Senza poste, Cana si ribella E la pensione arriva in Ape

Gli ottantenni dovranno inforcare le tre ruote per raggiungere Roccalbegna La rabbia di un lettore: «Prendere i soldi era l’unico modo per socializzare»

ROCCALBEGNA. Inforcare un'Ape e via a prendere la pensione: è quel che resta da fare ai pensionati di Cana, dopo l'annuncio della chiusura dell'ufficio postale della frazione di Roccalbegna. Insorgono, dunque, gli anziani del paese, prendendo la parola dopo le recenti proteste del sindaco di Roccalbegna Massimo Galli.

Adesso che è cosa fatta (la chiusura è stabilita per il 26 marzo) dell’ufficio postale, ci provano a stoppare l'operazione i residenti nella piccola frazione di Roccalbegna che proprio non digeriscono questa chiusura e alzano gli scudi a difesa dell'ultimo ufficio sopravvissuto di fronte al maglio delle razionalizzazioni. Per tutte le 300 anime della borgata (età media 80 anni o giù di lì) parla Ido Rino Bellucci, un ottantenne ancora pieno di verve e di grinta che spiega perché «si stia tornando al medioevo». Il ragionamento di Bellucci parte dalla considerazione che «per avere quella miseria di pensione, ci vuole comunque un punto di appoggio. E ora, invece, addio ufficio. Tutti gli anziani di Cana (praticamente tutta la popolazione) prenderanno la loro Ape e una volta al mese si dovranno fare i 12 chilometri per andare a Roccalbegna. Vorrei vedere, se i vertici di Poste Italiane avessero un genitore obbligato a fare lo stesso...»

Tra i pensionati ci sono anche mariti con la moglie invalida che non può essere lasciata per tanto tempo. Ci sono persone che non hanno neppure l'Ape. «Ci dicono che potremmo fare la delega a qualcuno per riscuotere la pensione. Ma non tutti hanno qualcuno a cui appoggiarsi e poi fare la delega significa eliminare talvolta anche le poche occasioni di incontro fra anziani che avevamo. Perché dobbiamo riconoscere che quell'ufficio era un luogo di incontro. L'unico momento in cui ci raccontavamo e non restavamo soli».

Si sa, del resto, l'ufficio postale è da sempre un luogo di aggregazione di base. «Ora hanno fatto piazza pulita anche di quello e con quello ci hanno scippato anche la voce», sbotta Bellucci.

Che ripercorre le tappe di quel punto postale, ma anche la sua vita battagliera e costruttiva. «Tanti anni fa Cana era un ufficio come tutti, sempre aperto, e senza problemi. Da qualche anno rimaneva a disposizione solo un giorno alla settimana, ma ce lo facevamo bastare per le nostre poche necessità. E lavorava molto».

Perché la popolazione di Cana ha sudato le proverbiali sette camice per mettere su casa qui e poter restare in loco. Lavoro duro, in miniera soprattutto. «Ma anche attività imprenditoriali, come nel mio caso: aprii nel '63 un chiosco per merende che adesso è diventato un locale coi fiocchi, ristorante e pizzeria, che non gestisco più io ma dei giovani. Ne abbiamo viste tante nella nostra vita e siamo rimasti qui. Con disagi sempre crescenti, fino a questo caso limite dell’ufficio postale che chiude».

Perché non viene su il direttore di Poste Italiane? «Venga a vedere in che condizioni ci ha messo. Per togliere i cittadini di Cana d'impaccio, una volta alla settimana viene nella frazione un impiegato di una banca locale, ma ci sono operazioni che devono essere fatte proprio alle Poste». Insomma i cittadini non si danno pace: non riescono a credere che da lunedì le loro poste chiuderanno per sempre i battenti.

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