«Voglio la salma di mio padre in Italia»: accorato appello a papa Francesco

Morì in Polonia, la Procura ha chiesto l’archiviazione: non fu omicidio, né sequestro di persona. La figlia e la moglie di Giuseppe Niccolini non hanno mai creduto alla versione dell’amante dell’uomo

GROSSETO. «Roberta, Maestro mi ha mandato, Maestro, tuo padre non è morto ma è molto malato e vuole che lo aiuti a tornare a casa, perché tenuto prigioniero». Era l’11 settembre del 2018 quando un ragazzo straniero, sui 25-30 anni, si presentò a casa di Roberta Niccolina, nella zona del Pizzetti. Suonò al campanello, sul quale compare solo il nome della nipote, che ha un cognome diverso da quello del nonno. Giuseppe Niccolini, “il Maestro”, era morto a Torun, città della Polonia che ha dato i natali a Copernico, il 20 aprile del 2018 ma quel ragazzo, disse ai familiari dell’uomo che lui era ancora vivo. Ora, a distanza di quasi tre anni, il pm Valeria Lazzarini ha chiesto per la seconda volta l’archiviazione. Il fascicolo, contro ignoti, era stato aperto dopo che la figlia dell’uomo e la moglie, Ivana Cesaretti, si erano presentate in Questura, la sera stessa della visita del ragazzo a Grosseto, per denunciare quanto accaduto. Secondo la Procura però, i reati ipotizzati – quello di omicidio colposo, quello di sequestro di persone e di appropriazione indebita – non sono stati consumati. Perché, scrive il sostituto procuratore nella richiesta di archiviazione, «in tutti gli interventi sanitari – sia quelli intrapresi in Italia, sia quelli realizzati in Polonia – non è possibile intravedere nessuna azione o omissione dalle quali può essere determinata la morte. Ed ancora, la scelta di recarsi in Polonia per trascorrere gli ultimi momenti della propria vita fu intrapresa dal signor Niccolini senza alcuna costrizione. Né infine sono emersi gli elementi costitutivi del reato di appropriazione indebita pur lamentato nell’iniziale querela».

Richiesta questa, che amareggia la figlia di Giuseppe Niccolini, che ora lancia un appello anche a papa Francesco. «Mio padre è sepolto nel cimitero di una chiesa a Torun – dice la donna – ma il suo posto è qui a Grosseto, con i miei nonni, al cimitero di Sterpeto. Sono pronta anche ad avviare una raccolta di fondi per riportare la sua salma qui, dove c’è la sua famiglia. Sono amareggiata, perché non ho avuto giustizia». Roberta, a distanza di anni, ancora non si dà pace. Al cimitero di Sterpeto, sulla pietra che copre il colombario con i resti dei nonni, ha fatto incidere anche il nome di suo padre. «È grossetano, è nato qui – dice – è un cittadino italiano e non capisco perché la sua salma sia stata sepolta in Polonia. Vorrei anche accertarmi che davvero in quella bara ci siano le sue spoglie, perché dopo che quel ragazzo si è presentato a Grosseto, mesi dopo la sua morte, portandomi quel messaggio, io non posso credere più a nulla».



Nemmeno alle cartelle cliniche, che sono state acquisite dalla Procura di Grosseto e tradotte. E poi fatte analizzare dal professor Mario Gabbrielli, responsabile della Medicina legale dell’Università di Siena che, nella sua relazione, ha scritto che «non vi furono errori dei medici intervenuti e non vi furono carenze assistenziali, come attestato dal fatto che malgrado l’allettamento non si instaurarono significative lesioni da decubito». Allora perché quel ragazzo straniero, l’11 settembre 2018, si presentò alla porta della casa della famiglia di Giuseppe? Assistita dall’avvocata Francesca Carnicelli, Roberta Niccolini ha cercato una risposta a quella domanda che la assilla da allora, dopo aver scoperto che suo padre, che trent’anni prima aveva aperto un’attività a Torun, nella cittadina polacca viveva con una nuova compagna, Bozena Ziemann dalla quale aveva avuto un figlio, oggi 23enne, Michal. «Io sarei pronta anche ad incontrarlo – dice oggi la donna – perché mio padre, durante una delle ultime chiacchierate che abbiamo fatto al telefono, mi aveva chiesto di farlo. Gli ho mandato anche alcune vecchie foto, ma lui mi ha bloccata su Whatsapp. E non è giusto che la sua salma resti in Polonia, nel cimitero di una chiesa. Io gli faccio dire la messa da qua, ma non riesco a darmi pace che nessuno possa soddisfare la nostra richiesta».


Per mesi, la famiglia polacca di Niccolini, ha tenuto nascosto a Roberta anche il luogo della sepoltura dell’uomo che riposa ora nel cimitero di Owsiana, a pochi chilometri dal centro di Torun. I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal pm Lazzarini, hanno svolto le indagini e attraverso un Ordine europeo è stata sentita anche Bozena, la donna che per trent’anni ha condiviso la sua vita con l’imprenditore originario di Castiglione della Pescaia. Si erano conosciuti in un night club, in Italia, dove Bozena lavorava come ballerina poi Niccolini aveva deciso di aprire un ristorante a Torun e di nominare direttrice la donna, con la quale poi avrebbe avuto un relazione dalla quale è nato anche un figlio. «Noi lo abbiamo saputo poco prima che mio padre morisse – dice ancora la figlia – ma nonostante tutto vogliamo che la sua salma torni qui da noi. Non capisco perché un italiano, anziché essere stato rimpatriato, sia stato sepolto all’estero». –