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Dalla guerra a “Signore delle patenti”: Ottorino, 100 anni, ancora giovane dentro

Oggi diventa centenario un uomo che ha una storia incredibile alle spalle: maestro vetraio e anche musicista  fu poi fatto prigioniero in Africa. E dopo il licenziamento dalla Taddei ha insegnato a guidare a migliaia di empolesi  

IL racconto


Non è un secolo breve quello passato attraverso gli occhi di Ottorino Mancini. Occhi che si aprirono per la prima volta al mondo il 1° agosto del 1921 e che oggi, cento anni dopo, sono più vigili e curiosi che mai. Cento anni, che solo a nominarli fanno tremare i polsi e volare l’immaginazione lungo i tracciati della memoria che Ottorino scava con la precisione e la lucidità di un archivista. Maestro vetraio, musicista finito a suonare la fanfara con i bersaglieri, soldato di una guerra non sua, catapultato in Africa dal fronte di El Alamein alla prigionia ai confini con la Tunisia. E poi marito e padre, adesso nonno e bisnonno, uomo di ingegno e di intraprendenza capace di diventare il “Signore delle patenti”, uno dei primi e tra i più longevi istruttori di guida in città. Un figlio di Empoli, nato alla Bastia e cresciuto tra Ponte a Elsa e il centro.

Custode di una storia che ha bisogno di essere riscoperta come patrimonio collettivo di un’intera comunità. Empoli contadina, che all’inizio del Novecento si affranca dalla terra per cercare nuove opportunità. Empoli operaia, che trova nel vetro la propria strada all’industrializzazione. Empoli che soffre e resiste ai drammi del Ventennio e della guerra e si presenta alle porte del dopoguerra pronta a spiccare il volo. La storia di una città e di un territorio che si intreccia a doppio filo con la storia personale di Ottorino Mancini. La sua famiglia, originaria della frazione di Bastia, lascia la terra per lanciarsi nell’allevamento e nel commercio di pollame alla fine degli anni Venti. Ottorino è un bambino e ha tanta voglia di studiare. Lo fa, finché le finanze familiari lo permettono. Poi, ad appena undici anni entra nel mondo del lavoro. Due anni dopo, senza ancora l’età da libretto di lavoro, fa il suo ingresso in vetreria, alla Cesa. «Era il luglio del 1934 – racconta mentre sfoglia le foto dell’epoca raccolte in un album – ero un ragazzino e venni preso per fare il garzone. Ogni mattina raggiungevo le Cascine in bicicletta: in estate si entrava alle cinque di mattina e in inverno alle otto. Il lavoro era duro, ma io volevo affermarmi e mi impegnavo al massimo. Tanto che pochi mesi dopo il mio maestro di piazza mi prese nelle sue grazie e mi insegnò il lavoro». In appena cinque anni Ottorino diventa maestro vetraio. La sua motivazione più forte ha un nome e un cognome: Fernanda Scotti, bellissima adolescente che abita a poca distanza da Ottorino. I due si piacciono, ma la famiglia vuole per lei un marito affermato. E allora Ottorino si impegna e cresce. Dalla Cesa passa alla Taddei, la più grande vetreria di Empoli. Nel frattempo studia musica e suona il sassofono nella banda di Ponte a Elsa.

Il mondo fuori è spaventoso, tremendo. Il regime reprime, schiaccia ogni refolo di protesta e nel frattempo si prepara a fare entrare il Paese in una dimensione ancora peggiore, la guerra. Ottorino riceve la cartolina per la leva dal distretto militare di Pistoia alla fine del 1940 e a gennaio del 1941 viene inserito nel 12° reggimento Bersaglieri. Il periodo di addestramento lo passa nella fanfara grazie alla conoscenza della musica, sebbene sia costretto a farsi prestare un ottone dalla banda del paese. Ma a dicembre viene imbarcato da Salerno per l’Africa. «La sera della traversata l’aviazione inglese bombardò le nostre navi – ricorda – colpirono il “Vittoria” uccidendo 700 soldati italiani. Fu la paura più grande che abbia mai provato. Poi, arrivato a Tobruk, poche settimane dopo un nuovo bombardamento contro il nostro avamposto, nel quale morirono sette miei compagni. Seguirono mesi di marce, fino al fronte egiziano a El Alamein. Avevamo un quartino di acqua ogni due giorni: mi ero lavato la faccia a marzo e la lavai di nuovo a luglio. Ci scontrammo con gli inglesi a più riprese, poi venni ferito e feci la spola tra più ospedali militari. Finii a Homs e da lì venni rimandato in Tunisia nel febbraio 1943: fui fatto prigioniero e riuscii a tornare in Italia solo tre anni più tardi». Dopo cinque anni Ottorino torna a Empoli e lì ritrova Fernanda, che lo ha atteso fino ad allora. La sua famiglia si è finalmente convinta e i due si sposano due anni dopo. Ma nel frattempo il settore vetraio empolese entra in crisi e Ottorino Mancini nel 1950 riceve la lettera di licenziamento dalla Taddei. Non si scoraggia: la famiglia Scotti ha varie imprese avviate tra Firenze ed Empoli. Viene prima assunto nella vineria di via degli Artisti a Firenze. Quindi, l’anno dopo inizia l’avventura lavorativa più entusiasmante della sua vita. «I cugini di mia moglie, Ugo e Vasco (che poi avrebbero nel 1955 aperto la concessionaria Fiat a Empoli, ndr), avevano un autoscuola in via Leonardo Da Vinci – dice ancora – e mi chiesero di fare l’istruttore di guida. Non avevo nemmeno la patente, ma in pochi mesi ottenni tutta documentazione del caso. Il lavoro mi appassionava e la scuola cresceva sempre di più. In pochi anni passammo da 30 a 100 allievi patentati al mese, aprimmo tre nuove autoscuole: due a Sovigliana e una a Ponte a Egola, mentre l’autoscuola Scotti diventò Cristallo e si spostò in piazza Gramsci».

Ottorino diventa il “Signore delle patenti” di Empoli con migliaia di allievi messi per strada. «Sono andato in pensione nel 1980, ma ho continuato a lavorare per altri sette anni. In poco meno di quarant’anni ho ricevuto tantissimo da tutte le persone che ho incontrato, persone che vorrei salutare e che vorrei ringraziare». Adesso, seduto in giardino ad osservare i suoi cento anni circondato dall’amore della figlia Carla e del genero Lorenzo, delle nipoti Francesca e Costanza e delle quattro bisnipoti, Ottorino ha un pensiero per i giovani. «Studiate e impegnatevi in ciò che amate – li esorta – siate onesti, responsabili e seri, così avrete soddisfazioni dalla vita. Questo è ciò che ho imparato». –