Puliatti in pensione: «I miei processi più difficili sono stati quelli in Assise»

Il giudice è stato per oltre venti anni in servizio al palazzo di giustizia. Ha coltivato anche le passioni per lo sport e per l’arte

GROSSETO. È il giudice del processo Costa Concordia e di tante Corti di assise e di migliaia e migliaia di procedimenti di ogni genere, sia come presidente del collegio, sia come componente, sia come giudice monocratico. Ma è anche un uomo con una grande passione per il basket e per l’arte. E per Castiglione della Pescaia.

Giovanni Puliatti, 70 anni compiuti il 7 gennaio, è andato in pensione per raggiunti limiti d’età, dopo aver tenuto le sue ultime udienze prima di Natale. E ieri è stato anche salutato calorosamente in Tribunale dai colleghi, dal personale, dai rappresentanti dell’Avvocatura grossetana, cui aveva del resto tributato il proprio ringraziamento con una lettera aperta. È stato il momento dei regali e delle foto, pensieri dedicati a una delle colonne del palazzo di giustizia di Grosseto.


Nato a Sassari, Puliatti ha indossato la toga per oltre quaranta anni. Era arrivato a Grosseto nel 1999: «A luglio, mi pare. Feci subito un paio di direttissime», ricorda. Pretore a Torino negli anni di piombo, fino al 1988 al Tribunale di Orvieto, poi alla Pretura penale di Roma («prima sezione, quella dei delitti»), poi alla Procura circondariale della capitale, la sperimentazione informatica che lo aveva visto tra i pionieri in Italia, nel 1994 l’incarico al ministero di direttore dell’ufficio V monitoraggio sul nuovo Codice penale. E quindi Grosseto.

«Volevo tornare a vestire la toga - dice - Cercavo una realtà diversa da quella di Roma. Mi ero innamorato di Castiglione della Pescaia dove ho tutt’ora casa, i colleghi di Grosseto con cui parlai dopo aver fatto domanda mi dissero che mi avrebbero accolto molto più che volentieri e mi convinsero a confermare la mia scelta. Pensavo di restare 4-5 anni, per poi fare il salto agli uffici direttivi o semidirettivi. E invece sono rimasto qui fino a oggi».

E perché?

«Soprattutto perché arrivai in un Tribunale dove più che colleghi trovai degli amici. Mi ritrovavo ad organizzare le partite di calcetto, a giocare a basket, a frequentare corsi d’arte da Fridart», dice indicando un quadro e una ceramica da lui prodotti e che campeggiano sulle pareti dello studio a fianco della Corte di assise dove continuerà a rimanere per qualche tempo, per scrivere le sue ultime sentenze. Non sempre è stato possibile coltivare tutte le passioni, ma Puliatti ci ha provato.

In venti anni, Grosseto come è cambiata dal suo osservatorio?

«È cambiata la criminalità. All’epoca c’erano poche rapine. I fatti di sangue invece ci sono sempre stati. Sono aumentati i furti, di molto. Ci sono stati i pendolari del crimine. E, soprattutto, il luogo di commissione dei reati si è esteso dal capoluogo ai paesi della provincia. Si è anche estesa la base sociale. Faccio l’esempio dei maltrattamenti: questi riguardano persone con origini e costumi e diversi».

E da cosa, della Maremma, è stato invece colpito favorevolmente?

«Mi ero stupito che le violenze sessuali, un reato cosiddetto sommerso, che spesso avviente tra conoscenti se non in famiglia, emergessero ed emergano ancora in modo netto. Qui c’è una grande attenzione al sociale, una grande compartecipazione. E un’altra cosa: io non ho mai avuto problemi con i componenti delle giurie popolari delle Corti di assise, ho avuto elementi di eccezione anche tra di loro».

Il processo più difficile a Grosseto?

«Due processi di Corte di assise, due omicidi. Quello per Francesco Innocenti, perché per metà delle udienze ci fu molta battaglia in aula. E quello per Antonino Bilella, drammatico di suo, molto indiziario. In passato, anche il processo che aveva coinvolto gli uffici Iva, soprattutto perché si svolgeva in contemporanea al nuovo maxiprocesso che vedeva imputato Gaspare Mutolo. Aggiungo un altro procedimento: Pandora. Indagini fatte benissimo ma solamente uno spezzone era arrivato a giudizio».