, primo caso di variante brasiliana, sempre a Follonica.

TERAPIA INTENSIVA
Spargi: «Incredibile, siamo al punto di inizio»

Gennì Spargi

La terapia intensiva Covid del Misericordia non è mai stata chiusa del tutto, dopo le dimissioni dell’ultimo paziente il 25 maggio. Era chiaro che altri casi si sarebbero potuti ripresentare, ma forse anche per dichiarazioni di virologi troppo ottimisti, nessuno si aspettava una seconda e terza ondata così pesanti. Per Gennì Spargi, che dal 2017 dirige la terapia intensiva a Grosseto, «è incredibile come a distanza di un anno siamo di nuovo al punto di partenza, non in termini di organizzazione delle strutture sanitarie – dice – ma di diffusione della pandemia. I positivi sono in crescita, il virus è in ripresa con nuovi livelli di criticità e c’è grande preoccupazione. A differenza dello scorso anno, ora siamo anche stanchi e il personale è a livelli allarmanti di stress. Nella prima fase avevamo tutti la speranza che con l’estate sarebbe cambiato qualcosa, che in un certo senso stava davvero andando “tutto bene” per parafrasare ciò che per mesi ci siamo augurati, ripetendolo come una formula scaramantica. Ora invece non è così».

L’enorme sforzo organizzativo per fronteggiare un evento nuovo e stravolgente all’inizio della pandemia, infatti, è inevitabilmente ricaduto sui medici, gli infermieri, gli operatori dell’assistenza, tutti messi a dura prova, soprattutto in terapia intensiva e malattie infettive. «Solo pensare che potremmo essere di nuovo al punto di riempire il reparto sta creando un grande disagio psicologico nei miei medici e infermieri – aggiunge Spargi – anche perché l’infezione da Covid-19 è molto grave, comporta ricoveri lunghi, abbiamo avuto pazienti che sono rimasti da noi oltre 70 giorni. Vediamo arrivare di continuo ricoverati che poi restano da soli, che non hanno il contatto con i parenti per quanto facciamo il possibile per alleviare il loro isolamento, che spesso purtroppo muoiono. Rivedere a novembre e di nuovo ora scene già viste è un carico psicologico pesantissimo. Basti pensare che nella prima ondata abbiamo ricoverato in tutto 35 persone. Nella seconda fase siamo già arrivati a 77 in totale e pronti ad aprire i moduli progressivi di ricovero, ciascuno con otto posti letto». 

DIPARTIMENTO PREVENZIONE
Spagnesi: «Le varianti impennano i contagi»

Maurizio Spagnesi

Maurizio Spagnesi è il direttore del dipartimento di prevenzione dell’Asl Sudest, ovvero tamponi, tracciamento, isolamento dei casi: il "lavoro sul territorio", che cerca di arginare il virus disegnandone la mappa della diffusione. In questo anno, il suo dipartimento è stato sottoposto a una pressione senza precedenti. «Non avevamo mai affrontato una situazione simile - dice Spagnesi - che ha scardinato consuetudini e ha riportato a fare i conti con le malattie infettive. Ma l’azienda in poche settimane è riuscita a riorganizzarsi, spostando il personale e indirizzandolo sulle attività di igiene pubblica, trasformando l’ospedale, aprendo i reparti Covid, mettendo in campo risorse non immaginabili prima di un anno fa». Sono emerse potenzialità e capacità organizzative, secondo Spagnesi, ma la pandemia ha messo a nudo anche i problemi della carenza di personale. «Il territorio nel tempo è stato sguarnito - spiega - ma nonostante tutto, in Toscana il sistema ha retto grazie all’integrazione tra la sanità territoriale e quella ospedaliera. È un dato che deve far riflettere sulle decisioni future. In questo anno - conclude - ci sono stati momenti critici, il peggiore a novembre, quando, con l’aumento esponenziale dei casi arrivati a superare i 500 al giorno nell’Asl, abbiamo pensato di non farcela. Non riuscivamo più a fare il tracciamento, a isolare i positivi, a disporre la quarantena. Ora ci risiamo con la crescita incontrollata dei casi alimentata dalle varianti. Siamo "rodati" e la campagna di vaccinazione sta entrando nel vivo, ma solo il rispetto delle regole anticontagio potrà invertire la tendenza».

