Scalciata da un cavallo e affetta da morbo di Crohn, imprenditrice in causa con banca e assicurazione

Sandra Pelosi qualche anno fa (a sinistra) e oggi (a destra)

Il calvario di Sandra Pelosi, oggi in carrozzina: "Non vogliono riconoscere il legame con l'infortunio e pagare le polizze"

GROSSETO. Prima di morire, a Sandra piacerebbe di veder esauditi tre desideri. Ringraziare chi l'ha aiutata nelle difficoltà, scoprire che c'è una cura che può alleviare le sue sofferenze, vincere le cause civili contro banche e assicurazioni per il riconoscimento del rapporto esistente tra l'infortunio del 2010 e il suo stato attuale. Mentre per il primo desiderio possono anche bastare poche righe («mio marito Luigi, Nilo Martellini, l'avvocato Alessandro Antichi il mio angelo che mi assiste anche senza che io ne abbia le possibilità economiche, Banca della Maremma e tutti i medici grossetani e veronesi che hanno vegliato su di me e che ci stanno mettendo l'anima»), per gli altri due la strada è impervia. Comunque non breve.

Per il morbo di Crohn che ha ridotto in carrozzina Sandra Pelosi, 54 anni, senese di origine e maremmana di adozione, manca un farmaco specifico. E per la giustizia le cause sono ancora aperte: dovrà essere un giudice a stabilire se a Sandra debbano essere versate o no quelle centinaia di migliaia di euro che l'imprenditrice reclama in virtù delle polizze assicurative stipulate e aventi per oggetto infortuni sul lavoro, malattia, invalidità, morte, connesse al suo allevamento di cavalli.

Lei, sulla scorta della documentazione clinica, sostiene che il legame tra l'infortunio del 21 settembre 2010 (quando all'ippodromo del Casalone venne raggiunta al torace dal calcio di un cavallo - cinque le vertebre ricostruite) e la malattia di cui soffre sia diretto; banca e assicurazione sono del parere contrario, perché sostengono che si tratti di tubercolosi intestinale e polmonare contratta forse in una delle numerose degenze ospedaliere. Sono in ballo cifre consistenti, da cinque zeri.

Piange, Sandra, ricostruendo il suo calvario, fatto di immobilità e morfina, di chemioterapia e di appena 750 euro al mese erogati per il suo sostentamento: «Negli ultimi quattro anni tre commissioni mi hanno riconosciuta invalida con totale e permanente inabilità lavorativa; sono portatrice di handicap al 100 per cento con necessità di assistenza continua. E non lo dico io: lo dicono gli specialisti». Gli stessi che hanno attribuito il crollo vertebrale solo ed esclusivamente al trauma per l'infortunio del 2010: «All'Istituto di neurochirurgia di Verona mi hanno quantificato invalida al 98%: e già con il 60% avrei avuto diritto al risarcimento».

Sandra lamenta anche che non vengano applicate le tabelle Inps ma quelle (più basse) Inail. Quell'azienda che nei tempi d'oro, a Siena, aveva fatto lavorare fino a 50 persone e che, a Grosseto, costituiva una bella realtà produttiva, è stata chiusa anche per la mancanza di gare di appalto alla portata. «A me manca anche e soprattutto il mio lavoro, la possibilità di sentirmi utile, in qualsiasi modo. Il denaro che reclamo mi potrebbe permettere di riattivare un'azienda, anche senza occuparmene direttamente: potrebbe essere il mio modo per sentirmi viva. Lo psicologo mi sta aiutando ad accettare la mia condizione, ma non è facile per una come me che non ha mai preso nemmeno un giorno di vacanza, e ho iniziato a 14 anni».

Ma quei soldi non le vengono riconosciuti: «Io andai in depressione quando in banca mi dissero che non mi avrebbero dato proprio niente, perché secondo loro l'infortunio non aveva alcuna attinenza». L'altro istituto con il quale Sandra Pelosi aveva una seconda polizza ha poi trasformato le esposizioni in mutui e ha preso in garanzia la casa di famiglia. Solo una delle quattro cause (quella contro i fornitori del mangime per i cavalli) è finita ed è andata a buon fine: «Ma la liquidazione avverrà solo a dicembre».

Il 20 aprile la prossima udienza, per un’altra causa. Il 20 ottobre quella per la nomina del consulente nelle due cause più importanti. C’è tanto tempo davanti. Sandra è irriconoscibile, rispetto a una foto di non molto tempo fa, una foto da miss. Trasformata nel fisico e nel volto dal dolore e dalle trasfusioni finalmente terminate («per tanto tempo non ho neanche mangiato a sufficienza, non avevo i soldi»), segnata anche nell'animo («anche per un abuso in ambito familiare, quando ero piccola») ma non rassegnata, l'imprenditrice non molla: «Non morirò senza avere la soddisfazione di dimostrare a tutti la mia onestà. Non ci sarà un 'femminicidio' per mano dei 'poteri forti'. Vorrei solo quello che mi spetta, vorrei solo salvare la mia casa, vorrei poter aiutare qualche altra persona che ha bisogno come me».

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