Ville romane, mosaici e acquedotto «Raccontano 2000 anni di storia»

SETTEFINESTRE La villa romana è il sito monumentale più importante del futuro parco insieme ad altre ville, un castello e un acquedotto

 CAPALBIO. Stupende ville sormontate da colonnati, un antico acquedotto nascosto nella macchia, mosaici custoditi dal velo protettivo della terra e, per i campi, muretti a secco che delimitavano i campi coltivati duemila anni fa. Il viandante di Goethe sarebbe rimasto incantato davanti al mirabile abbraccio di rovine e natura della Valle d'Oro e non minor meraviglia ha suscitato negli archeologi che, dagli anni '70, hanno condotto scavi in questa area.  A guidare nel tour del futuro parco è Maria Grazia Celuzza, direttore del Museo archeologico di Grosseto e consulente dell'associazione Maremma Mare, che proprio sulla Valle dell'Oro ha scritto - allieva dell'archeologo Nicolò Carandini - la tesi di laurea.  «Il territorio italiano - spiega Celuzza - è ricco di tradizioni archeologiche, ma non tutte sono state studiate in modo approfondito. Nel caso della Valle d'Oro, tanti sono gli oggetti rinvenuti e tante sono anche le pubblicazioni prodotte negli anni. È una doppia ricchezza che alimenta l'uno e l'altro aspetto».  Quali sono i siti monumentali che vi si trovano?  «A parte la città di Cosa, che è immediatamente al di là del parco, il sito più importante è certamente Villa Settefinestre, integralmente pubblicata ma mai valorizzata; poi un'altra villa pressoché inedita, che è stata solo segnalata, con terrazzamenti monumentali in opera poligonale piuttosto vistosi; altre ville romane tra le quali una presenta almeno le stesse caratteristiche di Settefinestre con in fronte finte torrette a mo' di circuito murario di città. Sono poi ancora leggibili le centuriazioni, cioè i muretti di delimitazione dei campi, un acquedotto in una zona di macchia fitta; poi altre ville, estremamente monumentali».  A cosa si deve questo insediamento?  «La zona era sufficientemente vicina a Roma, raggiungibile in soli due giorni di navigazione, perché i senatori romani la trovassero interessate da sfruttare dal punto di vista agricolo. Era zona fertile, produttiva, con infrastrutture come il porto di Cosa e la vocazione alla produzione del vino che veniva poi portato in tutto il Mediterraneo in anfore prodotte direttamente qui».  Il parco presenta dunque uno spaccato di vita rurale d'epoca romana.  «Non solo di quell'epoca. In quest'area possiamo leggere tutte le fasi della storia del territorio: dalla Orbetello etrusca, all'Ansedonia romana e poi medievale. Ancora Medioevo con Orbetello e Capalbiaccio col suo castello. Osservando le ville abbandonate e quelle che rimangono attive ma con colture e funzioni diverse, si può seguire il corso dei secoli. Ma non solo».  Cos'altro?  «Non vorrei trascurare aspetti più vicini a noi. C'è una serie di casali d'epoca dello stato dei presidi che sono altrettanti percorsi che si possono aprire e attrezzare. Una parte della valle, poi, è ricca d'acqua con fontanili di varia epoca».  Cosa rimane da fare dal punto di vista degli scavi?  «Bisognerà innanzitutto fare dei restauri. I mosaici, per esempio, sono stati interrati per esigenze di conservazione. Si potrà, in questo senso, pensare a collegamenti con università e musei sia per i lavori che per la futura fruizione».