Cannabis light, il boom della canapa in Maremma: l'attesa è per la filiera locale

Viaggio tra coltivatori e commercianti: «Le norme non sono chiare e rischiamo la demonizzazione» 

GROSSETO. All’orizzonte c’è la possibilità di creare una filiera maremmana che abbracci tutte le fasi del processo produttivo, compresa la commercializzazione di un prodotto che, nei suoi molteplici usi, si presta a varie declinazioni, da quella tessile a quella connessa alla bioedilizia, passando per il settore alimentare. A portata di mano ci sono aziende che hanno deciso, singolarmente o creando una rete, di scommettere su un ambito ritenuto in grado aprire prospettive future. Ma sul piatto c’è anche altro: c’è un’incertezza percepita che assume la forma di norme, circolari ministeriali e dichiarazioni politiche. «Sì ai controlli, no alle demonizzazioni», dicono gli addetti ai lavori, perché la cannabis light «non è droga, ma è legale ed è inserita in un ambito in via di sviluppo, il quale ha permesso anche la creazione, sul territorio, di posti di lavoro». «No ai cannabis shop», ha dichiarato qualche tempo fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini. «Più verifiche», ha disposto una recente direttiva del Viminale. E così ministro e ministero hanno nuovamente proiettato al centro delle cronache, e nell’occhio del ciclone, il tema della cannabis light. Il Tirreno ha dunque intrapreso un viaggio alla scoperta di questo mondo, per indagare preoccupazioni e piani che, in Maremma, accompagnano il settore.

Cia: «Business in espansione, in Provincia 47 ettari coltivati a canapa»

Il business della canapa, in anni recenti, cioè dopo l’approvazione della legge 242 del 2016, ha preso la via dell’espansione. Anche a Grosseto. «Nel 2018 in tutta la provincia di Grosseto c’erano 47 ettari di terreno coltivati a canapa – afferma Enrico Rabazzi, direttore di Cia Grosseto, confederazione italiana agricoltori – Nel dato è compresa sia la varietà di canapa dalla quale si ricavano fibre tessili sia quella utilizzata per ottenere semplicemente le infiorescenze». Un boom, dunque. «Sono molti gli agricoltori della Maremma che hanno messo a coltura parte dei propri campi con la canapa - conferma Alberto Maffuccini, gestore del negozio Canapa street, in via Aquileia, a Grosseto - Spesso, però, lo fanno in modo improvvisato, pensando che sia una pianta da soldi. Le cose non sono così semplici, perché è necessaria una pianificazione dettagliata che guardi al lungo periodo». Alle possibilità di mercato, dunque, è opinione comune che debba accompagnarsi una progettazione a largo spettro. Non solo campi. Cannabis light significa anche commercializzazione. In città esistono quattro growshops, negozi che vendono articoli composti da cannabis light: Maremma Canapa, Canapa Street, Cannabis Store Amsterdam e Flower Point. «Siamo in regola, ma anche un po’ preoccupati di come si stanno mettendo le cose  – dice Alessandro Massini, titolare di Flower Point, esercizio di via Cavour – anche perché abbiamo investito del denaro in quest’attività».

Alla ricerca della filiera maremmana
In generale ciò che salta all’occhio, parlando con chi è del settore, è l’attuale assenza di una vera e propria filiera locale. In realtà i progetti per la sua costituzione ci sono, ma la loro attuazione richiede investimenti consistenti, «soprattutto per quanto riguarda l’acquisto dei macchinari indispensabili alla lavorazione del prodotto – racconta Roberto Parrini, presidente di Assocanapa Toscana - Vorremmo dar vita a un sistema che abbracci tutte le fasi del processo di produzione e che comprenda anche la commercializzazione». Il punto fermo è l’esistenza di un contesto d’insieme in grado di fondarsi sul coordinamento tra le varie forze in campo. «La filiera funzionerà se riuscirà a comprendere tutte le parti della pianta (steli, semi e infiorescenze) e se si aprirà ai diversi comparti comprendendo, ad esempio, il settore alimentare, ma anche quello legato ai tessuti». Di fatto organizzare una filiera maremmana della canapa significa creare un coordinamento tra gli agricoltori per pianificare la produzione, organizzare la lavorazione del prodotto in loco e pensare alla sua distribuzione, progettandone tempi e luoghi. Per tutto ciò servono soldi. «Puntiamo, ad esempio, ai bandi rivolti all’agricoltura - afferma Parrini – ma serve tempo». «La non chiarezza delle regole, inoltre, frena gli investimenti», dice Francesco Falciani, Maremma canapa.

