Pietratonda, acqua in abbondanza: amarcord degli anziani della zona

Uno dei laghetti della zona di Pietratonda

Gessi rossi, l’interrogazione di Marras riapre la questione delle falde e del loro utilizzo l’ex sindaco Fratini ricorda un progetto di potabilizzazione e rifornimento dell’area nord 

LA STORIA

«Recuperare la documentazione storica in merito alla cava di Pietratonda per stabilire con certezza la presenza o meno di falde acquifere affioranti». È uno dei punti dell’interrogazione che il consigliere regionale Leonardo Marras ha presentato mercoledì al presidente della Regione Toscana, sul progetto di stoccare i gessi rossi (gli scarti della lavorazione del biossido di Titanio prodotto dalla Tioxide-Venator a Scarlino) nelle ex cave di sabbia silicea e caolino di proprietà di Accornero srl di Asti.

Si riaccendono i riflettori sulla vicenda dell’area situata tra i comuni di Campagnatico e Civitella-Paganico, dopo che la conferenza dei servizi del 22 giugno, che doveva decidere il destino del progetto, si è chiusa con un nulla di fatto, rinviando tutto al prossimo autunno. E si riaccendono in particolare sul tema centrale delle falde acquifere, sulle quali si basano anche le osservazioni di Arpat e Genio civile, che evidenziano tra le altre cose, la presenza di una formazione di calcare cavernoso da Pietratonda a Grosseto, sede dell’acquifero «di importanza strategica per l’approvvigionamento idrico della pianura grossetana», secondo Arpat. Che la zona di Pietratonda sia ricchissima di acqua, tra cui sorgenti potabili e una fonte termale a componente sulfurea che sgorga a 18 gradi, lo conferma anche la memoria storica di molti paganichesi, giovani e meno giovani, che hanno lavorato nelle cave, che hanno vissuto nel villaggio, oggi sede di un’azienda agricola di proprietà della famiglia Osio-Ricca, o che hanno frequentato la zona. Proprio per la presenza di acqua, a Pietratonda, c’erano arrivati prima di tutti i Romani e avevano anche costruito una villa. I resti sono ancora lì, tutelati dalla Soprintendenza ai Beni archeologici e oggi inseriti nei circuiti di studio della locale associazione archeologica Odysseus. Nel 2004, sono stati oggetto di scavo, oltre che di una mostra mutimediale e sensoriale.

Non è ancora stato ben chiarito se fosse stata un’azienda agricola o una stazione termale, ma certamente era l’acqua l’elemento intorno al quale ruotava ogni attività. Ma non c’è nemmeno bisogno di andare troppo lontano nel tempo, perché nei primi anni 2000 è stato lo stesso Acquedotto del Fiora a fare una valutazione sulle acque delle sorgenti della Cava Grande e di altre adiacenti, compresa quella delle “Pompine”, che da sola “butta” mille litri di acqua al minuto e alimenta oggi il torrente Fogna. L’idea, poi abbandonata, lo ricorda bene Paolo Fratini, sindaco di Civitella Paganico dal 2004 al 2014, era di captare l’acqua di queste sorgenti, potabilizzarla, immetterla nelle rete e rifornire la zona verso Gavorrano, Scarlino e Follonica. Fratini, 74 anni, conosce bene la storia di Pietratonda, perché ci è cresciuto. Così come si ricorda bene della grande quantità d’acqua che sgorgava dal terreno e che veniva in parte utilizzata per il lavaggio della sabbia, Ortenzio Albonetti, 84 anni, assiduo frequentatore della zona per la sua passione per la caccia. E ancora prima, all’inizio del secolo scorso, l’acqua di un’altra sorgente detta della Troia veniva utilizzata per rifornire il villaggio minerario di Pieratonda, costruito negli anni ’30 per i miniatori dalla società Antimonifera dei nobili genovesi Pallavicini, che estraeva lì l’antimonio. L’acqua della Troia dissetava anche il paese di Paganico, dove veniva trasportata con le autobotti, ricordano gli abitati, fino al periodo tra gli anni ’60 e ’70, quando venne costruito l’acquedotto del Fiora. Tuttavia, per diversi anni dopo che la conduttura era stata messa in funzione, l’acqua della Troia e quella del Fiora venivano miscelate nel deposito a servizio del paese lungo la strada provinciale del Tollero. Remo Orlandini, 76 anni, che ha lavorato gran parte della sua vita nelle cave di Pietratonda, ricorda che negli anni ’80 gli operai riempivano le bottiglie per bere dalla sorgente della Troia, la cui acqua era risultata potabile alle analisi fatte fare dalla stessa proprietà. Ovvero, Accornero, che dal 1969 era subentrata ad Antimonifera nella concessione mineraria e aveva riconvertito l’attività all’estrazione della sabbia. Orlandini ricorda anche che per poter estrarre la sabbia, l’acqua doveva essere pompata via dal fondo delle cave. Come altri raccontano che il venerdì sera, quando l’attività si fermava, i mezzi di scavo e i camion venivano spostati nelle parti in alto per evitare di ritrovarli il lunedì mattina semi-sommersi dall’acqua.

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