MALATTIE INFETTIVE
Medico e paziente: «È ancora un incubo»

Cesira Nencioni

«Il Covid mi sta facendo perdere la cognizione del tempo e delle stagioni che passano. Il mio pensiero non si stacca mai dall’ospedale, con la testa fissa sull’arrivo di nuovi pazienti. È come se tutti questi mesi fossero stati sospesi, tanto che faccio fatica a pensare che è passato un intero anno». Cesira Nencioni, direttrice delle malattie infettive del Misericordia, il coronavirus l’ha sperimentato sulla propria pelle, come paziente, poiché lei stessa lo ha preso ed è stata in isolamento in ospedale, oltre che come medico e direttore del reparto più colpito dalla pandemia insieme alla terapia intensiva.

Ha visto persone arrivare, aggravarsi e non farcela, intere famiglie ricoverate, situazioni di prostrazione fisica e psicologica per l’isolamento e l’impossibilità di vedere i propri cari. Durante la prima fase della pandemia, i ricoveri in malattie infettive si sono fermati a 56, ma il reparto Covid non è mai stato chiuso del tutto. «Già in agosto abbiamo avuto nuovi pazienti, poi da lì non ci siamo più fermati - continua Nencioni - per arrivare fino a circa 75-76 ricoveri contemporaneamente da novembre a ora. Il periodo più duro, in cui abbiamo dovuto aprire progressivamente i cinque moduli in cui è suddiviso il reparto, un vero e proprio schiaffo perché non eravamo pronti a vederlo di nuovo pieno. Per noi è stato ed è un carico emotivo pesantissimo: ogni malato si porta dietro la sua storia, un intreccio di destini che inevitabilmente ci coinvolge, poiché siamo noi la sua famiglia e il suo contatto umano. L’episodio di Genoveffa Venturi, l’ultima a essere dimessa è emblematico. Ha compiuto 99 anni da noi e per il suo compleanno il personale in turno si è presentato con una torta, finta, ovviamente, perché con il Covid non si può condividere niente. Con questa nuova ondata, che sia la terza o la coda della seconda - conclude - si riaffaccia l’incubo vissuto a marzo e peggio ancora a novembre. Quando aumentano in contagi arrivano più ricoveri. E questo è l’aspetto più drammatico: non si vede la fine, con una doccia calda, i vaccini, e una fredda, le varianti e l’aumento esponenziale dei positivi».

LA TESTIMONIANZA

Themri Mourad

A dicembre, lui e sua moglie sono stati contagiati dal Covid. A gennaio ha perso il suocero a causa del virus. Themri Mourad compirà 40 anni a settembre e i giorni della sua positività li ricorda come i peggiori della sua vita. «Era il 19 dicembre - racconta - quando abbiamo saputo di essere positivi». Sua moglie, Patrizia Sadocchi, lavorava alla Rsa di Orbetello dove era scoppiato un focolaio. Quando si è accorta del virus ormai era troppo tardi: lei era contagiata, come suo padre morto poi a gennaio, e lo era anche il marito. «Se penso a quei giorni - dice Mourad - ho ancora l’ansia. Eravamo spaventati dall’incertezza di non sapere cosa sarebbe capitato una volta preso il virus».

Mourad è titolare di un mini market alimentare alle porte di Orbetello. È di origini tunisine ma la sua casa dal 2005 è l’Italia. «Sono arrivato qui - spiega - per venire a trovare mia sorella che abita a Porto Ercole. Da qui sarei dovuto andare in Francia ma non sono più partito». A Orbetello ha trovato l’amore, ha aperto il suo negozio e qui ha tutto il suo mondo.

«Il momento più brutto - dice - è stato quando abbiamo saputo di mio suocero Savino - aggiunge - per me era come un padre. Noi non abbiamo figli e mia moglie lo accudiva con tanto amore. Non mangiava mai prima che io arrivassi a casa dal lavoro. La sua perdita è stata un grande dolore».

Durante il primo lockdown, col suo negozio, Mourad ha cercato di aiutare le persone in difficoltà. Lasciava fuori le borse con la spesa perché fossero prese dalle persone che avevano bisogno. «Anche ora i tempi sono duri - dice - E c’è anche chi si vergogna del proprio stato di difficoltà. C’è chi mi chiede di pagare in un secondo momento e io cerco di aiutare, come posso».

Mourad durante la malattia ha ricevuto tanto affetto. «Il mio telefono non smetteva di suonare - continua - è stata una grande dimostrazione di affetto. Anche la ragazza che lavora in negozio, Simona Valenti, è stata tanto cara. Ha fatto il tampone ed essendo risultata negativa è subito tornata al lavoro. Tutti mi hanno dato una mano. La mia commercialista mi ha aiutato a trovare la ditta per sanificare il negozio e dopo due giorni di chiusura abbiamo riaperto. Ringrazio tutti. Non è ancora finita. Dobbiamo stare attenti». --

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