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Ipotesi scorie nucleari in Maremma, l'esperta: «Un deposito in Italia va fatto. È una questione di sicurezza»

Livia Fusilli è a capo degli esperti toscani di radioprotezione: «La radioattività è presente più di quanto si immagini» 

GROSSETO. I tecnici del comune di Campagnatico sono al lavoro da giorni per presentare le osservazioni sulla carta nazionale dei siti potenzialmente idonei a ospitare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi, pubblicata il 5 dicembre.

C’è tempo due mesi per la consultazione pubblica, poi altri quattro per il seminario nazionale, che avvia il percorso verso la stesura della nuova mappa delle aree idonee.


La strada, dunque, è ancora lunga per arrivare a individuare il sito in cui sarà costruito il deposito nazionale e il parco tecnologico. Ma che tipo di rifiuti dovrà contenere la struttura di cui si parla ormai da 20 anni e che solo ora sembra arrivata alla fase definitiva?

Il Tirreno lo ha chiesto a Livia Fusilli, ingegnera grossetana con specializzazione in ambiente e territorio, esperta di radioprotezione di secondo grado. Insieme al padre, Michele Fusilli, specialista in Fisica medica, ex dipendente della Asl per la quale si è occupato anche di radiazioni ionizzanti, Livia Fusilli è titolare dello studio associato F-Cubo, che segue tutte le problematiche legate a questi aspetti.

Coordinatrice regionale dell’Anpeq, l’Associazione nazionale che raccoglie gli esperti qualificati in radioprotezione, è iscritta all’Associazione italiana radioprotezione (Airp).

Facciamo chiarezza. Che tipo di rifiuti saranno stoccati nel deposito nazionale?

«Rifiuti radioattivi, questa è la dicitura corretta, provenienti da attività civili nel settore dell’industria, della medicina, della ricerca, nonché dallo smantellamento delle centrali nucleari dismesse, dopo il referendum del 1987, e dalla chiusura del ciclo del nucleare. Lo smantellamento, tecnicamente decommissioning, è l’ultima fase del ciclo di vita di un impianto nucleare e può richiedere anche diversi anni. Attualmente, i rifiuti radioattivi che provengono da queste operazioni sono stoccati in depositi temporanei, per lo più in prossimità degli impianti stessi, in grado di garantire la gestione sicura del materiale, ma per periodi di tempo limitati. Diciamo che non sono idonei allo smaltimento vero e proprio, cioè la sistemazione definitiva. Sono migliaia di tonnellate di rifiuti, considerando che il decommissioning è ancora in corso».

Quando si parla di scarti che provengono dall’attività sanitaria, a cosa ci si riferisce?

«Per fare un esempio su Grosseto, ci si riferisce alla medicina nucleare, così definita perché si introducono isotopi radioattivi nell’organismo per studiare la struttura di organi o tessuti (gammacamera o Pet), per la cura di alcuni tumori e altre patologie. Viceversa, va precisato, le Rx e le Tac non producono rifiuti radioattivi. Normalmente i rifiuti prodotti vengono trattati e stoccati all’interno dell’area ospedaliera, poiché hanno un tempo di dimezzamento inferiore ai 75 giorni. Quando verrà costruito il deposito lì saranno smaltite anche le sorgenti sigillate utilizzate in brachiterapia, un tipo di radioterapia, o nella “vecchia” telecobaltoterapia ormai obsoleta».

Quali altre attività producono rifiuti radioattivi?

«Nella ricerca, in cui i rifiuti radioattivi sono prodotti ogni volta che si interviene con isotopi radioattivi. I famosi acceleratori di particelle di cui tanto si parla e che hanno portato a scoperte rivoluzionarie utilizzano radiazioni ionizzanti. Poi nell’industria, dove si usano sorgenti di radiazioni per la sterilizzazione degli alimenti o per controlli non distruttivi e negli altiforni. Gli isotopi sono utilizzati, ovviamente, in condizioni di sicurezza. A questo proposito la normativa italiana in materia di radiazioni ionizzanti è ben strutturata. L’ultimo decreto legislativo, il 101 del 2020, ha abrogato tutta le leggi precedenti e ha introdotto maggiori restrizioni. Ad esempio, i depositi ospedalieri per i rifiuti della medicina nucleare prima non richiedevano autorizzazione, mentre adesso sì».

Detto in questo modo sembra che si viva circondati da radiazioni ionizzanti.

«In effetti è così. Anche perché ci sono fonti naturali di radiazioni con le quali il nostro corpo è continuamente a contatto. Siamo immersi in quella che viene definita una “radiazione di fondo”. Alcuni isotopi radioattivi sono contenuti anche nel cibo, solo che non sono nocivi finché l’ingestione non porta a un accumulo in determinati organi e il metabolismo non riesce a eliminarli».

Dunque le “incontriamo” anche nella vita di tutti i giorni?

«Dirò di più. Fino a tutti gli anni Sessanta si producevano tanti beni di consumo usando isotopi radioattivi. C’è un libro per addetti ai lavori, e non solo, dal titolo “Atlante delle sorgenti radioattive in disuso e delle sorgenti orfane”, che ne raccoglie un bel po’, alcuni impensabili. Si va dall’oggettistica luminescente resa tale con il radio, alle candele dei motorini che contengono il polonio, alle lancette e ai quadranti radioluminescenti degli orologi, in commercio fino agli anni Novanta. Alcuni rilevatori di fumo per gli impianti antincendio usavano piccole sorgenti di radiazioni. Oppure le “retine” delle lampade da campeggio, che venivano imbevute di vernice al torio. Insomma, cose come queste, magari dimenticate da qualche parte in garage o in un cassetto, senza pensare che sono radioattive».

A suo parere, dunque, il deposito nazionale è necessario?

«L’Italia è l’unico Paese in Europa che non ne ha uno. È fondamentale per portare a termine lo smantellamento delle centrali e sarebbe l’unico posto in cui mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi. Un deposito riceve rifiuti già condizionati nel luogo in cui vengono prodotti, sigillati all’interno dei contenitori, realizzati in matrici diverse a seconda del tipo di isotopo, cementati in modo da non avere dispersione all’esterno e completamente tracciabili. Né devono essere manipolati una volta che arrivano al deposito, peraltro interamente interrato, circondato da vari strati di terreno, con un’autonomia di stoccaggio e conservazione stimata in 300 anni».

Si parla di rifiuti radioattivi a bassa e media attività, ma per quelli ad alta?

«Qui si entra in specifiche tecniche molto complesse, in cui “alta attività” non vuol dire necessariamente maggiore pericolosità. La differenza la fa il tempo di decadimento dell’isotopo. Questo deposito, secondo il progetto che è stato illustrato a ottobre al congresso dell’Airp, può ospitare temporaneamente anche rifiuti ad alta attività, prima che in Europa venga individuato un deposito per lo smaltimento cosiddetto “in formazione geologica”, con siti che possono andare avanti per migliaia di anni».

Che ne pensa della localizzazione a Campagnatico?

«Non sono in grado di entrare nel merito perché non conosco le caratteristiche del sito, ma seguo ormai da anni la “storia” della carta nazionale. Ritengo che la scelta, al termine del percorso, andrà all’area più adatta. Ma ci vorranno anni prima di vedere il deposito. Solo per dare il nullaosta alla pubblicazione della carta ci sono voluti oltre undici mesi. Il riferimento è alla pubblicazione della “revisione 8”, infatti, è del 22 gennaio 2020». 

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