Grossisti del cibo al collasso: rimasti senza alcun aiuto e beffati dal codice Ateco

Tommaso Chimenti all’interno dell’azienda di famiglia in via India a Grosseto

Hanno ricevuto aiuti solo durante il primo lockdown. Poi più niente. Anche loro parteciperanno alla manifestazione in piazza del Popolo

GROSSETO. Gli aiuti, loro, li hanno ricevuti soltanto durante il primo lockdown, quando hanno avuto la possibilità di chiedere la cassa integrazione per i propri dipendenti e quando qualche spicciolo è arrivato anche per il comparto Horeca. «Ma ora dobbiamo far fronte a questa crisi senza alcun rimborso, e tutto perché il nostro codice Ateco è lo stesso della grande distribuzione organizzata»: a parlare è Francesco Chimenti che insieme al fratello Tommaso porta avanti l’azienda di famiglia. A causa di quel numero, che mette insieme i supermercati, che nei mesi del lockdown hanno fatto affari d’oro, con le società che si occupano della distribuzione di bibite, a queste ultime non è toccato alcun rimborso.

Il comparto del quale fa parte la società Chimenti beverages che proprio quest’anno festeggia i 40 anni di attività, è il comparto Horeca, quello che tiene insieme le aziende che si occupano di rifornire hotel, ristoranti, trattorie, pizzerie, bar e simili, catering. Anche i Chimenti saranno alla manifestazione di lunedì in piazza del Popolo, insieme ai ristoratori. «Aspettavamo questa manifestazione da settimane – dice Tommaso Chimenti – perché il nostro settore è stato completamente dimenticato dal Governo. Noi abbiamo 14 dipendenti e il calo del fatturato non è stato così impattante come in altre realtà, grazie alla stagione estiva che ci ha permesso di restare in vita, ma comunque anche noi abbiamo subito una diminuzione consistente. In tutta l’Italia la situazione è drammatica». Calcolatrice alla mano, la diminuzione registrata dalla società è di circa il 25 percento, su un fatturato annuo che supera i tre milioni di euro. Per la prima volta, chi si occupa di distribuzione di bevande, chi vende vino ai ristoranti, ma anche chi organizza i trasporti scenderà in piazza insieme ai ristoratori. «Noi che facciamo parte di Mio Italia – spiega Leonardo Peccianti, patron della Locanda de’ Medici di Grosseto – abbiamo deciso di non aderire alla campagna #Ioapro e di rispettare il Dpcm che ci concedeva di restare aperti soltanto a pranzo. Ma abbiamo organizzato una manifestazione a Roma per ribadire il nostro diritto al lavoro, che è il diritto anche di tutte quelle persone che lavorano con noi: chi ci vende la carne, piuttosto che chi ci vende il vino o le bevande, chi ci rifornisce degli alimenti che utilizziamo. Fermando noi, è stata fermata anche tutta la filiera che lavora con i ristoranti: il fatto che tanti imprenditori e tanti lavoratori abbiano deciso di partecipare alla manifestazione, dà la dimensione di quanto sia drammatico questo momento per tutto il comparto».


A livello centrale, un tentativo per inserire il codice Ateco dei distributori nella lista delle attività che avevano diritto al rimborso, era stato fatto. «Ma quando il Governo ha visto che era lo stesso dei supermercati, ha ritenuto di non inserirci - dice Francesco Chimenti - e noi siamo rimasti senza aiuti per non farli arrivare nelle casse della grande distribuzione». Non si è quindi cercata una soluzione ma si è tentato di cancellare un problema che però è ben presente nelle aziende del territorio, anche in quelle come la Chimenti beverages che fino ad oggi è riuscita bene o male a reggere l’urto della pandemia. —

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