Il Grosseto precipita nel calcio dei dilettanti

Piero Camilli, presidente dell'Us Grosseto

Scaduto il termine, Camilli non iscrive la squadra alla Lega Pro. Solo nei prossimi giorni si potrà sapere se il Grifone ripartirà dalla serie D, dall'Eccellenza o addirittura dalla Terza categoria

Ci siamo divertiti. E parecchio. Ci siamo arrabbiati. E nemmeno una volta sola. Abbiamo girato mezza Italia. Stropicciandoci gli occhi. Abbiamo messo piede in stadi gloriosi che avevamo visto solamente in tv. E ne abbiamo respirato l'atmosfera antica, il profumo dell'erba appena rasata. Abbiamo visto fior di giocatori. E ne siamo rimasti abbagliati. Abbiamo visto brocchi irrecuperabili. E abbiamo scosso la testa. Abbiamo vissuto un'avventura emozionante più che decennale, fatta di tanti alti e di tanti bassi, di battaglie sul campo e di querelle fuori dal campo che con il calcio – con lo sport – non avevano nulla a che vedere. Adesso è finita.

A Piero Camilli, che per anni ha ripetuto “senza di me qui il calcio chiude”, ho sempre risposto che il calcio non è una malattia, che ce ne saremmo fatta una ragione, che il dispiacere sarebbe stato enorme, come in effetti è. Aveva ragione. Ha ragione. Senza di lui, a Grosseto non solo non c'è più un calcio a certi livelli ma non c'è proprio il calcio (e nessuno se la prenda, non parliamo di chi lo fa egregiamente sia tra gli amatori sia tra i dilettanti). Difficile dire se sia colpa di qualcuno. La fine di questo calcio coincide forse non a caso con la crisi di una comunità che vede chiudere i piccoli colossi economici e che non riesce ad attirare capitali per ripartire. Nessuno in questi anni è riuscito ad affacciarsi prepotentemente alla ribalta locale. Nessuno da fuori ha manifestato interesse per attività imprenditoriali tali da suscitare appetiti affiancabili a un pallone che rotola.

Il calcio è una bella passione, ma costa. Ci vogliono le spalle larghe. A prescindere dalle diffidenze espresse da Camilli per possibili acquirenti (a metà tra un amore sconfinato per un Grifone da lasciare in mani affidabili e un'impossibilità materiale di staccarsi dalla propria creatura), a prescindere dalla terra bruciata che il patron si è fatto – o gli è stata fatta - intorno in un quindicennio (tra tifosi, tra politici, tra imprenditori – e il sintomo ne sono le presenze crollate allo stadio), a prescindere dalla costante solidità economico-finanziaria di una società addirittura recentemente ricapitalizzata (azione che va in tutt'altra direzione rispetto a un disimpegno), la realtà parla chiaro. Nessuno se la sente. Almeno nessuno se l'è sentita fino alle 19 del 30 giugno. Se ci sarà (e quando ci sarà) un domani anche solo minimamente paragonabile, nessuno può dirlo, come nessuno poteva dirlo nell'immediato dopo-Anzidei. Dopo venti anni, si ricomincia da capo. Ci mancheranno, anche, i modi di dire di Piero. Ci mancheranno, questi meno, gli scatti umorali di cui a rotazione più o meno tutti siamo rimasti vittima. A tutti noi, che abbiamo visto – tristi - la polvere e – grati – l'altare, non resta che prenderne atto.