Non vedono i loro “ragazzi” da sei mesi Le famiglie: «Ora basta, stanno soffrendo»

L’appello per gli ospiti disabili di due strutture: pur essendo stati vaccinati non possono avere contatti con l’esterno 

Daniele Dei

EMPOLI. Per le famiglie di 34 persone con disabilità grave dell’Empolese Valdelsa è stata una Pasqua particolarmente triste dopo un Natale altrettanto difficile: oggi sono 188 giorni che queste non possono rivedere i loro figli o fratelli costretti a restare chiusi all’interno delle strutture residenziali con l’impossibilità di avere contatti con l’esterno.


La causa è legata alle disposizioni per la prevenzione dei contagi da coronavirus, ma è altrettanto vero che da gennaio queste persone hanno tutte ricevuto una doppia dose di vaccino. Le famiglie avevano sperato che ciò potesse rappresentare una svolta, invece per i loro parenti non c’è stato modo di passare un giorno assieme. Nell’Empolese Valdelsa sono due le strutture diurne attive, entrambe gestite dalla cooperativa Di Vittorio sotto l’egida dell’Asl Toscana Centro. Una è la comunità alloggio protetta di Villa Fucini a Empoli la quale ospita 12 persone, l’altra è la residenza sanitaria per disabili “La Ginestra” di Castelfiorentino, dove ci sono le restanti 22.

A quest’ultima, da settimane, i genitori si ritrovano per salutare i propri figli dall’esterno, sperando che si possano affacciare dalle finestre del primo piano. Non tutti appunto, poiché le forme di disabilità sono varie e ci sono persone allettate che, da 27 settimane, non vedono nessuno dei propri cari. È nata in questi mesi un'alleanza tra famiglie tanto che quelle legate a entrambe le strutture hanno creato una rete per poter parlare con una sola voce alle istituzioni locali e regionali.

Per capire meglio la questione è utile citare alcune date: mentre l’Italia a maggio 2020 aveva ripreso lentamente la propria vita, i ragazzi delle strutture sono usciti per la prima volta il 6 luglio e l’8 ottobre sono stati di nuovo costretti a restare in struttura. Prima erano abituati, qualche giorno alla settimana o nei festivi, a stare anche con i propri cari, alternando casa e struttura. Questo non accade più e ancora non si sa per quanto. «Le ultime indicazioni che abbiamo – spiega Maria Luisa Borgioli, medico e sorella di Federico, ospite a “La Ginestra” – sono quelle che ci ha fornito il presidente della commissione sanità della Regione Toscana, Enrico Sostegni. Ci sarebbe un problema sul decreto nazionale tanto che l’assessora regionale al sociale, Serena Spinelli, ne avrebbe parlato con il ministro Roberto Speranza ma fino a maggio non ci saranno cambiamenti. Purtroppo questo scenario lo avevo previsto da ottobre, ma con la somministrazione dei vaccini speravo che le cose potessero andare diversamente. Ora siamo in attesa di capire se questo accadrà, solo che fino a oggi abbiamo avuto molte promesse, ci avevano detto di aggiornarci ogni mese sulla situazione, l’Asl lo ha fatto una sola volta su nostra richiesta e non ci ha mai cercato nessuno». La questione infatti è complessa e verte su più fronti, alcuni che vedono anche forti nodi burocratici: «Dallo scorso dicembre – fa sapere Valentina Vanni, sorella di Stefano che si trova a Villa Fucini – avevamo chiesto di ricevere il vaccino come persone vicine a pazienti fragili. Ci è stato detto che non rientravamo in quella categoria, perché non siamo considerati come coloro i quali li accudiscono in maniera permanente, come può essere una badante o un operatore di una struttura. Ci sono passati avanti professionisti come gli avvocati e noi siamo rimasti qua». Per ragazzi speciali come quelli delle due strutture citate non c'è bisogno solo di salvaguardarli dal Covid, ma anche da una condizione psicologica di lontananza per loro ancora peggiore di tante altre persone: «Mio fratello – prosegue Vanni – aspettava me una volta a settimana per portarlo a pranzo dalla madre 84enne. Quando passo dalla struttura per portargli delle cose, se mi faccio vedere è un problema, perché pensa che lo porti dalla madre e questo lo destabilizza. Le videochiamate per lui sono una sofferenza, si è quindi creato un distanziamento oltre quello fisico». «Una volta a settimana concordo un appuntamento per vedere due minuti Federico con il tablet – racconta ancora Maria Luisa Borgioli – ma è una soddisfazione mia più che un suo benessere. La scorsa estate avevamo ripreso a fargli recuperare il contatto con l’esterno: la passeggiata con il cane, le visite ai parenti, fare la spesa. Adesso è tutto perso. Niente contro gli operatori della struttura che stanno facendo il massimo per difenderli a livello sanitario. Manca tutto il resto, quello che determina la qualità della loro vita. Il malessere viene dimostrato, anche con autolesionismo, ma da fuori si percepisce male. Ci siamo appellati anche al comitato etico regionale e stiamo facendo di tutto per porre i riflettori su questo disagio». —

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