Prunetti tra l’ex Ilva e il West chiude la trilogia degli operai

“Nel Girone dei bestemmiatori” è l’ultimo romanzo dello scrittore follonichese Storia di lavoratori e scorribande di ragazzini con lo sfondo della città 

follonica

Tra l’ex Ilva e il West lo scrittore follonichese Alberto Prunetti torna con il suo ultimo libro “Nel Girone dei Bestemmiatori”. Si tratta del volume conclusivo della trilogia working class iniziata con “Amianto” e seguita da “108 metri – the new working class hero”. Follonica è sempre lì, presente con le sue storie di operai e con le sue scorribande di ragazzini in sella ad una bici. Immancabile, come sempre, la figura di Renato, padre dello scrittore.


Prunetti ce lo ha fatto conoscere fin dalla prima pagina di Amianto: Renato è un operaio saldatore tubista che insieme alla moglie Francesca mette su casa a Follonica. Sono i primi anni Settanta e Renato lavora a Scarlino, alla vecchia Montecatini ma nel grossetano ci resterà pochi mesi perché di lì a poco sceglierà la strada del “nomadismo industriale”: farà l’operaio trasfertista. Con “Amianto” Prunetti, classe ’73, racconta la storia di suo padre morto a 59 anni di tumore ai polmoni dopo aver lavorato una vita intera in fabbrica.

Una storia personale, privata, che nelle mani di Alberto diventa quella di tanti, tantissimi Renato, figli dell’officina e che come lui si sono ammalati e sono morti.

In “108 Metri” Alberto parla invece del suo viaggio in Inghilterra – il viaggio di un italiano emigrato, finito nelle cucine e nei bagni d’Oltremanica – fino al ritorno in Italia, di fronte alle acciaierie di Piombino, quelle famose in tutto il mondo per le rotaie da 108 metri, ormai chiuse. Renato non manca mai: è l’archetipo dell’operaio e la sua identità si sfalda lentamente all’interno della trilogia.

Questo meccanismo diventa chiarissimo nell’ultimo libro pubblicato da Laterza: nel Girone dei Bestemmiatori Renato è già morto e questa volta lo ritroviamo all’inferno operaio tra gli operai. «L’inferno non è niente di metafisico – racconta Prunetti – è come una fabbrica e della fabbrica ha esattamente le stesse dinamiche. In questo inferno Renato è il manutentore ma anche all’inferno rimangono le stesse dimensioni della società capitalista: i ricchi vanno in paradiso e i poveri vanno all’inferno e continuano a lavorare».

In questo libro Prunetti racconta di Renato alla figlia Elettra, 5 anni, che non ha potuto conoscere il nonno: «Ho pensato molto a come impostare questo libro – spiega Prunetti – non volevo che fosse un lavoro vittimario sul babbo morto e non volevo neanche che ci fosse paternalismo nel rapporto tra babbo e figlia. E allora, ad esempio, invece di dire a mia figlia di essere antirazzista ho scelto di raccontarle la storia del giacobino nero dell’Ilva, una storia vera per quanto pazzesca». Tra le tante storie divertentissime che Prunetti racconta nel sul ultimo libro c’è infatti proprio quella del giacobino dei Caraibi che alla fine del ’700 si era ritrovato a lavorare nella Fonderia Leopolda di Follonica e nel suo villaggio fabbrica. «Racconto a mia figlia che la classe operaia di fatto non è mai stata bianca – spiega Prunetti – e lo faccio con una storia che per me è incredibile».

Nel libro il suono dell’armonica accompagna il lettore sin dalle prime pagine: è il motivo indimenticabile di “C’era una volta il west”. Il suono di quello strumento e la voce di Albero Prunetti si intrecciano naturalmente. «Armonica nel film di Sergio Leone è il pistolero – dice Prunetti – Suo padre è stato ucciso e da quel giorno lui non ha mai smesso di suonare. Io non ho mai cercato vendetta per mio padre – conclude Prunetti – non è una cosa che mi appartiene, però ho sempre cercato di rendergli giustizia e allora ho iniziato a scrivere». —