Un'infermiera: «Noi e l’incubo di andare in corsia senza sapere se siamo positivi»

Parla una delle operatrici della cardiologia del Misericordia di Grosseto dove una paziente è risultata aver contratto il Covid-19. 

GROSSETO. Iniziano il turno in ospedale, si prendono cura dei pazienti, poi tornano a casa dalle loro famiglie, e la routine ricomincia. Pur nell’emergenza da coronavirus, sarebbe tutto normale – sono dei professionisti – se un tarlo non assillasse, se non tutti, almeno molti di loro: «Sarò positivo al coronavirus?» .

tutti in prima linea


Ospedale Misericordia, “reparto” di cardiologia: qui sono tutti al lavoro i medici, gli infermieri, gli operatori socio-sanitari che sono entrati – più o meno – in contatto con una paziente di 63 anni che, dopo una decina di giorni di degenza ospedaliera, è risultata aver contratto il Covid-19. All’inizio del ricovero nessuno avrebbe mai immaginato l’epilogo, poi la comparsa della febbre ha indotto alla verifica e il risultato del tampone non ha lasciato dubbi. «Abbiamo trascorso dieci giorni senza prestare alcuna particolare precauzione – racconta un’infermiera – Indossavamo soltanto la mascherina chirurgica» (che è diversa da quella con filtro). «È dal 9 marzo (non è ufficiale, ma il risultato del tampone della paziente sarebbe giunto dal laboratorio di virologia di Siena nella notte tra l’8 e il 9 marzo) che noi siamo al lavoro – continua l’infermiera – Ogni giorno, e senza sapere se siamo positivi o meno. È assurdo». Per tutto il “reparto” insomma, composto da qualche decina di operatori sanitari, non è stata prevista quarantena: perché «Secondo le procedure messe in atto dall’azienda sanitaria – sul caso aveva già risposto al Tirreno l’Asl sud est – si è ritenuto che non fossero da mettere in isolamento».

«il caos»

Tutti, invece, sono stati sottoposti al tampone. Ma anche qui qualcosa non sarebbe andato come ci si augurerebbe andasse, secondo l’infermiera, che interviene dopo che il marito di una collega ha già alzato il velo su quanto accaduto, fornendo la propria versione che non si distanzia da quella dell’operatrice. «Chi non era di turno lunedì 9 marzo (io per esempio non lo ero), non è stato subito informato – dettaglia l’infermiera – come era all’oscuro della novità chi è entrato di turno il lunedì mattina. Sul sentito dire, chi non era al lavoro, si è precipitato a fare il tampone, ma senza indicazioni precise. Perché? Siamo carne da macello?» .

l’attesa

Adesso, ciò che è più pesante da sopportare è l’attesa per il responso. I risultati – di tutti – ancora non ci sono: c’è quello della compagna di stanza della paziente che è negativo. «Abbiamo saputo – continua l’infermiera – che i nostri tamponi non sono stati presi in carico subito perché il laboratorio stava aspettando il rifornimento del reagente, e quel che c’era doveva essere lasciato a disposizione dei casi urgenti». Se non è un incubo, ci siamo vicino, per molti, anche se non per tutti. Intanto, Monica Calamai, direttrice della rete ospedaliera dell’Asl sud es,t assicura che «Il reparto è regolarmente al lavoro e gli ambienti sono stati sanificati».

le mascherine

Nessun operatore sanitario di cardiologia avrebbe i sintomi del Covid-19. Adesso indossano mascherine ad hoc e tutti i presidi anti-contagio: «Ma ci hanno già detto – continua l’infermiera – che se il tampone è negativo dovremmo toglierli per una questione di contingentamento». Ed è proprio su questo fronte che interviene Nicola Draoli, presidente dell’Ordine degli infermieri: «Le istituzioni con l’infittirsi degli interventi – dice Draoli – devono provvedere a maggiori garanzie di presidi di protezione dal virus per gli operatori della sanità, di cui però anche il Decreto del presidente del Consiglio non parla in modo esplicito, e che invece sappiamo essere uno degli aspetti più critici. Anche nella nostra azienda molti colleghi ci raccontano della fatica di entrare in possesso di adeguati dispositivi di protezione». Nel caso in cui arrivasse “un picco” di contagi, «temiamo che i Dpi (i dispositivi di protezione, ndr) non siano prontamente disponibili per tutti – continua Draoli – È una situazione che non deve accadere. Capiamo le enormi difficoltà di produzione e consegna ma deve essere fatto uno sforzo in più per non farci trovare impreparati domani». Draoli ricorda lo spirito di abnegazione con cui gli infermieri sono in prima linea da quando l’allarme è scattato e, anche per questo, chiede più tutele. Poi il dato che rende l’idea: «Nelle altre regioni sappiamo che il 15% dei positivi sono infermieri e altri operatori sanitari». E questo contribuisce a aumentare un po’ l’ansia – umanamente comprensibile – di chi è in attesa di un responso “da tampone”.
 

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