Il prefetto: «Scuola ed economia, se non si vuole chiudere questo è il momento della responsabilità»

Fabio Marsilio: «Siamo in una fase più delicata che a marzo. Inaccettabili atteggiamenti individuali di rilassatezza o imprudenza»

GROSSETO. «Se vogliamo che non si fermino di nuovo le due priorità del nostro presente e del nostro futuro, la scuola e il tessuto economico-produttivo, questo è il momento della responsabilità. Questo è il momento in cui bisogna autolimitarsi».Pesa le parole, il prefetto Fabio Marsilio, ma il suo messaggio è preciso e pesante: ciascuno, dai singoli cittadini alle più alte cariche amministrative e istituzionali, ora deve fare la sua parte per evitare che la seconda ondata della pandemia paralizzi il Paese. Ma soprattutto, ripete più volte il Prefetto, per impedire che i soggetti più deboli - già moltiplicati dal primo giro del virus - abbiano stavolta il colpo di grazia.

Fabio Marsilio fu nominato Prefetto di Grosseto il 24 dicembre 2019. Poche settimane più tardi si sarebbe trovato a dover affrontare e gestire - massimo rappresentante dello Stato sul territorio - lo tsunami sanitario, con tutte le sue conseguenze sociali ed economiche. Ieri sera un nuovo Dpcm ha ulteriormente stretto la vite su ciò che, per legge, si potrà o non si potrà fare nelle prossime settimane. Ma ancora l’Italia non è chiusa. E perché non chiuda di nuovo, è necessario ora e subito un enorme sforzo collettivo.

Signor prefetto, ce lo dica: è preoccupato?

«Sicuramente questo è un passaggio molto delicato. Forse il più difficile. Quando a marzo si decretò il "tutti a casa", l’impatto fu forte e stringente. C’erano riferimenti certi per tutti. Ora invece dobbiamo tenere insieme lo svolgimento di alcune attività e la massima osservanza individuale delle cautele. Sono arrivate nuove parziali restrizioni, ma c’è il rischio di dover tornare a bloccare anche ambiti prioritari come scuola ed economia. È il momento della consapevolezza, per evitare altre misure restrittive e non doverci pentire, tra venti giorni, per ciò che non abbiamo fatto ora. Se tutti, come sistema, conveniamo su questo, tutti siamo d’accordo: sono inaccettabili atteggiamenti di rilassatezza, disattenzione, imprudenza o addirittura spavalderia che sconfina nell’incoscienza».

Con il lockdown la responsabilità fu imposta. Ora, a parte alcune nuove misure specifiche, è ancora per lo più "raccomandata". E se non bastasse? Linea dura?

«In questi otto mesi di emergenza mi sono conquistato la fama di "restrittivo". Ma non è così. Abbiamo controllato sessantamila persone, in provincia, e poche sono state sanzionate. Con le forze di polizia sono quasi ossessivo nel richiedere massima attenzione, ma soprattutto massimo equilibrio, avendo sempre come riferimento la singola persona: ogni verifica è una storia a sé. A luglio abbiamo chiuso alcuni esercizi. Ma la verità è che sempre, anche nei mesi estivi quando il territorio si è riempito oltre ogni aspettativa, istituzioni e cittadini la responsabilità l’hanno mostrata. Ad agosto qui in Prefettura si tenevano continui incontri. Con tutti e concreti, per capire come attenuare l’impatto inatteso del turismo. Abbiamo pensato anche a ciò che sarebbe accaduto dopo settembre. E va dato atto alle amministrazioni comunali, e non solo, di aver assunto, quest’estate, decisioni tutt’altro che scontate».

Per esempio?

«Per esempio la capacità di dire no a iniziative molto sentite: penso al Palio Marinaro dell’Argentario, a quello di Castel del Piano. O alle sagre, su tutte quella di Follonica, che pure serve a sostenere un’importante società sportiva. E alla processione di San Rocco, a Marina: le ho scolpite in mente le parole di don Franco Cencioni, "neanche durante la seconda guerra mondiale fu interrotta...". Scelte difficili, ma bisognava uscire dalla logica del singolo Comune, del singolo interesse. Era una partita da giocare insieme, e così è stato. Ora però è il momento di accrescere la responsabilità».

E però diversi sindaci, qualcuno anche nella nostra provincia, dopo il penultimo Dpcm del presidente Conte hanno detto che non intendono fare gli "sceriffi" al posto dello Stato...

«Nessuno sceriffo. C’è solo bisogno di fare quel che si è fatto finora. Io non mi tiro indietro. Le forze di polizia, che non smetterò mai di ringraziare per il loro straordinario impegno, ci sono. Giorno e notte. E il Comitato per la sicurezza pubblica si può dire permanente. Ogni iniziativa utile che riusciremo a condividere, io sono pronto. Di certo non servono protagonismi. Bisogna andare tutti dalla stessa parte, e fin qui così è stato».

Non prevede dunque, per ora, "azioni di forza" magari su situazioni particolari come ad esempio le movide?

«Prima della repressione, la prevenzione generale: la sicurezza è questo. Capire come, perché e dove. Non per fare gli psicologi, ma per calare ogni intervento laddove serve. Servizi mirati delle forze di polizia, in un continuo confronto che permetta di indirizzare le risorse sulle aree di rischio concreto. Più che la movida, in una provincia così vasta, preoccupano assembramenti occasionali. E non solo di giovani, anzi. Su questo, l’attenzione sarà capillare».

A proposito di giovani: lei, sin dal suo insediamento, ha messo al centro la scuola. Com’è, qui, la situazione?

«Spesso vado nelle scuole, a sorpresa, proprio per ascoltare i ragazzi. Studentesse e studenti, in molti casi, hanno una precisione chirurgica nel raccontare cosa accade nella loro realtà. Davanti alle scuole vedo ragazze e ragazzi con la mascherina, anche in gruppi dove i più non la indossano. Ecco, questa è personalità. L’ho già detto e lo ripeto: la mascherina non è da sfigati. Anzi, è un esempio anche per gli adulti, che molti già stanno dando».

Le riformulo la domanda iniziale: è preoccupato più oggi, o lo era più a marzo?

«Meno, perché in questi mesi ho potuto conoscere e apprezzare lo sforzo di tutte le istituzioni del territorio. Più preoccupato, invece, per le persone fragili, perché a disagio si somma disagio. Si dice che il virus è democratico, colpisce tutti allo stesso modo: sul fronte sanitario forse, su quello sociale no. Le disuguaglianze rischiano di crescere ancora. La mia preoccupazione è di intercettare i disagi più profondi, quelli di chi non trova voce neppure attraverso associazioni di categoria o amministratori. Dobbiamo trovare il modo di ascoltarli e dare loro risposte concrete». --

La guida allo shopping del Gruppo Gedi