Un tunnel sotto il lager per cibarsi di patate: così Carlo Pantaloni sopravvisse all'orrore nazista

Carlo Pantaloni e, a destra, il figlio Claudio, il sindaco Federico Balocchi e il consigliere Luciano Luciani durante il collegamento video con la prefettura

Santafiorese, aveva solo 20 anni  quando fu internato vicino a Brema 

SANTA FIORA. «Mio padre scelse di dire no alla dittatura e a una guerra in cui non si riconosceva preferendo 20 mesi di prigionia, di linciaggi morali e maltrattamenti fisici piuttosto che far parte delle file dell’esercito della Repubblica sociale, al fianco dei tedeschi».

Claudio Pantaloni parla con voce rotta dall’emozione mentre ricorda suo padre, Carlo Pantaloni, santafiorese ex internato militare italiano durante la cerimonia in cui è stata annunciata la medaglia d’onore alla memoria per Carlo, voluta da Sergio Mattarella.


Una scelta sofferta, quella di Carlo Pantaloni, «che – racconta il figlio – prese con coraggio, pur sapendo di andare incontro a un destino incerto, fatto di fame, freddo e ingiustizie, con il rischio di non tornare più a casa».

A casa tornò nel luglio del 1945, ma, come moltissimi, non ha mai voluto raccontare niente ai suoi familiari di quell’esperienza. «Sono riuscito a ricostruire comunque questo capitolo drammatico della sua vita – svela Claudio – grazie alla testimonianza di Romolo Netti di Seggiano, un ex soldato ancora in vita, che condivise con mio padre la guerra e il campo di concentramento».

È il giugno 1942, nel pieno della guerra, quando Carlo Pantaloni viene chiamato alle armi aggregato al primo reggimento Granatieri di Roma. «Aveva appena 20 anni – racconta il figlio –. Partì dall’aeroporto di Orbetello destinazione Atene, dove rimase dal 29 agosto del 1942 al 14 gennaio del 1943, poi fu trasferito a Patrasso. Qui fu catturato il 9 settembre 1943, dopo l’armistizio. «I soldati tedeschi lo resero prigioniero e lo deportarono nei campi di concentramento – spiega Claudio – come accadde ad altri 600mila soldati italiani che, come lui, si erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò».

Pantaloni fu trasferito da una città all’altra fino a Brema, in Germania. Con lui finì anche il suo amico Romolo Netti. Un viso amico, una mano tesa ad aiutare, la vicinanza di un conterraneo: forse fu anche questo, per entrambi, il modo per sopravvivere.

«Nel campo di concentramento cercavano di aiutarsi l’un l’altro – dice Claudio –. Per dare da mangiare a tutti avevano scavato un tunnel che consentiva di superare il reticolato e arrivare ai campi all’esterno, dove i civili conservavano montagne di patate, nascoste tra il fogliame. Questo alimento permetteva loro di accantonare le misere razioni di rancio, costituite da gallette e formaggio secco, per i momenti in cui la fame si faceva insopportabile».

Il lavoro a cui erano chiamati era sistemare gli aeroporti che venivano bombardati. «Poche settimane prima che arrivassero gli Alleati, Romolo fu ricoverato in ospedale e lì si separò da mio padre. Si ritrovarono in Italia», dice Claudio.

L’arrivo degli Alleati diede inizio alle marce della morte: gli internati venivano spostati dai tedeschi a piedi da un campo di concentramento all’altro, mano a mano che avanzano gli inglesi. I soldati più deboli che non riuscivano a camminare venivano uccisi. «Mio padre riuscì a scappare con altri due compagni – racconta Claudio –. Percorsero a piedi la Germania, nascondendosi di continuo per paura delle rappresaglie e nel luglio 1945 riuscirono a tornare in Italia. Mia zia mi raccontava che babbo fu l’ultimo del paese a rientrare dalla guerra, pensavano che fosse morto, perché dall’Armistizio non avevano avuto più notizie. Quando arrivò a Santa Fiora, nel 1945, si udivano dal centro del paese le urla di gioia e i canti: è rientrato Carlo, è rientrato Carlo».

Nel 1947 Carlo si sposa con Maria Domenica Marconi. Ma l’esperienza del lager lo segnerà per tutta la vita. «Ha lavorato come minatore a Baccinello, pi a Semproniano e poi alle Bagnore – racconta Claudio – ma ha sempre avuto un rapporto travagliato con il lavoro. Era antifascista, di sinistra, e per questo ha sempre avuto problemi. Lo Stato italiano si vergognava degli internati, sin dal dopoguerra li ha visti come una pagina nera della propria storia. Solo dai primi anni Settanta c'è stato un riconoscimento». —

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