STUDIARE SEMPRE GRAMSCI AVEVA RAGIONE

di STEFANO ADAMI Antonio Gramsci aveva ragione. Nell'intorbidarsi di un presente che sempre più ci affoga e ci trafigge, il gobbetto sardo suggeriva una sola ricetta: studiare, studiare, studiare....

di STEFANO ADAMI

Antonio Gramsci aveva ragione. Nell'intorbidarsi di un presente che sempre più ci affoga e ci trafigge, il gobbetto sardo suggeriva una sola ricetta: studiare, studiare, studiare. Educare. La cosa più difficile: continuare a pensare, evitando l'attesa e il bisogno di qualcuno che ci faccia fare da pulce ammaestrata. Oddio, non che questo ci difenda dai pericoli. Potrebbe tutt'al più insegnarci a tenere sempre la mente aperta, e con un sereno tono d'umiltà. Invece della solita prosopopea di questi giorni.

Anche la nostra piccola città è entrata ormai da tempo in fase sindacale (cioè nella ricerca di un sindaco novo). Numerosi obiettano che per fare il sindaco bisogna riempire le buche («ma bisogna riempirle davvero, però...» «Oh, accidenti...» «Scusate... dov'eravamo?...» «Ho dato una testata... una buca..».)

Ah, ecco: verissimo, riempire le buche è sacrosanto. Venga allora il palasindaco, il sindaco con la pala, riempitore di buche e spalatore. Ma cosa facciamo per le buche culturali? Le buche spirituali?

Si riempia la buca, insomma. Perché, però, da quella buca riempita sia possibile guardarsi intorno, verso il grande mondo pieno di cose. E guardare anche verso l'alto. Dalla buca verso il cielo e i territori. Territori, come il nostro, di anfratti e borghi.

Amministrare una città significa trasformarla in città dei possibili.

La questione resta sempre quella della rappresentanza politica. Prima c'è stata la politica castrante delle segreterie e delle stanze chiuse, che tendeva al controllo totale dei girini al suffragio, al risucchio delle energie. Al grigio. Politica che alla fine ha disgustato tutti quelli che da quelle stanze erano tenuti fuori. Il motto era: lasciate fare a noi, noi sappiamo, ci pensiamo noi. (Ma è poi finita davvero quella politica della stanza chiusa, del «sappiamo noi», della soluzione finale?)

Dopo, per anni, si è corsi dietro alla società civile, per poi scoprire che civile non lo era poi tanto, ahimè. Il glu glu, il ribollire degli istinti può anche essere uno dei primi passi: ma deve essere raffinato, distillato, maturato. Allora può forse dare qualcosa. Altrimenti resta puro grugnito animalesco, grufolio del mammifero alla greppia, col quale si può fare ben poco, purtroppo. Allora si rende necessario il noto salto di qualità. Ma, per farlo, bisogna che ci sia prima la qualità. (E poi studiare: vai con Gramsci).

Ora - invece dei colori, invece dei cento fiori - c'è la palude, la deriva, la rabbia assoluta, la pressione dei diseredati, il tutti contro tutti. Perché il cittadino diventi tale, diventi consapevole, partecipante, ci vuole tempo e fatica. Tempo, fatica, buona fede. Lo schiavo di Menone può anche arrivare a dimostrare il teorema di Pitagora. Ma dopo deve sapere cosa farsene, come servirsene, quali costruzioni realizzarci.