Reti locali
In attesa della creazione di un vero e proprio sistema, esistono alcuni agricoltori che hanno dato vita a una propria, piccola, filiera corta. È il caso, ad esempio, di Maremma Canapa e di Canapa Street. Il primo marchio è riconducibile a una rete di otto aziende, le quali hanno messo a coltura con la canapa, complessivamente, 8 ettari di terreni tra Ribolla, Poggio alla Mozza, Braccagni, Civitella Paganico e Caldana. Gli agricoltori già producevano olio, vino, piante officinali o hanno attività di agriturismo. Nel video pubblicato di seguito Francesco Falciani, uno degli imprenditori che hanno aderito a Maremma Canapa, spiega, in breve, in cosa consiste il lavoro della rete e perché, secondo lui, quello della canapa è un settore che, sul territorio, ha creato diversi posti di lavoro.

Francesco Falciani: «Il settore offre posti di lavoro»

Da dicembre del 2018 Maremma Canapa ha aperto anche un punto vendita a Grosseto, in via San Martino, chiudendo così la sua piccola filiera. «Inizialmente eravamo un po’ scettici – dice Marco Peruzzi, uno degli imprenditori che ha preso parte alla rete – perché comunque ci basiamo su una legge che non è completamente chiara. Poi però ci abbiamo provato e devo dire che la risposta, sul territorio, è stata positiva». E sull'idea di filiera, Federico Borselli, presidente di Maremma Canapa è chiaro: «Una cosa sono i campi, un'altra è la comlessità del processo industriale».

Federico Borselli: «La lavorazione della fibra è complessa»

Un’altra realtà ad aver creato una piccola filiera è Canapa Street. Alberto Maffuccini, il titolare, coltiva a canapa un piccolo appezzamento di terreno e gestisce una bottega in via Aquileia. Il negozio commercializza un proprio marchio di prodotti e vende, ad esempio, «pasta, farina miele, olio, birra: tutto a base di semi di canapa – racconta Ivana Rodomonti, che collabora con il figlio nella gestione del negozio – Siamo qui da un anno e mezzo e devo dire che la risposta della città è stata molto positiva». Nel video seguente il titolare Alberto Maffuccini racconta il lavoro della sua impresa e sottolinea come la normativa di riferimento non sia molto chiara circa il limite di thc, uno dei principi attivi della cannabis, che non può essere superato nelle infiorescenze della cannabis cosiddetta light affinché questa sia legale.

Alberto Maffuccini: «Il limite di thc non è chiaro»

La normativa
La normativa di riferimento, in questo caso, è la legge 242 del 2016. Nella legge sono indicate le varietà di cannabis ammesse alla coltivazione ed è stabilito che dalla canapa è possibile ottenere unicamente determinati prodotti come, ad esempio, cosmetici, fibre, materiali per bioedilizia. Nella norma è indicato che «qualora l’esito del controllo mostri che il contenuto complessivo di thc della coltivazione risulti superiore allo 0,2 per cento ed entro il limite dello 0,6 per cento nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore». Qualche giorno fa il Viminale ha emanato una direttiva nella quale c’è scritto: «Viene impropriamente pubblicizzata come consentita dalla legge la vendita dei derivati e infiorescenze di cannabis e si sta assistendo a una crescita esponenziale del relativo mercato. In realtà tra le finalità della coltivazione della canapa non è compresa la produzione e la vendita delle infiorescenze in quantità significative da un punto di vista psicotropo». Ciò premesso, la circolare dispone che sia effettuata una ricognizione di tutte le rivendite presenti sul territorio per verificare il possesso delle certificazioni e analizzare i prodotti. La circolare termina così: «Si invita (la direttiva è indirizzata principalmente ai prefetti con riferimenti alle forze dell’ordine e alle amministrazioni ndr) a far tenere entro il 30 giugno un report sulle risultanze della ricognizione».

Le preoccupazioni
Nel documento non si parla di chiusura dei growshops, possibilità temuta dai commercianti dopo alcune dichiarazioni rilasciate dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Gli esercenti di Grosseto si dicono, in linea di massima, tranquilli perché «essendo in regola con il quantitativo di thc presente nei prodotti e possedendo tutti i certificati necessari, non abbiamo niente da temere» dice Ivana Rodomonti. Ma «nonostante questo un po’ di preoccupazione rimane – afferma Jacopo Bertocchi, Cannabis Store Amsterdam, viale Carducci – Ci sono norme europee e sentenze della Cassazione che sanciscono la legalità di coltivare e vendere un certo tipo di cannabis e noi siamo in regola. Tuttavia non capisco questo accanimento. Non si combattono spaccio e consumo di droga chiudendo i growshops. La cannabis light non è una droga e non ha effetti psicotropi, al massimo rilassanti».