Lo studio

Tessuti sintetici sotto accusa: così le microfibre sintetiche inquinano l'ambiente

Secondo le stime, il 90% dell'inquinamento da microplastica dell’Oceano Atlantico deriva dai tessuti sintetici. Le particelle, non filtrate nei lavaggi, sono tra i peggiori nemici della salute delle acque.
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Una cosa accomuna cozze, pesci e uccelli marini, sale da cucina, acqua in bottiglia o del rubinetto. Sono le particelle infinitesimali di tessuto – le microfibre – che spesso vi sono contenute. Secondo uno studio realizzato da ricercatori della California e pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian, nel 2019, nell’ambiente naturale di questo Stato americano, sono state rilasciate 13,3 milioni di miliardi di microfibre plastiche. Sono molte più di tutte le stelle della Via Lattea. E, seppur invisibili a occhio nudo, sono tra i peggiori nemici della salute delle acque.

Da dove arrivano? Tutti i tessuti rilasciano microfibre, ma quelli sintetici, derivando dalla plastica, praticamente rilasciano microplastica. Questo materiale si disperde durante i lavaggi e, attraverso gli scarichi, finisce in fiumi, mari e oceani. Basti pensare che le microfibre sintetiche costituirebbero il 90% dell’inquinamento da microplastica dell’Oceano Atlantico. Così, i minuscoli fili entrano nell’organismo di pesci e plancton, minando l’ecosistema marino e l’intera catena alimentare.

Secondo un report del 2017 della International Union for Conservation of Nature and Natural Resources (qui in .pdf), in generale le microfibre rappresentano il 35% delle microplastiche che avvelenano le acque. Il perché è presto spiegato: oltre la metà dei nostri indumenti è realizzata con tessuti sintetici; ogni ciclo di lavaggio di questi capi mette in circolo centinaia di migliaia di microfibre; risciacquando a temperature tra 30° e 40°, il 40% delle microfibre non viene trattenuto dai sistemi di filtraggio.

Le soluzioni possibili. È un articolo pubblicato dall’American Association of Textile Chemists and Colorists a spiegare come il problema sia prevalentemente legato alle acque reflue dei Paesi più sviluppati, dove si produce, si compra e si lava troppo abbigliamento. Occorre allora investire per migliorare i meccanismi di depurazione. Ma bisogna imparare anche a evitare lavaggi inutili, lunghi o ad alte temperature e fare attenzione a quelli delicati, qualora utilizzino grandi quantità d’acqua.

L’ideale sarebbe riuscire ad affrancarsi il più possibile da poliestere e vari tessuti sintetici, sostituendoli con quelli naturali (a patto che non abbiano ricevuto trattamenti chimici) e cercando di ridurre lo “spreco” di abbigliamento. Cioè: tagliare la produzione in eccesso di vestiti sintetici, come nel caso della cosiddetta fast fashion, sfruttare più a lungo i capi acquistati, riciclarli correttamente e puntare sull’usato. Del resto, la produzione tessile è la seconda industria più inquinante al mondo.

Non solo microfibre. Anche il glitter usato per decorare gli abiti, formato da poliestere e alluminio, può diventare pericoloso: secondo uno studio dei ricercatori della Anglia Ruskin University pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, quando finisce in circolazione dopo i lavaggi, altera l’equilibrio degli habitat d’acqua dolce.