Luca, bambino eroe: a 10 anni salva un uomo che rischiava di annegare

L'uomo è scivolato fuoribordo durante una battuta di pesca e lui ha tentato per circa due ore di recuperarlo, riuscendo poi a chiamare i soccorsi. Il Comune gli ha conferito la civica benemerenza - Il video

Luca, il piccolo eroe di Grosseto: "Così ho salvato il mio amico che stava annegando"

GROSSETO. «Mi dicono tutti che sono stato un eroe, ma io mi sento solo un bambino che ha salvato un amico». Luca Peruzzi Squarcia nei giorni scorsi ha comprato il suo primo completo elegante con papillon. Perché l’occasione che lo aspetta non capita a tutti nella vita. Capita a chi ha fatto qualcosa di valore, come ha fatto lui. Che ha solo 10 anni e ha salvato un uomo che sarebbe annegato.

A Luca, che frequenta la 5ª elementare a Marina di Grosseto, stamani il Comune conferirà la civica benemerenza per la Festa della Toscana. Luca è appena uscito da scuola, accompagnato da mamma Emanuela, e si siede alla scrivania dell’ufficio del babbo, Mauro, per raccontare quell’incredibile giovedì 3 agosto di quest’estate e mostrare il racconto che ha scritto per la scuola.

Luca Peruzzi Squarcia, 10 anni (foto Agenzia Bf)

«Roby mi chiama alle 7.30 e mi dice: “Ammiraglio, ti va di andare a pesca?”. E io: “E me lo chiedi? Arrivo”», racconta. Roby è Roberto, un amico di famiglia che ha passato i cinquant’anni e che ha la barca ormeggiata a Marina di Grosseto. «Luca è “nato” in barca – spiega babbo Mauro –. La prima volta che ce lo abbiamo portato aveva quindici giorni». La passione per la pesca nasce appena il bambino riesce a tenere una canna in mano e Roberto, che è un appassionato e ha una barca attrezzata per la pesca d’altura, spesso porta con sé il piccolo “ammiraglio”, come lo chiama.



«Quel giorno siamo andati alle Formiche e dopo qualche ora il tonno ha abboccato – racconta Luca –. Era il primo tonno che vedevo dal vivo». La gioia è immensa, ma la pesca è appena iniziata. Salpare il tonno non è impresa facile, né veloce. Per oltre tre ore l’uomo e il bambino si danno il cambio alla sedia da combattimento, aiutati dal pilota automatico. Roberto prende più volte il cellulare per chiamare gli amici e il padre di Luca e annunciare a tutti la caccia in corso. Quando i giochi sembrano fatti, Luca si mette comodo per riposarsi un po’, mentre Roberto si affaccenda vicino al bordo. E a quel punto la sfortuna ci mette lo zampino.



«Eravamo a circa 3 miglia da Bocca d’Ombrone – racconta Luca – quando a un certo punto ho visto Roberto cadere in mare. Era inciampato nel foro di scolo dell’acqua. La barca andava con il pilota automatico. Roberto mi ha gridato “Luca, spegni i motori”, e io ho ubbidito subito. Da quel momento ero io il comandante».

Roberto, nella caduta, si ferisce a un braccio e fatica a raggiungere la barca che, un po’ per la corrente, un po’ per l’abbrivio, si allontana sempre di più.

Il bambino è solo a bordo ma non si perde d’animo. Prova a tirare al naufrago un paio di parabordi, ma lui non riesce a prenderli. Allora punta al tender, «che in questi casi può servire da scialuppa», precisa con la sicurezza di un marinaio navigato. Il tender, però, non ha né remi né motore. Il piccolo ma pur pesante fuoribordo da 3,5 cavalli è attaccato vicino alla scala che porta al ponte superiore. Luca non si scoraggia: taglia le cime con cui è fissato, se lo carica addosso e cerca di agganciarlo al gommoncino. «Però avevo paura che mi cadesse in acqua. Poi mi avrebbero sgridato...», dice. Intanto il tempo passa, Roberto è sempre più sfiancato. Sono passate quasi due ore. Sono le 15, il sole picchia fortissimo, la stanchezza abbaglia le forze. Luca, con i suoi dieci anni, sente tutta la responsabilità cadergli sulle spalle. E ha paura. «Continuavo a chiamarlo forte e a dirgli che sarei andato a prenderlo, in un modo o nell’altro, ma lui non rispondeva e io mi sentivo sempre più solo». Luca tenta anche di rimettere in moto la barca, ma un meccanismo di protezione glielo impedisce.



«Piangevo disperato», dice. La paura è tanta, ma non per se stesso. «Avevo paura per Roby – dice –. Io ero al sicuro sulla barca. Prima o poi qualcuno sarebbe venuto a prendermi. Ma avevo paura per Roby». L’uomo non dà più segni, è un puntino lontano.

Luca, però, a quel punto scorge accanto al timone il suo cellulare. E gli torna in mente l’immagine della sequenza che Roberto ha tracciato con il dito sullo schermo, qualche ora prima, per sbloccare il telefono e chiamare suo padre. Appoggia il suo piccolo dito sul cellulare e riesce a sbloccarlo. È la svolta. «Ho chiamato il figlio di Roby che ha una barca, e poi mio padre – racconta –. Babbo conosceva un signore che quel giorno era a Cala di Forno e lo ha chiamato per soccorrerci».



Quando Luca sente il rumore della barca che si avvicina, capisce che l’incubo è finito e le lacrime salate diventano dolcissime lacrime di gioia quando vede Roby, esausto e dolorante dopo oltre un’ora e mezza in acqua, risalire a bordo. «Mi sono incollato a lui, non potevo crederci: era vivo».

Il ritorno al porto, dove nel frattempo si era sparsa la voce, è stato un trionfo. «C’era chi mi abbracciava, chi rideva, chi come mia madre piangeva per la gioia. E io per la prima volta mi sono sentito grande».