«Quell’asilo non è un lager, ma i maltrattamenti ci sono»

Le motivazioni della condanna delle maestre, confermato il “metodo azzurriano”: «Le condotte illecite sono sorte tutte in momenti di maggiore stress»

GROSSETO. Che l’asilo finito due anni fa al centro dell’indagine della squadra mobile non fosse stato «un lager» lo aveva già detto in aula il sostituto procuratore Giuseppe Coniglio. E della stessa opinione è stato anche il giudice per l’udienza preliminare Marco Mezzaluna che ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna a due anni per la titolare e per la socia dell’asilo, a1 anno e mezzo per le maestre. Condanne che sono state applicate soltanto per il reato di maltrattamenti dei bambini tra i 12 e i 24 mesi di età.

Le operatrici dell’asilo sono state invece assolte, anche in questo caso in linea con le richieste della Procura di via Monterosa, per il reato di abbandono di minore: «il fatto non sussiste». E non sussisterebbe, secondo il giudice per l’udienza preliminare Marco Mezzalunaperché i bambini non avrebbero comunque vissuto una situazione di pericolo concreto, quando venivano lasciati da soli nella stanza accanto alla sala mensa, nel dormitorio. «Il lasso di tempo in cui i bambini sono stati lasciati soli all’interno del dormitorio - scrive il giudice - è assai breve e di solito non supera alcuni minuti, durante i quali le educatrici si trovano nella stanza accanto ovvero entrano ed escono dalla stanza».

Un ragionamento, quello del gup, supportato anche da un video dell’8 gennaio 2016 dove una delle educatrici viene vista mentre lascia la porta aperta e la luce accesa. «Le riprese video effettuate all’interno della stanza dove venivano lasciati i bambini per pochi minuti in punizione - scrive ancora il giudice - non evidenziano l’esistenza di situazioni di per sé pericolose, trattandosi di stanze realizzate sui bisogni dei bambini dove normalmente venivano messi i piccoli a dormire».


La titolare, la socia e le operatrici dell’asilo finito al centro dell’indagine della squadra mobile sono state assolte dal reato di abbandono di minore. Diverso invece il discorso per quanto riguarda quello che già durante il processo, celebrato con il rito abbreviato, è stato definito “metodo azzurriano”. Strattonamenti, urla, piccoli buffetti, isolamento e alimentazione forzata: sono queste le condotte contestate dalla Procura di Grosseto alle maestre che gestivano in quell’asilo una trentacinquina di bambini. Una di loro si è sentita urlare: «Cicciona, come sei grassa, come sei brutta», un’altra che non voleva mangiare «Si strozza la scemetta».

Parole che il giudice ha potuto ascoltare anche nei video che sono stati visionati in aula, quelli ripresi dalle videocamere della polizia e che hanno mostrato un quadro più generale di quello che accadeva nell’asilo rispetto a quello che poteva sembrare evidente soltanto dalla visione delle immagini nelle parti evidenziate nell’informativa della polizia, quelle dove appunto erano state riprese condotte di interesse investigativo. «Questa visione - scrive ancora Mezzaluna - ha consentito di inquadrare i fatti accertati in un contesto generale più equilibrato. Dalla visione si è potuto constatare che accanto alle condotte illecite, tutte sorte in momenti di particolare stress, quali il pranzo o durante le fasi educative e di gioco, non sono mancati momenti di serenità nel corso dei quali l’attività all’interno dell’asilo proseguiva in modo normale senza particolare criticità e i bambini apparivano tranquilli».

Azzurra Marzocchi e Manuela Seggiani sono state condannate a 2 anni, Costanza Mori e Alessia Berti a 1 anno e 6 mesi, le attenuanti generiche come equivalenti alle aggravanti. A tutte, oltre allo “sconto” di un terzo sulla pena finale come previsto dalla scelta dell’abbreviato, il giudice dell’udienza preliminare ha concesso sia la sospensione sia la non menzione. Ma ha disposto che dovrà essere il giudice civile a quantificare il danno in favore delle parti civili, cioè i genitori dei bambini: si sono costituite 33 famiglie, più il Comune di Grosseto e ha condannato le quattro imputate, in solido tra di loro, a pagare oltre 50mila euro per le spese di costituzione e difesa delle parti civili stesse.

Condanne che sono state quindi formulate anche sulla base della “lettura” dei video in aula, assistita dal neuropsichiatra infantile Romano Fabbrizzi consulente tecnico della difesa. Lo specialista aveva sottolineato, dalla visione dei filmati, che i bambini non avevano subito il tipico riscontro post traumatico. Il giudice osserva che «l’esistenza di questo disturbo - scrive - da nessuno mai evidenziato nel corso delle indagini, avrebbe comportato l’insorgere di una lesione penalmente rilevante con la conseguente contestazione del relativo reato».