Alberto Manzi, il maestro d'Italia. "Se lui fosse qui ora? Farebbe cantare e conversare i ragazzi"

Alberto Manzi durante una delle sue lezioni in tv nella trasmissione "Non è mai troppo tardi"

Pioniere della teledidattica, visse per 11 anni a Pitigliano. Parla la moglie, Sonia Boni Manzi, insegnante a Grosseto

GROSSETO. In un grosso blocco di carta montato su cavalletto il maestro Alberto Manzi amava scrivere – aiutandosi con un carboncino – semplici parole o lettere accompagnate da un disegnino. Penetrava così, nelle case grazie alla tivù, o faceva lezione ai bambini in classe per far arrivare un messaggio chiaro e diretto. Usava anche una lavagna luminosa, che meravigliava i più piccoli.

Il ricordo del maestro d’Italia Alberto Manzi, “profeta” della teledidattica, intellettuale e pedagogista innovatore, personaggio straordinario per la cultura italiana che ha vissuto a Pitigliano (di cui è stato sindaco) dal 1986 al 1997, ci accompagna oggi più che mai, in questo momento così delicato per la scuola. Si stima che grazie alla trasmissione Rai “Non è mai troppo tardi” (da lui condotta e conclusa nel 1968), quasi un milione e mezzo di persone abbiano preso la licenza elementare grazie alle sue lezioni a distanza in tivù.

E oggi, che cosa farebbe il maestro? E come accompagnerebbe i suoi alunni in aula? Ce lo immaginiamo mentre varca le nostre scuole al passo con i tempi, con la sua lavagna luminosa ma anche qualche diavoleria in più: innovatore fino all’ultimo.

Ci porta fino a lui tra i ricordi la moglie Sonia Boni Manzi, insegnante alla Media Pascoli-Ungaretti di Grosseto, che conobbe Alberto alle Elementari Fratelli Bandiera a Roma. Lui era un maestro, lei supplente di 30 anni più giovane. Pian piano si innamorarono, nell’86 arrivarono le nozze e due anni dopo nacque Giulia.«Nel tempo mi disse che ero verde come lui… Nel senso che ero priva di impalcature e pura», ricorda.

A unirli era l’amore per il sapere, non privo di discussioni, senza appiattimenti. «Ho sempre considerato i ragazzi – racconta Boni – non solo come alunni ma come “persone” che accompagno per un po’ di strada. Camminiamo insieme, e se cadono li sostengo ma li lascio liberi di sbagliare e inciampare».

L’errore. Questa era anche la lezione di Alberto, che in cima ai valori metteva il rispetto, l’impegno e la curiosità e in ogni cosa instillava il dubbio portando i ragazzi a ragionare. Perché «solo sbagliando s’impara» (e serve umiltà, mai scontata). Alberto è stato un personaggio speciale, un’icona fulminante e un innovatore rispetto a una didattica polverosa, tradizionalista e ingessata.

Esplorava. «Amava superare la conoscenza e ogni punto d’arrivo possibile – racconta Sonia – perché per lui il sapere non doveva essere lineare ma un rimettersi in gioco sempre». Più che insegnare, voleva «educare a pensare, a giocare con la mente e sperimentare, a fare e disfare in un continuo processo cognitivo tendente a ogni soluzione possibile, anche sbagliata e illogica». Un approccio socratico, contornato dal dialogo e dal dubbio.

Fu così che al provino per “Non è mai troppo tardi” strappò il copione che gli era stato fornito, improvvisando una lezione a braccio con disegni tracciati di getto su fogli di carta.

Il “maestro d’Italia”, plurilaureato e colto, entrava nelle case degli italiani con questo suo piglio e con l’immaginazione, e nonostante fosse «riservato e parco di parole - piuttosto ascoltava molto» come lo descrive Sonia - comunicava con milioni di persone.

Scrisse diversi libri per ragazzi: il più famoso dei quali è Orzowei, pubblicato nel 1955 e da cui fu tratta negli anni '70 la serie televisiva omonima che ebbe grande successo, per la tivù dei ragazzi. E sono intitolate a lui diverse scuole in Italia, di cui una a Grosseto.

Nell’estate del 1955 Manzi, che fu pure uno studioso naturalista con una delle sue lauree in biologia e specializzazione in geografia, ricevette dall’Università di Ginevra un incarico per ricerche scientifiche nella foresta amazzonica. «Vi andai per studiare un tipo di formiche - raccontò - ma scoprii cose che per me valevano molto di più». Ovvero la dura vita dei nativos, tenuti nell’ignoranza perché fossero più deboli. Così, ogni estate per oltre 20 anni li raggiunse nella foresta amazzonica per insegnare loro a leggere e a scrivere.

Ma torniamo a noi. Quest’uomo così vicino a milioni di studenti di un tempo, dunque, che cosa farebbe ai nostri studenti di oggi, così spauriti? «Me lo sono chiesto anch’io – risponde Boni Manzi – E credo che intanto userebbe tutta le tecnologie a disposizione oggi, in maniera innovativa come faceva allora con la lavagna luminosa che usava per “Non è mai troppo tardi” e che io stessa ho tenuto per 20 anni a scuola; senza però dimenticare di far conversare i ragazzi. Li porterebbe all’aperto, come facevamo insieme a Sovana o a San Martino sul Fiora; li farebbe discutere, si inventerebbe qualcosa per farli divertire, racconterebbe storie. Arriverebbe con una vasca piena di oggetti da far galleggiare, porterebbe una carrucola e chiederebbe a cosa serve, lavorerebbe sulle forze e sui pesi ponendo problemi per incuriosire. Ora più che mai la scuola dovrebbe essere un grande momento di “accoglienza”: ci vuole distanza, sì, ma con la mente e con il cuore. Alberto era un narratore, un affabulatore e un “buffone”: farebbe cantare i ragazzi, li metterebbe in cerchio e li farebbe parlare, muovere: mai fissi in classe, senza mai confinare spazi e materie. Perché lui aveva un enorme rispetto dei bambini. Non li faceva mai sentire inappropriati» stimolando loro questa immensa libertà del sapere. —