Nel nome del padre, Schumi junior sulla Ferrari

Il giovane Mick in Formula 1 con la rossa di Michael: un predestinato che fa sognare un Mondiale molto speciale

Un inserto che si chiama “Vision” non può non essere fonte di… visioni. E così abbiamo deciso di provare a immaginare quello che succederà nei prossimi anni. Dopo il Mondiale di calcio del 2022 vinto dalla nazionale italiana e l’attesissimo sbarco su Marte del 2029, la Svizzera che finalmente decide di entrare nell’Unione Europea, il papa nero e il ritorno dei mammut sulla Terra ecco Mick Schumacher pronto per partecipare al Mondiale di Formula 1 su una Ferrari.

MAURO CORNO


MARANELLO, 10 OTTOBRE 2021

È la storia di un predestinato ma non di certo di un raccomandato. Mick Schumacher la possibilità di partecipare al campionato del mondo di Formula 1 su una Ferrari se l’è guadagnata sul campo, a suon di risultati. E il telegrafico annuncio della scuderia di Maranello («Mick Schumacher correrà il Mondiale 2022 al volante di una Rossa. In bocca al lupo al giovane pilota tedesco», si è letto sul profilo twitter della scuderia fondata dal Drake, Enzo) era atteso, anche si pensava potesse arrivare tra un paio di settimane. E invece, così, carte in tavola in anticipo sulla tabella di marcia e, naturalmente, il pensiero a quello che papà Michael è stato capace di realizzare a bordo dei bolidi del Cavallino Rampante, sperando che il figlio possa imitarlo. Non sarà un’impresa facile, va detto. Anzi, a dirla tutta sarà quasi impossibile. Ed è anche per questo che a Mick non va messa pressione più di quella che ha sulle spalle fin da quando ha iniziato la carriera: portare un cognome del genere non è facile per nessuno.

Michael Schumacher ha esordito in Formula 1 il 25 agosto del 1991, nel Gran premio del Belgio. Correva su una Jordan e le sue capacità non sfuggirono all’astuto Flavio Briatore, che gli offrì un contratto e lo fece subito gareggiare su una più competitiva Benetton, affiancandolo al tre volte campione del mondo Nelson Piquet. Nel 1994 e nel 1995 il tedesco, a bordo della monoposto sponsorizzata dall’azienda trevigiana, conquistò i primi due titoli mondiali, guadagnandosi l’approdo alla Ferrari. In rosso a 27 anni, quattro in più di quanti ne compirà Mick il 22 marzo, complici anche il divario tecnico con le rivali e il brutto incidente di Silverstone, che nel luglio del 1999 gli costò la frattura di una gamba, Michael ha dovuto attendere il 2000 per conquistare l’iride, riportandolo a Maranello dopo un’astinenza durata 21 anni: l’ultimo a portare il Cavallino Rampante sul tetto del mondo era stato Jody Scheckter, nel 1979. E il sudafricano, all’annuncio che Mick sarebbe stato il nuovo pilota della Ferrari, gli ha mandato un «in bocca al lupo» attraverso un simpatico video pubblicato su Facebook. Non è stato l’unico, naturalmente, ma le sue parole sono state molto significative. Schumacher padre, sbloccatosi all’inizio del nuovo millennio, ha poi dominato in lungo e in largo, ripetendosi per altri quattro anni di fila (2001, 2002, 2003, 2004) e chiudendo la sua leggendaria avventura da pilota della Ferrari nel 2006. I numeri di quello che è restato nella storia come “Quinquennio d’oro” parlano chiaro: tra il 2000 e il 2004 Schumacher ha vinto 48 Gran premi, per 40 volte è partito in pole-position, ha effettuato 27 volte il giro più veloce e messo in cascina 616 punti: a questo proposito va tenuto ben presente che chi saliva sul gradino più alto del podio di punti se ne accaparrava 9 o 10 e non 25 come dal 2010 a questa parte. Chiaro ed evidente che chiedere a Mick di ripetere pari pari le gesta del padre sarebbe folle.

La stoffa, però, c’è, e il giovane Schumacher l’ha dimostrato con i successi in Formula 4, in Formula 2000 e nella Formula 3 Europea, categoria nella quale è arrivato a conquistare il titolo nel 2018: nel gennaio successivo, pochi giorni dopo il cinquantesimo compleanno del papà, ha fatto il suo ingresso nella Ferrari Academy, un programma sportivo nato nel 2009 e che ha come scopo quello di formare i piloti selezionati dal punto di vista agonistico, umano e professionale. Una prima tappa fondamentale per il suo processo di maturazione accolta con gioia anche dalla madre, Corinna Betsch.

Di figli d’arte approdati in Formula 1 ce ne sono tantissimi. Qualcuno di loro è riuscito a ripetere le gesta paterne se non, addirittura, a fare meglio. Come Jacques Villeneuve, per esempio. Il papà Gilles fece sognare i tifosi della Ferrari per il suo coraggio, ma si dovette accontentare di sei soli Gran premi vinti prima della tragica scomparsa, causata da un incidente sulla pista di Zolder, in un sabato dedicato alle qualifiche. Jacques, che quel brutto giorno di maggio del 1982 era undicenne, quindici anni dopo, su una Williams, avrebbe conquistato il Mondiale, dopo una battaglia senza esclusione di colpi proprio con Michael Schumacher. L’anno precedente, nel 1996, era stato Damon Hill, sempre su Williams, a mettere tutti in fila. L’inglese è stato il primo a riuscire là dove ce l’aveva fatta il padre. Graham Hill, infatti, era diventato campione del mondo in due occasioni, nel 1962 (con una Brm) e nel 1968, a volante di una Lotus, prima di perdere la vita in un incidente aereo quando aveva 46 anni soltanto. È toccato poi a Nico Rosberg, figlio di quel Keke campione nel 1982, concedere il bis, nel 2016, con una casa diversa (Williams per il primo, Mercedes per il secondo) e pure sotto a una bandiera diversa: Keke è finlandese, anche se è nato a Solna, in Svezia, Nico tedesco.

Poi c’è anche stato chi ha tentato, senza fortuna, di ripercorrere la strada tracciata dal genitore. Micheal Andretti, per esempio, che in Formula 1 ha collezionato un podio soltanto mentre il papà Mario (soprannominato “Piedone” e originario di Montona, località dell’Istria un tempo italiana e oggi croata) è stato il campione dell’edizione 1978 del Mondiale. Per non parlare poi di Nelson Angelo Piquet (ma per tutti è “Nelsinho”) , che non è andato lontanamente vicino a quanto realizzato da papà Nelson e che ha chiuso bruscamente la sua carriera nel Circus nel 2009, scaricato dalla Renault.

Ora tocca a Mick e c’è da scommettere che farà del suo meglio per portare in alto la Ferrari: dalla sua ha l’affetto e il sostegno della tifoseria più calda della Formula 1. E il suo «grazie a tutti» digitato in italiano in risposta a chi gli ha fatto i complimenti dopo avere appreso la bella notizia ha già scaldato i cuori. —

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