Il Caseificio di Sorano ha venti soci in più

Sono gli allevatori salvati dalla cooperativa quando Granarolo e Alival li lasciarono a piedi. Ma dal governo non arriva un euro di ristoro.

SORANO. Era la fine del 2018 quando un centinaio di allevatori toscani – più della metà tra la Maremma e l’Amiata – vennero lasciati a piedi da Alival e da Granarolo con un diktat senza appello: «Il vostro latte di pecora non ci interessa più». Punto. E per un totale di circa 3 milioni e 300mila litri. Si preannunciava la debacle.

Mentre gli allevatori non sapevano a che santo appellarsi – né cosa ci fosse realmente dietro a quella grande ritirata – il mondo agricolo rispolverò gli antichi valori del solidarismo. Dalla Regione Toscana ai sindaci maremmani e amiatini, da Coldiretti a Confagricoltura, tutti cercarono soluzioni-tampone per quegli allevatori. Per esempio, il Caseificio di Sorano – con un centinaio di aziende associate produttrici di latte, più un paio di cooperative – annunciò che avrebbe ritirato più di 300mila litri di latte all’anno da una ventina di allevatori “scaricati” dai colossi, per lo più tra Sorano e Pitigliano.

Fu una candidatura al salvataggio non scontata, in quanto il Caseificio di Sorano – trenta oggi i dipendenti – non aveva, non ha né i “connotati” di Granarolo né quelli di Alival. Ebbene, questi allevatori le cui aziende allora furono aiutate, oggi – sullo sfondo di un quadro economico che forse, a causa della pandemia da coronavirus, è più complicato di allora – hanno deciso di diventare soci del Caseificio. La famiglia cresce di una ventina di unità.

È la forza del cooperativismo che in terre come la Maremma e l’Amiata ha ancora un grande valore. «Un tempo, quando la famiglia di un pastore andava incontro a qualche difficoltà – dice Luciano Nucci, presidente del Caseificio di Sorano – tutti si facevano avanti per aiutarlo. L’unione fa la forza. La cultura delle nostre terre è anche questa».

Il Caseificio, che lavora da tre a tre milioni e mezzo di litri di latte di pecora all’anno – si è trovato all’improvviso con quote di latte in più. E cosa ha fatto? Anche con l’impiego di quel surplus ha deciso di lanciare – nel 2019 – un nuovo formaggio. Un tegolino, che è stato apprezzato dalla grande distribuzione. È stato battezzato Segnovero, «cioè, “il” segno vero della solidarietà» spiega Nucci.

Si va avanti, dunque. La retromarcia di Granarolo e Alival è solo un brutto ricordo, in compenso ci si è messa la pandemia da Covid. «Le difficoltà ci sono – non nasconde Nucci – soprattutto per chi lavora per l’Horeca», acronimo per indicare il settore alberghiero-ricettivo, dai ristoranti alle strutture dell’ospitalità. Non solo. Il criterio con cui il governo ha deciso di andare incontro alle imprese che hanno pagato di più gli effetti economici della pandemia sembra ritorcersi contro a chi ce l’ha messa tutta e non ha mollato mai: come il Caseificio di Sorano. «I ristori governativi – spiega Nucci – sono stati calcolati sulla base della corrosione del fatturato nei mesi di marzo, aprile maggio. Ebbene, noi in quei mesi abbiamo spinto molto sulla produzione. E, lì per lì, abbiamo perso pochissimo. La perdita è arrivata dopo, è stata successiva e progressiva, ma proprio in virtù del meccanismo illustrato, non abbiamo ricevuto un centesimo dal governo. Eppure, se il mondo della ristorazione va in crisi, è chiaro che sconta gli effetti anche chi produce carne, pesce, verdure, formaggi». A Sorano, però, non ci si perde d’animo, e ci continua a lavorare, senza sosta, come sempre. –