Ciao Fiora. Da te ho imparato che puoi fare amare la tua terra solo se la racconti con amore

Il lavoro di cronista, il rapporto con la redazione, la competenza La testimonianza del caposervizio del Tirreno 

Ciao Fiora. Ti scrivo da sud. Da un posto lontano. Un posto del mio cuore dove sento battere forte il tuo. Quaggiù, alle pendici del monte Stella, son giorni di funghi e castagne. Di primi camini accesi. Nel piccolo borgo di pietre antiche, come sempre d’autunno, sono ore di silenzi e profumi. La bellezza che si rinnova oltre il tempo: se ho reimparato a goderne, lo devo anche a te, al tuo ostinato gusto di raccontare la tua terra ben oltre gli accidenti quotidiani della cronaca. Tu mi schiudesti l’uscio agli incanti dell’Amiata, un mondo mai finito di meraviglia e conoscenza che devo a te, ai tuoi articoli, alle nostre non numerabili conversazioni telefoniche.

La prima – ricordi? – intorno al Natale del 1999. E da lì vent’anni di telefonate quotidiane, una e più d’una al giorno, ogni giorno dal lunedì alla domenica perché tu – come la vita della tua terra e come il giornale – non ti fermavi mai.


Io la domanda, col nostro gioco a citare Montale: «Notizie dall’Amiata?»; e tu la risposta, un fiume di risposte che ogni volta ero costretto a interrompere per sopravvenuta mancanza di spazi. «Questa si scrive domani», ti dicevo, e tu ci restavi male perché quasi sempre a rimanere fuori erano le notizie dai paesi più piccoli, quelli a cui tu più avresti voluto dar voce.

Il mestiere ci imponeva di partire dai fatti, dalle cose “importanti” della cronaca. Non era il tuo terreno prediletto eppure – costretta o no – ti ci muovevi come un gatto. L’esordio sempre lo stesso: «Non so se riuscirò a trovare qualcosa…», mi dicevi. E sempre, dopo mezz’ora, mi richiamavi per snocciolarmi vita morte e miracoli di ogni persona e fatto, fosse della tua Castel del Piano o di Castell’Azzara, di Stribugliano o Roccalbegna, di Montelaterone o Santa Fiora. A te bastava una telefonata. Conoscevi tutti, tutti di te avevano fiducia e stima. E dove non arrivavi col telefono, partivi con le tue scarpe, le tue sciarpe e la tua macchina, su e giù per la montagna a vedere, ascoltare, testimoniare. Mai mi sono chiesto quanti anni avessi, di te ho sempre e solo avvertito l’eterna giovinezza della passione.

Poi però, dulcis in fundo, proponevi le tue storie. Accadimenti spesso invisibili ai più, di cui tu sola leggevi la forza e la poesia. Cultori entrambi dell’ironia, duellavamo a lungo sulle tue storie: «Non c’è spazio», ti dicevo, «la gente vuole sangue, sesso e soldi». E tu fingevi di arrenderti, sapendo che invece io volevo proprio quelle. Ci abbiamo riempito giornali interi, con le tue storie. Hai dato luce a imprese straordinarie di semplici donne e uomini. Ci hai raccontato la bellezza umana e ambientale della tua montagna. Ci hai fatto conoscere il talento di mille giovani, spesso con l’orgoglio dell’ex professoressa. Hai mantenuto viva la memoria di riti e tradizioni, hai emozionato descrivendo l’approdo della cultura tibetana ad Arcidosso. Ci hai rivelato il miracolo primaverile della fioritura di coccinelle sul Monte Labro. Tutto sapeva stupirti, a nulla chiudevi lo sguardo. Ma soprattutto sei stata il nostro calendario. Contravveleno al mail bombing quotidiano, alla notizia usa e getta, al correre impazzito della storia, la tua Amiata ci ha tenuti ancorati all’eterno ciclo del tempo. L’inizio, la fine, il nuovo inizio. Le befanate arcaiche e i carnevali antichi, a portar via l’inverno; la Pina di Montelaterone ad aprile e i canti del maggio, feste della rinascita primaverile; il ritorno di funghi e castagne per annunciare l’autunno e le focarazze di novembre per dargli il benservito. E poi la neve, che ci annunciavi felice al primo fiocco. Ciao Fiora. Da te ho imparato che puoi fare amare la tua terra solo se la tua terra la racconti con amore. A questo penso, qui al sud, volgendo gli occhi a occidente per affacciarmi sull’infinità del mare. Come starai facendo tu, ne sono certo, lassù dal Monte Labro. Con la tua sciarpa, mossa dai soffi della montagna incantata. —

*caposervizio del tirreno di grosseto
 

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